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sabato 3 febbraio 2018

Poche note sull'improvvisazione italiana: politica economica, accrescimenti e senso del cerimoniale

Quello che Percorsi Musicali ha saputo guadagnare nel tempo è il giusto peso da attribuire alla progettualità degli artisti, calcolando bene il senso della poliedricità da loro espresso. Molti musicisti conservano nel proprio io un "tratto", una finestra di pensiero e di espressione che vorrebbero probabilmente mostrare in tutte le occasioni. Questa particolarità (più o meno lontana dalle ordinarie vie) di cui si parla, mi ha condotto nella scelta di alcuni recenti cds di alcuni percussionisti, incrociando anche temi non secondari.

Parto da un sorprendente cd di Francesco Cusa per la Clean Feed, un trio che lo vede assieme al contrabbassista Gabriele Evangelista, al pianista emergente Simone Graziano, con la partecipazione del sassofonista Carlo Atti, musicista ammirato anche per aver dato un contributo alla potenza e pulizia del sax tramite una personale modificazione fatta al bocchino. Molti di voi conosceranno lo sfondo culturale di Cusa (in passato lo evidenziato anch'io su queste pagine) e perciò non ne parlerò; quanto alla musica di From Sun Ra to Donald Trump ci si chiede se dobbiamo aspettarci un'ulteriore afflato distopico, così come successo nelle ultime splendide collaborazioni con Lenoci o Martino. Per questa occasione non è fuori luogo una considerazione teorica, incentrata sull'andamento delle economie dalla classicità in poi: la titolazione dei brani richiama alla memoria quasi un compendio della storia economica degli ultimi tre secoli e già questa sarebbe sufficiente per scatenare un raffronto o una polemica. Volendo molto sintetizzare, l'idea di Cusa è quella di fare un resoconto delle direzioni delle attività di politica economica, cominciando a verificare i grandi simbolismi economici del "benessere" per tutti, quelli che tipicamente si sarebbero garantiti da Adamo Smith in poi; di quest'ultimo ancora oggi notiamo il valore della sua teoria di aggiustamento automatico della domanda ed offerta sui mercati, così come indispensabile si è preservata quella di Keynes, sulla necessità di intervento dello Stato per sviluppare l'economia di un paese, con la contropartita che i nostri governanti ne hanno fatto un uso così ampio da mandare in deficit i bilanci pubblici (situazione comune in tutto il mondo con l'Italia che sta tra quelli che reggono un primato). Cos'è che non ha funzionato, cos'è che ha permesso di vivere periodi di benessere diffuso ed altri, lunghissimi, periodi di malcontento e difficoltà diffusa? Cusa fa pensare all'illusione capitalistica e, in mente manda in circolo la riflessione che la vera politica e la vera musica hanno avuto sorti non troppo dissimili: anche nei periodi di benessere gli episodi di ristrettezza economica di taluni gruppi di musicisti (pensate al jazz, ai lofts degli artisti free nei settanta e a quanti musicisti americani siano caduti in rovina proprio in anzianità) o le fasi di scontentezza fiscale, non sono certo mancate, così come abbiamo dovuto raccogliere le briciole dell'economia non appena abbiamo cominciato a dimenticare/criticare Marx e Gramsci e a lasciare che i deficit lievitassero (da Craxi in poi). La globalizzazione ha accentuato le diseguaglianze e Cusa induce altrimenti ad una fase di società "espansa", in cui la standardizzazione, l'abbattimento delle identità e soprattutto le capacità di far funzionare le coscienze sono in mano alle direzionalità senza controllo dei social networks. Il picco di questa incresciosa situazione si è verificato all'elezione di Trump, le cui manovre hanno indotto una delle più intense crescite della borsa di New York mai viste in un secolo. E la robotizzazione è già parte della sudditanza di molti governi verso lo strapotere economico e sociale di quelle imprese che stanno dalla parte giusta di questo circolo vizioso.  
La musica? From Sun Ra to Donald Trump è un bel disco di jazz, ottimamente suonato dai quattro musicisti e decisamente lontano dal fornirvi in maniera diretta un riferimento distopico (specie se lo ascoltassimo senza leggere i titoli). Cusa si sbilancia parecchio sulle tessiture post bop e free-jazz, mettendo da parte la carica jazz-rock: stati dinamici, descrittivi di un jazz che abbiamo conosciuto pesantemente e pause ad hoc abili a creare situazioni di godimento, confezionano qualcosa che può essere travasata nel ragionamento economico, solo accettando la sfida impalpabile di quel sentimento che (senza l'uso delle parole) rese geniale il carattere del jazz: è così che dal cilindro spuntano sentimenti difficilmente etichettabili della musica, ma collegabili tramite l'immaginazione: scetticismo, nostalgia, attesa. 

