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sabato 22 luglio 2017

Il clavicembalo contemporaneo

Nella spaventosa frattura che viene inflitta alla musica classica dopo gli eventi bellici degli anni quaranta, è quasi un miracolo vedere compositori contemporanei impegnarsi nella scrittura del clavicembalo. La serialità e l'atonalità, utilizzate in modalità diversificata, da Gerhard a Kokkonen (che sembrano i migliori esempi di uno sviluppo sullo strumento), non autorizza ancora a parlare di rottura.
Probabilmente il primo pezzo che infrange le barriere lo fornisce Luciano Berio con il suo Rounds nel 1966: potrebbe essere benissimo inserito nelle sequenze, dal momento che mette in evidenza tecniche esecutive che al clavicembalo era state solo accennate nella letteratura dello strumento e mai prese di petto in una specifica composizione. Berio dimostra come sia possibile ricavare novità timbriche e armonia con una scrittura irta di salti sulla tastiera, di clusters opportunamente schierati e di effetti da pedale; nelle note il compositore dichiara che "....Rounds is a kind of firework of lines and timbres blended and ramified ad infinitum...". 
Il gran pezzo dell'italiano si colloca in un momento in cui c'è un rinnovamento anche nella parte esecutiva: finita l'epoca della Landowska, inizia quella di musicisti incredibilmente specializzati come Klara Kormendi e soprattutto come Elisabeth Chojnaka. I maggiori contributi sul clavicembalo vengono offerti proprio alla clavicembalista polacca; così nel 1968 Gyorgy Ligeti comincia ad interessarsi seriamente allo strumento e propone qualcosa che già mette a dura prova i limiti di esso. In Continuum Ligeti, in equivalenza alla composizione per coro o per metronomi, cerca di dimostrare che forzando sui tempi la percezione d'ascolto non è più in grado di distinguere i suoni nella loro qualità e che l'accelerazione sul clavicembalo è possibile ed auspicabile per aprire nuove strade su qualsiasi strumento musicale. Le teorie profuse in Continuum, intrecciandosi con gli effetti ottenuti dai minimalisti tramite la ripetizione e il fraseggio, aprono un campo d'indagine che attribuisce al clavicembalo ruoli ritmici mai avuti prima perché mai pensati disgiunti dall'armonia. E' con questa visuale che Ligeti si approccia a Hungarian Rock e con la Passacaglia, composizioni che idealmente sembrano restare indietro rispetto a Continuum
La Chojnaka è depositaria anche dell'interesse di Iannis Xenakis: Khoai, del '76, è una composizione rivoluzionaria per il clavicembalo solo. Non solo perché spaventa gli esecutori a causa della sua estrema difficoltà, ma anche perché introduce un vorticoso coacervo di elementi ritmici e melodici. Più in là per Naama, suo secondo clavicembalo solo, Xenakis userà procedimenti stocastici per le sue trasformazioni, mettendo in risalto una percussività mai raggiunta dal clavicembalo. Abrasione e caos sono le più evidenti manifestazioni di una rinnovata estremizzazione. Il lavoro del greco si spostò anche sul dialogo in duo grazie a Komboi (date le sue caratteristiche, il lavoro tra la Chojnaka e il percussionista Sylvio Gualda sarebbe molto apprezzato da un improvvisatore) nonché al rapporto con l'orchestra grazie a A l'ile de Gorée
Sebbene non sia affatto previsto un intervento innovativo sul clavicembalo, anche l'HPSCHD di Cage e Hiller ha ragioni per essere ricordato: Cage non era interessato al suono dello strumento (che odiava per la sua somiglianza acustica ai rumori delle macchine da cucire) quanto alla creazione di un processo musicale in cui far immergere l'ascoltatore. La multimedialità veniva ottenuta grazie all'intersezione real time di sette suonatori di clavicembalo (con pezzi classici sorteggiati), di suoni pre-registrati su nastro magnetico rilanciati nello spazio esecutivo tramite altoparlanti e di schermi video a supporto: ancora un caos magmatico in cui l'esecutore non ha quasi nessuna importanza e la volontà è quella di soddisfare le ragioni di una audiance che lo vive in simbiosi, muovendosi dentro e fuori l'area prevista per la performance. 
E' su queste direttive che si apre la stagione del clavicembalo contemporaneo: Sciarrino nel suo De o de do porterà ad estreme conseguenze il lavoro di Berio, mentre le aperture di Ligeti danno vita ad un accademico dibattito sulle caratteristiche timbriche del clavicembalo, ritenuto da alcuni autori incapace di potersi dotare di un proprio valido sistema di riferimento (Andriessen lo "smonta" addirittura paragonandolo a strumenti come arpa, chitarra, etc. e costruisce una raccolta composizione in Overture to Orpheus), mentre nel rock cominciano a dilagare le esperienze di Wendy Carlos, dei Beatles o Rolling Stones. Nel momento in cui il rock esaurisce la sua carica essenziale (anni novanta), sono i compositori che si avvicinano allo strumento con creatività: tra tutte l'operazione più intelligente e godibile è quella dell'olandese Jacob Ter Veldhuis in Les Soupirs de Rameau, un collage con pezzi di colonne sonore e tanta proiezione del suono. Restano, invece, storicamente un pò freddi gli esperimenti fatti con l'elettronica, sebbene in Finlandia, Jukka Tiensuu si proponga come uno degli innovatori dello strumento: con Fantango Tiensuu calca i territori della microtonalità e delle accordature in just intonation, lavorando con molta più audacia rispetto ai minimalisti, che non danno risultati eccellenti per il clavicembalo, almeno quello senza modificazioni elettroniche (Glass e Nyman produrranno composizioni minori per esso). Tiensuu evidenzia giustamente che il progredire del repertorio va rapportato al miglioramento delle fasi costruttive (con clavicembali meglio organizzati sui registri e su altre caratteristiche acustiche), all'incontro con la tecnologia (cosa che sta avvenendo senza portare grandi frutti al momento) e naturalmente, correlando le novità alla grandezza del concepimento delle idee. 



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