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domenica 10 settembre 2017

English Pastoral Music: From Arcadia to Utopia, 1900-1955

Arriva finalmente un bel libro sull'argomento della "pastoralità" inglese. L'autore è Eric Saylor, un professore di storia e musicologia alla Drake University, che cerca di fare ordine in un campo della storia musicale tanto importante quanto dimenticato. Raccogliendo con sapienza contributi sparsi nell'editoria critica e storica, con English Pastoral Music: From Arcadia to Utopia, 1950-1955 (Illinois Press, 2017), Saylor compie un lavoro che è conoscenza e anche seme per ulteriori approfondimenti; il libro è interessante anche per il fatto che interviene una spiegazione dei motivi per cui (anche all'epoca) la pastoralità non ebbe il riconoscimento atteso, e traccia una sua definizione concreta nella musica, slegando il concetto dal una generica affermazione di sentimento, così come era accaduto temporalmente prima dell'interesse mostrato dai compositori inglesi del primo novecento; sebbene mostri sacri della musica come Bach, Haendel o Beethoven avessero già usato il termine pastorale, fu solo con l'avvento di un certo tipo di composizione che lo stesso acquisì una sua vera identità, non precostituita ad un semplice e soggettivo sentimento provocato dalla musica. E per dimostrare la sua autonomia, al pari di un genere musicale, Saylor parte dalla storia vera e dall'interesse che gran parte dei compositori inglesi profusero ad un certo punto per le loro tradizioni e i lasciti dei loro paesaggi; per individuare un'esatta definizione ci si deve concentrare su una specifica configurazione tecnica della pastoralità, tutta inglese ed in contrapposizione alla tendenza germanica e non si può fare a meno di richiamare l'edonismo dell'Arcadia e dei suoi riferimenti del benessere eternamente fruibile; Saylor si aggrappa ad un paio di autori ed in particolare alle analisi di Robert Hatten e di Ted Perkins, che in uno studio ne determinò con chiarezza le caratteristiche stilistiche: stasi armonica, accordi paralleli, mancanza di rinforzo tonale, uso di scale modali e pentatoniche, scarsa evidenziazione del motivo, melodie rese in forme rapsodiche ma irregolari ed imprevedibili, dal libero peso ritmico, livelli dinamici leggeri e quieti, enfasi su oboe, violini e clarinetti, testi immersi nel paesaggio rurale o nelle bellezze naturali inglesi, con introspettiva contemplativa (anche religiosa). Va da sé che in questa sequenza si raccolgono anche elementi dell'impressionismo musicale e dell'utilizzo della folk song nella composizione, perciò Saylor è ben attento ad importare ulteriori peculiarità della pastoralità, inquadrandola in riferimenti storici e letterari: la sua analisi, perciò, si proietta non solo nelle enfatizzazioni cercate in corrispondenti autori e scrittori della terra d'Arcadia, ma anche nella produzione e nel sentiment della composizione durante il periodo che lega le due guerre mondiali, nonchè con arguzia segnala il cambiamento utopico che la pastoralità subisce grazie a The sheperds of the delectable mountains di Ralph Vaughan Williams, e di cui si hanno realmente rare evidenze.
Si intuisce che Saylor ha anche compiuto una severa selezione sulle composizioni relative e se non si nutrono dubbi riguardo all'inserzione di pezzi come la Pastoral Symphony o il The lark ascending di Ralph Vaughan Williams, la Pastoral Rhapsody di Howells o la Lonely Waters di Moeran, più difficile è ricomporre il costrutto interpretativo nelle composizioni di Elgar o Delius; si è sicuramente attratti da alcuni capolavori dimenticati di Constant Lambert come Summer's last will and testament o Aubade Héroique, ma al tempo stesso, dal punto di vista musicale, è problematico l'inquadramento del Peter Grimes di Britten. 
Come tutti sanno, la pastoralità così come qui intesa, fu messa in un angolino non appena presero piede le correnti dell'avanguardia: pochi compositori rivelarono il loro interesse per nuove condensazioni di quegli umori così controversi (larga parte della società edotta inglese riteneva il pastorale una tendenza musicale frivola e femminile) ma anche così affascinanti; naturalmente Saylor non approfondisce questa parte, ritenendola forse sussidiaria, ma alcune delle composizioni citate per rappresentare queste schegge poco conosciute del pastorale post-moderno, andrebbero certamente rivalutate come idee verginali, ancora utili per la nuova composizione contemporanea; si citano le vie seriali e dissonanti aperte timidamente da Rawsthorne nella sua sinfonia pastorale del '59, i collegamenti con il teatro fatti da Harrison Birtwistle e soprattutto la lezione impressa da Alexander Goehr in Pastorals del '65, che fornisce il primo esempio di innesto dell'umore pastorale inglese in una struttura contemporanea.  



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