Sulle derive si fonda anche una parte dell'attività musicale di Ermanno Baron. Torna con il suo progetto Acre (vedi qui la recensione di Megasound, primo cd), dal titolo Unexpected variations: registrato per la benemerita Creative Source R., è il trasferimento in cd di un live effettuato al Circuiterie Festival di Roma nel gennaio 2016. Una suite in cinque parti, la cui titolazione è la durata delle parti stesse, vi consegna uno dei più intriganti trii dell'improvvisazione trasversale italiana, quando per trasversale indichiamo anche l'elemento elettroacustico o contemporaneo (sempre Boschi alle chitarre preparate e Bonini al laptop e tastierine sintetiche); il progetto dimostra di spostarsi sempre più verso il suono e le sue caratteristiche, con un attenzione maggiore alle catarsi provocate dalle agglomerazioni non convenzionali. Baron e partners le hanno chiamate anche studi sulla massa e sui volumi, quando hanno offerto registrazioni private in modo estemporaneo; Unexpected variations difatti non seleziona, ma funziona in senso accrescitivo; è un percorso timbrico ricercato, che va a cercare relazioni in un settore che la musica contemporanea ha battutto molto a fondo. Seppur totalmente improvvisato, i tre musicisti sanno benissimo quali sono le manovre e i punti da sollecitare per raggiungere il coinvolgimento: la musica ha una sua logica ed una sua modernità, poichè va in fondo al quel fitto mistero del futuro che non riusciamo a comprendere e rispetta molti dei canoni accrescitivi della migliore musica elettroacustica oggi in circolazione; ognuno mantiene intatta la sindrome del momento improvvisativo, e in questo spettacolo di variazioni, è frequente che la chitarra acquisisca le sembianze di un steelpan o la parte elettronico-digitale crei mostri polifonici che funzionano per reminiscenze (drone music, la musica elettronica pre-informatica, l'aggressività psicologica di un Hendrix). L'adattamento percussivo di Baron si compone su un certo tipo di sfregamento o contraccolpo delle parti della batteria, nell'ambito di una sistemazione arbitraria di oggetti sui rullanti e tamburi, che fa pensare alla lungimiranza dell'eredità di Varese. Ma per fare tutto questo ci vuole talento, pazienza nella creazione dei conglomerati sonori e sensibilità, qualità primarie che qui trovate certamente. 

