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mercoledì 18 gennaio 2017

Gli omaggi camerali di Mahnkopf al museo ebraico di Berlino

Essendo in tema di periodo del "ricordo", mi sembra opportuno evidenziare il contributo musicale più moderno ed eclettico sull'olocausto, che passa nelle note del ciclo di composizioni che Claus-Steffen Manhnkopf ha composto per celebrare l'attività professionale dell'architetto Daniel Libeskind, l'autore del progetto del Jewish Museum a Berlino. Di una parte del suo ciclo ve ne ho già parlato qualche mese fa (vedi qui). In questa sede mi occupo delle porzioni del ciclo che si concentrano sulle commissioni in ensembles: si tratta di tre volumi (composizioni dai 15 ai 22 minuti di lunghezza), affidate all'Ensemble SurPlus condotto da Peter Veale, che dispiegano i loro effetti come un puzzle di 63 miniature; Mahnkopf, se formalmente ha frammentato la composizione rendendola flessibile all'esecuzione, di fatto ha creato un percorso unitario e permesso finanche una loro sovrapposizione. A differenza delle tante opere che agiscono sulle dinamiche per imporre l'espressione, nei tre libri di Mahnkopf si deve aderire ad un concetto completamente opposto, quello della compressione della dinamica e conseguentemente degli stati espressivi. La valenza dell'apporto, perciò, va cercata in questa situazione subdola di "calma" apparente, in cui ciascun strumento acquisisce una funzione diversa e ritaglia uno spazio dell'architettura di Libeskind. A proposito dei suoi scopi, Manhkopf dice:"...my aim was to find a point of intersection between the art of the dedicatee and my music....the expressive shapes -which are already more isolated than dramatic- keep collapsing as it for no reason (dinamica statica), freezing like architecture....".
Soprattutto nel II e III Hommage questi effetti diventano evidenti: da una parte una glaciale rappresentazione degli spazi fisici, probabilmente ricavata dall'esperienza prolungata fatta negli ambienti del museo, dall'altra la palpabile deformazione-oppressione rivestita dalle strutture musicali. Volendo soffermarci su qualche antecedente, dobbiamo pensare che siamo lontanissimi dalle condizioni espressioniste di A survivor from Warsaw di Schoenberg, così come dai Quatour pour la fine des temps di Messiaen, che proponevano similmente una filosofia da camera ma con contenuto estatico e spirituale; così come diverse sono le "armi" utilizzate da Mahnkopf rispetto ai cicli dedicati all'orchestra o alle simulazioni dell'elettronica. Di fronte ad un panorama sonoro, direi fondamentalmente sconfitto, vi sono tante agitazioni estemporanee (segni vitali lavorati su archi o sui fiati in forma di pizzicati o di soffi senza suono nelle colonne d'arie degli strumenti), che lavorano su un probabile rapporto tra composizione musicale e dinamiche architettoniche passate in rassegna in movimentazione. Il massimo viene raggiunto nel terzo omaggio, dove la partitura raccoglie delle splendide miniature, che sembrano voler simulare aperture di porte o cammini verso ambienti angusti. In questo raggruppamento compositivo si fa proprio fatica a pensare, con qualsiasi intento immaginativo, che si possa trattare di un tributo alla memoria, ma la ragione è presto detta, poiché Mahnkopf vuole creare qualcos'altro: il depotenziare le strutture e congegnare una complessità musicale dal punto di vista delle angolature, sono rimedi necessari per accogliere un diretto accesso all'edificio di Berlino. 



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