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sabato 10 febbraio 2018

Suoni della contemporaneità italiana: Claudio Ambrosini, Plurimo e un'identità di suono veneziano


Se si parte dall'affermazione che Venezia abbia posseduto un suo "suono" nell'ambito della storia musicale è parimenti difficile la prova della sua continuità nell'ambito contemporaneo: i necessari attaccamenti alle altri arti (in primis quella pittorica) ci consegnano il periodo tardo rinascimentale-primo barocco come periodo proverbiale per la nascita di una propria autonomia. Ne evidenziai succintamente gli elementi di novità in un mio articolo del 2012 (vedi qui), tuttavia è fondamentale un'integrazione di carattere estetico: cori spezzati, innovazioni sulle forme musicali e innovazioni sulla strumentazione incidono quanto un quadro di Tiziano o Tintoretto; gli esperimenti di questi ultimi sulla luce e sull'uso del colore privilegiano alcuni punti di contatto tra arte musicale e pittorica che si fondano sul contrasto e sul movimento di corpi e oggetti. Quelle primordiali fotografie del seicento si collocano in uno stadio che musicalmente corrisponde a grande misura della sensazione, dell'introspezione emotiva, folgorati dalla immediata considerazione di una prospettiva. Quest'ultima verrà notevolmente modificata nella Venezia musicale barocca, che pur servendosi delle intuizioni rinascimentali, porterà a compimento un'estrosa rivoluzione dai postumi larghissimi, almeno fino a quando resse l'impianto tonale. Così come nell'architettura, la densità e la quantità dei particolari musicali sarà ampia e spettacolare, ma non sfuggirà a molti che gli interni delle principali chiese di Venezia sono spazi architettonici inquieti, oltre che vitali. Il raccordo della Venezia rinascimentale con la musica contemporanea può sembrare irrealizzabile sotto molti punti di vista, un qualcosa che spezza i legami invece di riassaporarli, ed invece si rivelò perfetto per riallacciare quella particolarità oscura e controversa della musica del seicento.
Questa lunga premessa mi è utile per introdurre Plurimo, il cd del compositore veneziano Claudio Ambrosini, appena pubblicato da Stradivarius, il cui lavoro può essere giudicato a tutti gli effetti come di continuità: si tratta di 4 composizioni specifiche (di cui 3 immerse nella volubilità dei suoni contemporanei ed una trascrizione per orchestra di Gabrieli), che più che esprimere un omaggio alla cultura veneziana, potrebbero voler tentare di ricomporre le fila di un ragionamento storico, di calcolare gli estremi di un asse temporale della Venezia musicale, cercando di mettere assieme caratteri comuni nel costruire un'identità di suono. Data l'impossibilità di effettuare solo una rilettura formalistica delle emozioni musicali, Ambrosini si addentra in quella rappresentativa delle stesse, conscio che l'identità di suono vada ricomposta seguendo anche le altri arti: è così, dunque, che si possono scoprire similitudini di vario tipo (nei gesti, nelle spazializzazioni, nelle dinamiche di movimento), cavalcando archi temporali completamente dilatati.
Plurimo (per Emilio Vedova) è la composizione commissionata ad Ambrosini nell'anno in cui gli fu assegnato il Leone d'Oro, un pezzo di circa 21 minuti per due pianoforti (Arciuli e Libetta) e grande orchestra (l'Orchestra Sinfonica della Rai condotta da Valade); parlare di Vedova significa automaticamente agganciarsi agli anni dell'espressionismo astratto e alla particolare configurazione stilistica del pittore veneto, che attraverso il ciclo dei Plurimi e di tante altre opere, si fece portatore di una speciale voce dell'espressionismo, una che differisce dalla usuale fruizione pittorica, perchè il dipinto si stacca dalla parete, aggredisce lo spazio dimensionale ed assume forme e configurazioni che appaiono come sculture. Il Plurimo di Ambrosini riparte dal contrasto degli elementi e da quella volontà di trasfigurare l'espressione che era di Vedova; il pittore a suo tempo non si limitava a parlare solo di vettori contrari ma di "aprire" porte o fessure in grado di rivelarci nuovi spunti interpretativi; le plurime direzioni di Ambrosini hanno l'ambizione di mostrare uguale forza ed intensità nell'astrattismo sonoro; i turbini di relazione creati dai due pianoforti e dall'orchestra sono completamente diversi dalle decomposizioni che Nono svolse nella sua musica, sintonizzandosi sulla frequenza del pittore; nel caustico elettronico di Omaggio a Emilio Vedova la carica era distruttiva o ancora nell'azione scenica di Intolleranza 1960 lo spirito dannatamente drammaturgico e politico. In Ambrosini si individua subliminalmente un magico stato materico, che si svuota di quei significati, per produrne dei nuovi, ciò che Ambrosini stesso definisce come "...uno studio sul controllo dell'energia allo stato di incandescenza, di lava e poi roccia..."
La stessa motivazione coinvolge la partitura di Morte di Caravaggio, la composizione più recente delle quattro presentate (2015), in cui non solo viene confermata l'influenza veneziana sulle complesse procedure di illuminazione dei suoi dipinti, ma emerge un'inusuale e ricchissima scrittura per il fagotto (l'ottimo Paolo Carlini): una composizione che si nutre di un dibattito figurativo (accompagnerebbe le ultime ore del pittore), nutrendosi di una moderna apertura su tamburo e percussioni che riflette tra una "speranza" ed un plotone di esecuzione. Anche qui il successo della composizione si stabilisce nelle contrapposizioni e nella vitale movimentazione. 
In Tocar (2006), una composizione per pianoforte e orchestra, il piano (Aldo Orvieto) si fa carico di un'investigazione che lavora molto sulle estensioni, sulla percussività di tasti e accordi, nonché sui clusters. Quasi 22 minuti in cui poter riconoscere qualcosa del suo passato, attaccato dalla volontà di far prevalere l'aggressività dei gesti e del suono così come in un dipinto di un nervoso astrattista, mettendosi in contrapposizione ad un'orchestra dinamica, in grado di star dietro a questo tumulto delle sensazioni espresse dal pianoforte. 
L'interesse più antico per la musica veneziana viene fuori nelle radici strumentali rinascimentali, con la trascrizione per orchestra di due canzon (la XIII, a 12 e la I, a 5) e una sonata (la XIX, a 15) di Giovanni Gabrieli, una versione che mostra molto rispetto per la partitura originaria. 
Negli appunti di Ambrosini c'è la chiave di congiunzione della temporalità della musica veneziana: "...musicalmente: uso dei colori - dei timbri, degli impasti - battenti, sbalzi, contrasti di masse, senso spaziale e insieme materico del suono, grande attenzione al colore (scuro o luminoso, ma cangiante, inafferrabile) e alla ricerca strumentale: elementi tipici della scuola compositiva veneta, dal Rinascimento a Maderna, a Nono...".
Mi sembra che ci siano pochi dubbi nel considerare questi sforzi di Ambrosini assolutamente imperdibili.


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