Spunti di contemporaneità classica si trovano anche in alcune esibizioni del padovano Francesco Cigana: tra quelle più sperimentali e lontane dal classico trio jazz, colpisce l'utilizzo del buio durante l'esibizione e l'interesse per le relazioni tra musica ed immagini. Dev'essere sicuramente foriero di interesse il solo perfomance al festival Steinegg, dove Cigana ha suonato in un planetario, con editing video che gli cadeva dall'alto fin quasi sulle spalle (vedi qui un estratto). Lo sguardo continuamente rivolto in alto ed una serie di soluzioni sonore sono strumenti per provocare una personale e profonda immersione nel mondo dei suoni percussivi applicato alla vista: una circostanza che (si spera) possa essere estesa anche al pubblico. Di Cigana, dunque, piace molto l'approccio, che per il planetario mi ha fatto ripensare al Noire de l'etoile di Grisey, seppur impropriamente per certi versi: in quel caso di trattava di costruire una composizione attorno ai segnali sonorizzati del firmamento, una coproduzione musicale e scientifica che sfugge alle possibilità di Cigana; tuttavia come Grisey l'intento è quello di stabilire, attraverso i suoni delle stelle, un'emozione diretta, un rilanciare quella "disciplina" delle forze naturali che sottintendono una forza spirituale. Cigana distribuisce lo stesso intendimento con armi improvvisative e colpisce per il modo semplice ed efficace con cui porta avanti i suoi concerti in solo, dei rituali che sfruttano l'espansione timbrica, l'amplificazione e una sorta di potenza anestetica del complesso percussivo (vedi qui un estratto al Benno Simma di Bolzano).

Un percussionista che ha sposato in pieno la multimedialità e la matrice delle varie corrispondenze tra immagini e musica è Marco Ariano. Ariano, assieme ad altri musicisti, fa parte di un centro di produzione di opere multimediali dal vivo, il Laboratorio Creativo Permanente con sede a Roma. L'investigazione avviene a tutti i livelli, in un ambito in cui l'improvvisazione ha lo scopo di stimolare il senso visivo. Oltre alle consuete installazioni sonore e alle perfomance elettroacustiche, Ariano è artefice dei mondi della fotopartitura, delle geografie dell'immemoriale tramite il progetto Mnemutica e delle entomofonie immaginali di Degli Insetti, stupefacente e per certi versi repellente, studio audio-visivo sulle relazioni tra il movimento degli insetti e una selezione accurata di sonorità specifiche. Riporto quanto detto nelle note del cd che contiene il materiale di Degli Insetti: "....gli insetti come (nostra) alterità estrema, assoluta – il mostruoso, l’alieno – e la (mia) sim-patia per la loro gestualità, per la meravigliosa poliritmia dei loro movimenti (individuali e collettivi). Gli insetti come vie di fuga immaginali (il divenire-insetti), strategie di dischiusura identitaria (il fuori), esposizione all’altro per diventare altro (l’im-possibile). L’idea era quella di lavorare innanzitutto sulle immagini e realizzare delle “video-partiture” per differenti ensemble d’improvvisatori. Registrazione dei movimenti, delle dinamiche, delle interazioni – quadri semoventi – nero su bianco. In consonanza con l'”essere tagliati all’interno” proprio degli insetti, ho (s)composto partizioni vibratili e mutanti. Una “scena” (non un “testo”, attenzione!) caratterizzata dalla reciproca cattura/possessione di suoni e immagini. Quindi, scritture musicali scaturite dalla risonanza e dal con-tatto improvvisativo, “scritture animali” fatte di mobili persistenze, interferenze, distorsioni, folli poliritmie …che è quel che resta!...."
Marco è un ottimo percussionista e le sue competenze si possono apprezzare anche in un cd che la Setola di Maiale ha appena pubblicato, un cd che ingloba pezzi di compo-improv di alcuni dei compositori partecipanti al progetto del Laboratorio Creativo Permanente o che sono attratti comunque da quell'area: il contrabbassista Gianfranco Tedeschi, il flautista Stefano Cogolo, Alipio Carvalho Neto e lo stesso Ariano, che naturalmente è il percussionista di riferimento di tutto il cd di questo raggruppamento chiamato Ensemble Intondo (il cd è notevolissimo e titolato Tra); l'Ensemble suona anche un pezzo di Alvin Curren e uno di Francesco Careddu, in arte Ak2Deru, compositore e creatore dei monosemi e della cenere, particolarissime realizzazioni d'arte visiva disposte su tutto il perimetro dell'installazione, dipinti tratti con colori e forme che (credo) siano in grado di provocare un fortissimo senso di spaesamento e trasferimento in altra immaginaria sede.



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