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giovedì 27 ottobre 2016

Poche note sull'improvvisazione italiana: circoli di resistenza culturale


"...Il filosofo interdisciplinare è quel tale che ama se vautrer nel più fetido lerciume consumistico. E il peggio è che lo fa con suprema voluttà e ovviamente dall'alto di una cattedra già da lui disprezzata. Non s'era visto mai che un naufrago incapace di nuotare delirasse di gioia mentre la nave colava a picco. Ma non c'è pericolo per gli uomini pneumatici e lui lo sa...."

Senza pericolo, Eugenio Montale 1976


In tempi in cui siamo circondati dall'abbondanza di falsa moralità anche la musica soffre di una vera crisi d'identità. Quello di cui si avrebbe più bisogno è sparito o è merce rara e mancano le ragioni di un appello ad una musica informata: quei mostri del sapere annacquato che Pasolini o Montale (nella citata poesia) avevano preventivamente elaborato come figure sacrileghe, assumevano un risvolto certamente politico, sorgendo sagacemente in un momento in cui non se ne prefigurava la portata. Nella musica un ingrato e simile compito è toccato a Luigi Nono e alla composizione comunista dell'epoca, mentre per ciò che concerne le evoluzioni e gli approfondimenti legati alle possibilità reali di una comunanza interdisciplinare tra arti non si può fare a meno di ricordare almeno Luciano Berio e Sylvano Bussotti. In tempi in cui si producevano i primi innesti con la composizione, anche gli improvvisatori sono rientrati in questi meandri vischiosi, dominati dalla scure della cancellazione del ricordo storico e basterebbe pensare all'importanza che proprio il nostro Paese ha rivestito negli esperimenti del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza (Evangelisti, Guaccero, Macchi, Morricone, Bertoncini, etc.).
Mi sembra di poter rinvenire ancora una coscienza marxista non ancora sopita e in questa puntata ho cercato di mettere assieme alcuni prodotti musicali dell'improvvisazione strettamente imparentati con coloro che dell'idillio del far bene culturale ne stanno facendo anche una necessità artistica. Con una squadra del genere vinceremmo qualsiasi Olimpiade musicale.

Il laboratorio polifunzionale di Blutopia che si trova a Roma in via del Pigneto non è solo il luogo dove il clarinettista Marco Colonna e il flautista Massimo De Mattia si sono incontrati per una session improvvisativa il 28 aprile scorso; la zona del Pigneto ha anche sua storia intensa ed emotiva. Tutta l'area urbana del Pigneto è stata durante la seconda guerra mondiale una delle sedi in cui si organizzava l'azione antifascista e per questo motivo ha subito una pesante rappresaglia, fatta anche di bombardamenti; ha ospitato la rivolta brigatista, ha costituito un punto di fuga grazie alla vicinanza dell'acquedotto alessandrino, ha suscitato l'interesse di molti registi nell'usare la cinepresa per i loro films (Rossellini, Visconti, Pasolini, etc.). Detto questo, l'incontro tra Colonna e De Mattia in "Blutopia" non poteva essere che energico e non sussidiario: non so quanta materia creativa scatti nella mente dei due musicisti a causa dell'ambientazione (sia riguardo alla vitalità e al passato del quartiere romano, sia riguardo alla vivibilità emotiva dello spazio musicale dedicato nei locali), ma sta di fatto che si resta impressionati dalla forza e dalla fluidità delle soluzioni adottate: la musica può dare delle risposte precise su ciò a cui mira e in Blutopia un'orecchio attento non potrà fare a meno di carpire che queste risposte viaggiano a mille nell'universo espressivo di Colonna e De Mattia. Si è sintonizzati su tutto come in una astratta sinfonia dove ognuno si perde con le proprie affermazioni, ma restando sulla stessa strada del cammino: si incastonano un flauto leggiadro, scintillante e propositivo con un clarinetto che bolle come un fluido liquido in una provetta chimica. Si formano così mille immagini che usano pernici del ricordo come messaggeri, immancabilmente culturali, che donano un fascino misurato sulla bravura immensa dei musicisti. I 12 minuti di Torpittagnara Crossroads o i quattro minuti infuocati di Pigneto Pastoral Scene sono meglio di una descrizione orale, lanciano un'atmosfera intrigante, progressivamente si accendono con aumento delle dinamiche e con climax ortodossi ma efficacissimi. Quello che è un incontro fruibile semplicemente con un click ad una pagina bandcamp, è materia che entra nella cerchia dell'eccellenza di quanto di meglio si sia fatto in Italia nella libera improvvisazione degli ultimi vent'anni.

