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giovedì 4 ottobre 2018

Poche note sull'improvvisazione italiana: un clima noir pervade l'universo sonoro

Quando Jean Paul Sartre affrontò il problema della rappresentazione (anche in senso artistico) pose in essere una nuova e fondamentale differenziazione tra la percezione e l'immaginazione: nel guardare un dipinto, nell'affrontare visivamente una situazione spazio-temporale che si preannuncia ai nostri occhi o nell'ascoltare una musica, si è in una situazione iniziale, del tutto materialistica, in cui i sensi percepiscono solo delle qualità più o meno riconosciute, rilevano gli oggetti o i suoni senza scatenare quel processo successivo, quello dell'elaborazione dei contenuti e dei significati derivanti dall'osservazione, un vero e proprio processo metafisico che sgrana la coscienza e permette il libero arbitrio dell'immaginazione. Con riferimento all'arte quanto detto è ciò si richiede ad un buon critico o recensore, in ogni epoca od ordine di tempo; e non è secondario affermare che la libera sperimentazione musicale si candida come ideale transfert sensitivo per coltivare queste rappresentazioni dei sensi e delle coscienze. La verità è che il sentiment di molti musicisti attivamente impegnati in molta musica improvvisata è spesso riempimento di profondi ed imperscrutabili visioni del mondo odierno, un campanello d'allarme in fin dei conti.

Questa estate ho avuto la fortuna di incontrare personalmente Danilo Gallo, durante un suo concerto nel quartetto del sassofonista Bearzatti: Danilo è un eclettico musicista, che riesce con disinvoltura a passare tra generi, tra quartetti di jazz, sostegni rock e un set di improvvisazione libera; nella piacevolissima conversazione intrattenuta con lui, ho inteso di un'artista amante della melodia, ma anche di una subspecie particolare di essa. Non solo Beatles e Rolling Stones (di cui francamente se ne sostiene oggi un peso sproporzionato) ma anche Captain Beefheart o Frank Zappa (Danilo è rimasto folgorato da Trout Mask Replica del capitano cuor di bue); ciò che ho ricevuto musicalmente quella sera e su cui mi concentro, fu Blindness, ossia un cd sotto la sigla Stika, duetto con basso elettrico in rapporto ai clarinetti di Marco Colonna, registrato durante un'esibizione al Divino Jazz di Roma nel luglio 2017.  
Blindness lavora esclusivamente sulla libera improvvisazione e ha un andamento quasi fosco, che fa della sua pigrizia il fondamento, forse un oscuro, lento, inesorabile punto di incontro di due stili: quello predominante, saggiamente costruito da Gallo con tocchi, fasi ritmiche ed effetti, e quello a compensazione di Colonna, di cui si tocca la parte più melodica e popolare. Ideale accompagnamento alla lettura di un romanzo dell'ignoto, Blindness individua diversi ambienti: Prometeus ha un risvolto di una danza persiana, Breaking Ice fa volteggi da marionetta napoletana, Ethiopian tinge scalpita senza troppo chiasso in un blues parzialmente decostruito; ma ciò che colpisce musicalmente è l'individuazione dei percorsi improvvisativi: senza nessuna organizzazione Gallo favorisce un clima premonitore ora con ritmica lenta, ora con libere espressioni, ora tra l'oscurità ora tra cadenze che sono il risultato di un trattamento del basso elettrico (in Psycho Haiku Gallo ci porta a Levante con cadenze e tocchi sgangherati ma vicini al suono di un gong); particolarmente avvincente è Message from the Elders, dove una melodia triste, insufflata con un basso cupo e pragmatico, annuncia qualcosa, quasi un tempo di preghiera, per poi posizionarsi su un cambiamento di tempistica di coppia che promuove pulsazioni musicali tutte da ascoltare. 

