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martedì 10 luglio 2018

Spazio alle immaginazioni uditive: Kalitzke e Reynolds

Dell'attività compositiva di Johannes Kalitzke (1959) se ne parla molto poco. L'ambiente in cui nasce la sua figura si riempie dell'entusiasmo del post-Stockhausen, Darmstadt e ad una certa visione della musica. Kalitzke studia pianoforte con Aloys Kontarsky (uno degli esecutori storici del Mantra di Karlheinz) e composizione con York Holler, confrontandosi con la mentalità del movimento soggettivista tedesco, che si consolida proprio negli anni in cui Kalitzke arriva a maturazione. Trova la sua massima espressione non appena frequenta l'Ircam, un'esperienza che gli darà la possibilità di scrivere uno splendido pezzo dal titolo Macchina d'autunno (1982), una fantasia contemporanea per pianoforte e arricchimento elettronico che lavora benissimo su una vitale rappresentazione dell'alternanza giorno-notte. Poi, l'inoltro nell'attività di conduzione modificò l'ottica: Kalitzke ha sempre dichiarato che le due attività musicali (quella di conduttore e quella di compositore) sono state sempre sinergiche e complementari per lui, ma non si può fare a meno di pensare che l'interesse per uno spettro allargato delle conoscenze musicali abbia congestionato quell'eccelsa carica pianistica suscitata da Macchina d'autunno e influito sul suo post-composizione; una fervida attività orchestrale, che lo ha portato a dirigere con successo una pletora di composizioni importanti della musica contemporanea, ha tenuto in ostaggio il compositore delle combinazioni strumentali meno numerose; ma, cosa più importante, la mia idea è che proprio nella produzione orchestrale di marca propria non si sia riprodotto lo stesso fascino di una Macchina d'autunno.
La Kairos raccoglie un paio di composizioni recenti di Kalitzke dove si riscontra questa problematica: da una parte Story Teller, per violoncello ed orchestra, è una fotografia sul Kalitzke che compone a grande organico (Johannes Moser e la Deutsches Symphonie Orchester di Berlino); dall'altra Figuren am Horizont, per violino solo e sei strumenti, è una nuova e benvenuta finestra di approdo ai poteri delle associazioni neurali dei suoni, dove le cinque parti del pezzo evocano necrologi verso colleghi scomparsi, nell'umore del tutto diversi da funeree o drammatiche inserzioni musicali, poiché sono ricordi stabiliti ed effettuati in vita; sotto i suoni si nascondono effetti di calcoli matematici utilizzabili per costruzioni archittetoniche (Fibonacci), temi corali sotto spoglie diversificate, elementi ritmici che chiamano in causa la tarantella o i lied viennesi, e si stabilisce una parte speciale per il violino di Ivana Pristasovà.

Di Roger Reynolds ne tracciai un brevissimo profilo in mio precedente articolo, in occasione della pubblicazione discografica dell'opera completa per violoncello per Mode R., e a quella sede vi rimando per un'impostazione generale della statura del compositore (vedi qui); per quanto riguarda Aspiration, la nuova monografia della Kairos, mi preme sottolineare che essa va a raggruppare la quasi totalità della composizione dell'americano scritta per solo violino, mettendo in mostra i cambiamenti intervenuti nella scrittura di Reynolds. L'esclusa è Personae, una composizione del 1989, con ensemble da camera e i suoni quadrofonici e stereofonici processati da Rand Steiger, mentre sono contenute Kokoro del '91, Aspiration del 2004, ImagE/violin & imAge/violin del 2015 e Shifting & Drifting (sempre del 2015), tutti pezzi consacrati/dedicati a Irvine Arditti che, dove previsto, viene affiancato dall'Ensemble inauthentica condotto da Mark Menzies e Paul Hembree alla parte computazionale. 
C'è una frase essenziale alla comprensione dei fatti, che viene fuori dalla lunga e splendida intervista inclusa nel libretto che accompagna il cd e che vede in dialogo Reynolds e i protagonisti della registrazione, ossia Irvine Arditti e Mark Menzies, allorché Irvine, ricevendo la partitura di Aspiration, rimanda a Reynolds senza ironia un feedback del tipo: "....why Roger, you've written a piece that asks me to play as I was taught to!...". L'incredibile corrispondenza tra la riflessione artistica e la musica, quell'idioma fondamentale della musica di Reynolds che si getta davanti agli "occhi" immediatamente nell'ascolto, sembra essere stato sterilizzato! Reynolds fornisce alibi al cambiamento dando accesso ad elementi tradizionali della musica e mette da parte una certa estetica dettata dalla relazione diretta con gli strumenti, considerata assortiva e "miope" dal punto di vista delle soluzioni compositive. 
Se questa raccolta non è minimamente discutibile per esecuzioni e capacità tecnica di approfondire la ricerca violinistica nella materia dei software e delle trasformazioni algoritmiche, resta più soggettiva nell'intercettare la bontà del cambiamento: Kokoro è una prelibatezza che sviluppa un ampio campo di indagine sonora e psicologica, inglobando Webern e il pragmatismo giapponese, sostanzialmente seguendo il percorso intrapreso su Personae; Aspiration, al contrario, è un concerto per violino dei più moderni ed eccellenti possibili, con grande enfasi per la parte strumentale, ma l'ascolto ripetuto non determina la stessa potenza d'ingresso, lo stesso potere aurale provocato da Kokoro o Personae; è un'immersione in una zona climatica particolare, un'"immagine" specifica di comportamenti che restano in un'area; ImagE/violin & imAge/violin sviluppano una rigogliosa tecnica estensiva con Irvine sugli scudi, in una composizione senza respiro, che mi rammenta l'umore dei quartetti di Elliott Carter; Shifting & Drifting rientra nella sperimentazione di Reynolds tra digital signal processing e interazione con il musicista acustico: il fraseggio riservato ad Arditti è unico, un impasto di contrasti, frammentazioni e gestioni di similitudini con gli algoritmi del computer (Paul Hembree), una composizione studiata per rapidi movimenti sulla cordiera, che indicherebbe il nuovo percorso di Reynolds, oggettivamente considerato più ricco di soluzioni.


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