Ritorna con un disco interessantissimo il percussionista Sergio Armaroli: stavolta Sergio si avvale del contributo paritetico del trombonista Giancarlo Schiaffini, che diventa co-protagonista delle vicende musicali (qui il trailer del doppio cd che assolutizza l'impianto umorale delle composizioni). L'idea si incentra su una sorta di filosofia matematica che mette dentro pezzi diversi: Leibniz congiunto con i vettori, una triade di autori (Thomas Carlyle, Andy Hamilton ed un inedito Mazzini saggista musicale) che interseca una matrice di valori, l'aritmetica dei comportamenti di Joe Morris aperta ad un eclettico panorama di sviluppo della musica.
La materia d'indagine è basata sugli intendimenti di due autori contemporanei della musica:
1) le Micro exercises del compositore Christian Wolff, ossia una serie di miniature per formazioni aperte nel numero degli elementi, in cui l'informazione della partitura impone un'eterofonia delle risposte, paventa silenzi ed attacchi, ma lascia ai musicisti un'ampia libertà di movimento nell'esecuzione. In sostanza una forma di chamber music libera ed adiacente alla personalità dei musicisti;
2) i More Exercises di Giancarlo Schiaffini, 6 pezzi di un secondo cd, che regalano delle bellissime invenzioni compo-improv del musicista romano.
In Micro e More Exercises Armaroli, diviso tra vibrafono, marimba, glockenspiel ed altri strumenti percussivi, si prende l'onere di fornire una visuale jazz-oriented degli esercizi di Wolff e Schiaffini, lavorando assieme ad una sezione ritmica in linea (Marcello Testa al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria). Si lavora dunque ad un risultato di sintesi globale, alla formazione di "quadretti" musicali in cui ognuno ha un compito ben delineato; ma anche quando il jazz si fa da parte per dar posto ad un'ambientazione più acustica, si riesce a trovare un dialogo strutturato tra le parti, giocato su contrappunti arditi e senza misura, che mettono a nudo tutto il potenziale comunicativo degli strumenti. Armaroli da tempo porta distinzione nel mondo del jazz e dell'improvvisazione, ritenendo quest'ultima la futura, vera estensione del concetto di arte e Micro e More Exercises ne contiene tutta la sua portata; inoltre data la scarsità di rilevazioni discografiche che caratterizza gli esercizi di Wolff (a dispetto della larga diffusione nel repertorio), è un'occasione per farsi un'opinione (anche interpretativa) su questa tipologia di relazione tra musicisti che tanto affascinò Wolff stesso. Quanto alla seconda parte su base Schiaffini, oltre ad acclarare la bravura del musicista, si rimarca la convergenza con gli esercizi di Wolff grazie alla penetrante comunicatività rilasciata dai suoi studi e a quegli impliciti idiomi matematici su cui fondare le angolazioni musicali. Qui si tratta di real time music con un oggetto che regge ideologicamente una sorta di ponte tra le antichità e un futuro di cui oggi non si possiedono le armi giuste per carpirlo: questi esperimenti da laboratorio subodorano una messa a fuoco tra due grandi poli dell'espressione temporale, proiettati verso una loro fusione: da una parte quell'aspetto che Wolff curò implicitamente nei suoi esercizi, quell'antropologia dettata dalle tessiture polifoniche dei pigmei del Ba-Benzélé (una traccia che autorizzò Cage a parlare di musica classica di una civiltà sconosciuta), dall'altra spalanca le porte ad un nuova era dell'improvvisazione o composizione, che adotta come regola estetica portante quella dell'imperfezione, cercando nuovi segnali.