Nel marasma del veloce cambiamento della società e delle abitudini d'ascolto, un cd come quello dei fratelli Seravalle (Alessandro, chitarrista) e Gianpietro (effetti elettronici) potrebbe passare come il Brazil di Terry Gilliam o del suo stile; i films del regista americano sono troppo intelligenti per imporsi sulla generalità dell'audience, dal momento che incorporano un eclettismo portato agli eccessi, composto da elementi tratti da numerose tendenze del passato e del presente, sotto la forma di avanzi, frammenti di qualsiasi gusto.
In Us frais cros fris frics secs (un scioglilingua friuliano che sta per uova marce rane fritte fichi secchi) succede proprio che le prospettive di tanta musica si rendono sintetiche, supportando tante conoscenze; è una prerogativa di Alessandro quella di rimasticare il passato musicale e farlo diventare novità con impasti strani che possono scandalizzare ma che poi si rivelano decisamente attraenti; per questa prima collaborazione con suo fratello Gianpietro, Alessandro non si cura di costruire elucubrazioni chitarristiche (non siamo nell'area delle Morfocreazioni) ma scivola sull'ampia gamma di suoni sperimentati su riffs sintetici (su piano, synth, chitarre, etc.), frutto di un lavoro di improvvisazione pregresso e poi sistemato in composizione, messo di fianco ad un coacervo di elettronica di varia estrazione: berlinese (Que viene el coco), drone e chill out (Buran), trip hop (Brevi apparizioni), noise e sculpture sound (l'omaggio alle onde gravitazionali di GW150914), beep e da scarti (Padiglione G); in N-A fost sa fie la struttura del riff è così ben fatta che sembra straordinariamente simile allo scampanio di un campanile di una chiesa in una celebrazione di festa, sebbene il clima alla fine ci conduca su binari dance.
Sono dintorni delle dinamiche sensazioni di due ascoltatori preparati di musica quelle che si creano in questo cd: vanno in circolo estemporaneo l'Eno nel Bowie di Low e di Sense of doubt, la Sade della fase trip hop, l'elettronica californiana a maglie larghe di Steve Roach, i Pink Floyd di alcune parti di Meddle o Atom Heart Mother, i tam tam creati da Sylvian in Weathered wall
Ancor più che in James Frederick Willetts, Alessandro sembra volersi addentrare nella giungla sonora dell'indefinito, qualcosa che riconosci ma che fai fatica a ricomporre immediatamente, però al tempo stesso giunge gradevole ed affascinante. Il dipinto di Giovanni Seravalle, padre dei musicisti in questione, unisce in congiunzione quella baldanza post-moderna della musica: mi ha ricordato i dipinti surrealisti e conglomerati di Aldo Gentilini, un pittore genovese che cercava di fornire una rappresentazione animistica di oggetti e sensazioni umane, tramite strane inquadrature geometriche.  

Stato Liquido è un intrigante interazione dell'improvvisazione con l'elettronica che mi è stata sottoposta da Eugenio Sanna: è il frutto di una collaborazione con la clarinettista Esther Lamneck e il ricercatore di computer music Eric Lyon, effettuata durante i viaggi che Sanna ha compiuto alla New York University. Un'ottima incisione (la Skydeck Records che pubblica e vende cds solo su internet) risalta uno strano connubio, di quelli che non passano spesso per le vie dell'improvvisazione e che mette in fase gli stili dei due strumentisti (Sanna e Lamneck) con le modificazioni in tempo reale di Lyon. 
Si tratta di una sorta di sinfonia della frammentazione, dove un ruolo molto importante deve essere svolto da Lyon: da una parte la chitarra elettrica e la parte fiatistica devono produrre i consueti suoni, retaggi delle tecniche estensive, delle costrizioni della tastiera o degli indotti d'aria, dall'altra i suoni subiscono un filtro deviante che si nutre di riverberi e trasformazioni che conducono gli strumenti verso un territorio quasi percussivo nel caso della chitarra, o catalizzatore di atonalità per clarinetto e tarogato, che lavorano in continuo e veloce arpeggio; la parte elettronica non è solo modificatoria, ma si insinua anche con proprie caratterizzazioni, echi e spazializzazioni. Più che stati fisici verso lo scioglimento, si intravedono fasi propedeutiche ad esso, ma alla fine la simbiosi riesce perchè è ben costruito il clima apprensivo-compulsivo della musica. In Atanor poi, la tensione cambia e si possono immaginare anche situazioni ambigue, di quelle vissute di notte nel percorrere un sottopassaggio metropolitano; alla fine si scopre molta armonia indiretta in queste tessiture intricate e misteriose, che rendono queste improvvisazioni terreno di studio, anche per le possibilità emotive di certi connubi e per il tentativo di sviluppare nuove casistiche.

L'incastro e i risvolti sonori prodotti dallo sviluppo improvvisativo sono anche i pilastri del trio Pierpaolo Martino-Vladimir Miller-Adrian Northover (rispettivamente contrabbasso-pianoforte-sax alto); The dinner party è enigmatico fin dalla copertina: sedie senza tavoli in un giardino da ricevimento, con lenzuola bianche appoggiati su ciascuna di loro; in più un cielo grigio scuro che impone al paesaggio un andamento tra il nostalgico e il tetro. Molte espressioni si trovano in The dinner party, anche se sono spesso figlie di una cella di sentimenti, quella delle ricerche torbide, degli accordi gravi e risonanti, della stranezza fatta virtù musicale (bellissima la parte centrale con 15 minuti divisi da Otic repast e Take Away); Martino è un propulsore di supporti ed idee, Miller si concentra su un particolare Satie e sui salti di scala, Northover sembra impenetrabile; solo occasionalmente l'umore si riprende un po' più di rilassatezza in 3 Moods o Cuts & Bruises, dove trova posto un jazz solforoso ma potente, ma nel complesso il lavoro funziona benissimo.



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