Un forte connotato poetico viene dalla musica della pianista e pittrice Silvia Corda e del suo partner contrabbassista Adriano Orrù: il ruolo contemporaneo degli strumenti nonché l'attenzione riposta a singoli oggetti che accompagnano la perfomance, esaltano quello spiazzamento neurale che abbiamo conosciuto nella musica colta: con Paulo Chagas a sopranino ed alto, Corda e Orrù (come Palimpsest trio) hanno registrato un lavoro lo scorso anno intitolato "Stanze", musiche ideate dalla pianista cagliaritana per commentare le tele della pittrice Donatella Pau; si trattava di raffigurazioni di donne lignee, ispiratrici di un commento alla figura femminile materna; non solo. La titolazione implica anche un'equivalente trasporto nel campo letterario, un tentativo di esprimere con l'improvvisazione libera quelle isole apparentemente senza suono delle poesie o dei racconti (l'ambito della stanza nella letteratura è un tema ricorrente, così come speculare si presenta la rappresentazione di un Blank verse o di una Coplas). La registrazione fatta a casa di Silvia a Monferrato non rende giustizia a qualcosa che con un ambiente ad hoc avrebbe reso sicuramente meglio: coloro che hanno visto suonare la Corda od Orrù dal vivo avranno probabilmente una prospettiva più focalizzata (vedi qui un estratto del trio con aggiunta di Simon Balestrazzi all'elettronica presso la Scuola civica di San Sperate o per una qualità migliore dell'audio, qui un'esibizione del duo a Cagliari nell'aprile del 2013). Le tecniche non convenzionali si uniscono ad un suono pensato, tra flussi e stop calcolati ad arte nella loro emotività di contenuto ed arricchito dai tonfi degli strumenti o degli aggeggi (anche un toy piano), che in definitiva conducono a quelle intriganti prospettive sul lavoro dell'improvvisazione già aperte nel resto d'Europa. Questi improvvisatori sono ideali per riempire in maniera eccellente qualsiasi festival di arte contemporanea che si voglia organizzare.

Tra le registrazioni misconosciute ed elitarie della Objet-a di Gianni Gebbia, c'è anche un piccolo capolavoro di arte musicale ingaggiata tra la poesia, il reading e la struttura visuale. Parlo di Sandro Penna: letture al saxofono del sassofonista Claudio Lugo. Allievo di Bussotti, Lugo ha sviluppato una idea di composizione-improvvisazione unica, in cui la poesia è parte integrante della partitura e le fasi improvvisative sono esacerbate nel loro antagonismo da alcuni espedienti non convenzionali: nel lavoro digitale che vi sto segnalando Lugo si avvale delle poesie di Sandro Penna, un leggendario poeta italiano, da molti considerato un avanzatissimo impressionista della poesia; mentre la parte normale prevede che alcuni avventori precedono o seguono la sua performance recitando i versi, quella non convenzionale si realizza quando Lugo immerge il sax in una vasca da bagno. Dice a proposito della sua ricerca lo stesso Lugo: "...da tempo sto esplorando questa relazione sonica tra interni ed esterni con l'aiuto di microfoni/microscopi che mi permettono di amplificare e rendere udibili tutti i micro-suoni prodotti al confine, dividere/unire il corpo del musicista dallo strumento, i suoni organici da quelli inorganici, le vaporizzazioni dai suoni vitali...". Una sperimentazione che non allontana di un millimetro dal magnetismo profuso dalla proposta complessiva (vedi qui il video di Io vorrei vivere addormentato).

Da un'idea di Andrea Bini nasce il progetto del Sestetto Psicogeografico: 5 strumentisti ed una voce che evocano il situazionismo e i collegabili aspetti del movimento Fluxus. Oltre a Bini che suona piano e mandolino, il sestetto conta Sergio Fedele a clarinetto e flauti, Nicola Mazzoni al contrabbasso, Enrico Caimi alla batteria, Davide Negrini alle percussioni e Yumi Anryu alla vocalità. In attesa che il progetto possa espandersi a tre voci, la registrazione di cui dispongo grazie all'amico Fedele, è quella di Wabi Sabi, un trittico di composizioni istantanee registrate nell'autunno del 2012 nella chiesa di San Pietro a Gazzuolo. L'intento è quello di creare un effetto psicogeografico simile alle derive artificialmente costruite dai lettristi o dai situazionisti a proposito degli spazi urbani o ambientali, utilizzando gli stessi mezzi di transito: la percezione alterata dello spazio, l'importanza e la novità dell'atto creativo, la riduzione del linguaggio ad un sistema di segni senza forma. La titolazione, d'altronde, rimanda anche alla concezione del mondo orientale che sostanzia la bellezza ovunque sia possibile instaurare una sobrietà esistenziale: in tal senso le dinamiche musicali dominate dalla libertà e casualità dell'espressione, nonché dalle fasi di contrasto caratterizzate dalle pause e dai silenzi, rimandano ai principi delle transizioni delle opere di Cage. E' proprio nell'agganciarsi ad una sintesi di purezza che risiede lo stile distintivo ed accattivante di Wabi Sabi, che manda nell'aria dei rari e concreti segnali di vita valevoli erga omnes e che prescindono dall'appartenenza a qualsiasi religione.



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