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domenica 3 luglio 2016

Poche note sull'improvvisazione italiana: Gianni Gebbia

Una delle motivazioni con cui si spiega l'impoverimento qualitativo della musica odierna è legata alla riscoperta del suo valore creativo, individuato in un'idea essenziale e nelle sue modalità di realizzazione artistica; a ben vedere una funzionalità che può trarre spunto anche dai legami della musica con la letteratura, la filosofia e in generale le altre arti non musicali. E' un beneficio che non solo crea una linea di demarcazione tra ascolto della musica passivo e attivo (l'audience più generica si accontenta del fattore musicale senza particolari collegamenti), ma eleva le capacità cognitive di coloro che sono in grado di coltivare i significati musicali oltre la loro dichiarata veste formale.
Quanto alla filosofia, nella seconda generazione di musicisti improvvisatori, l'Italia ha vissuto un'eccellenza: in quella Sicilia che tutti dovremmo conoscere meglio, il sassofonista Gianni Gebbia è riuscito nell'intento di coniugare gli sviluppi tecnici del jazz e dell'improvvisazione libera con la ricerca filosofica in un momento in cui si stava espandendo in Europa la lezione di Evan Parker da una parte e le combinazioni etniche dall'altra: se in merito all'improvvisazione Gebbia precorse molti dei sentieri che individuarono l'esplorazione e l'espressione dello strumento, tanto da meritare di avere un posto in vetta accanto a mostri sacri come Ned Rothenberg e Jon Gibson, riguardo alla formula pan-etnica ne propose una inarrivabile, frutto di una sorta di reflusso musicale del ricordo permanente, in grado di trasportare l'ascoltatore, attraverso la particolare direzionalità dei suoni e degli arpeggi, in uno sconfinato territorio temporale onnicomprensivo, in cui giustificare la presenza del jazz, della tecnica improvvisativa e della melodia popolare. Non fermandosi ad un mero incastro di elementi, Gebbia ha profuso una formula "universale" di improvvisazione, che è una lega della sua preparazione, che abbraccia le saggezze e le rivelazioni che hanno attraversato millenni di storia dell'uomo: una formula molto più che letteraria, posta a presidio di un'ampia visione del mondo, delle sue variabili (comportamenti, religioni, etc.) che non può fare a meno di considerare coloro che si sono distinti in modo acritico nella storia delle scienze e delle arti. Gebbia costruisce un contenitore in cui confluisce tutto, senza conoscere confini di spazio geografico o temporale: fu logico, dunque, che personalità del suo genere non potessero fermarsi naturalmente all'esperienza dislocata in casa propria e perciò Gebbia, dopo aver passato molto tempo negli Stati Uniti, ha cominciato ad avere un polo fisso in Giappone, una terra in cui restano strettissime le congiunzioni di pensiero e le affinità di una logica musicale che trasmette la conoscenza di ambienti musicali ancora inesplorati dalla critica.
Ci sono molti modi per ascoltare Gianni: i suoi cds, le visualizzazioni mediatiche e oggi anche il download diretto tramite la sua etichetta discografica, la objet-a, che ha scelto di diffondere la musica tramite il mezzo informatico cosciente della fine/polverizzazione del collezionismo su supporto fisico: Gebbia ha ricondotto lì parecchi suoi lavori del passato (anche introvabili), nonché dato spazio ad alcune splendide meteore del panorama musicale italiano ed estero (si va da Claudio Lugo e le sue letture al sassofono fino ai cellisti sperimentali orientali), ma è indubbio che la qualità artistica delle sue opere non è mai scesa di un centimetro rispetto ad uno standard abitualmente molto alto e il mio consiglio (per quelli che non l'hanno fatto ancora) è quello di un repechage globale della sua carriera, anche discografica. 

Il trio di lavori recenti che qui vi segnalo dell'artista siciliano è consolidamento stilistico e apertura verso nuove soluzioni allo stesso tempo: qui tratto del secondo episodio del progetto elettroacustico semi-berlinese di Cupis, condotto assieme a Giovanni Verga e con i video di Sara Picco e di altri due lavori solistici, ossia Panopticon del 2013 e Neoplatonic Soprano, pubblicato a febbraio di quest'anno. 
In Avoiding the sun del Cupis vengono impegnati i regni subdoli della musica tramite l'utilizzo dell'elettronica e delle immagini a supporto: è senza dubbio un passo avanzato nelle esplorazioni di suono di Gebbia, in un momento in cui si rende sempre più indispensabile ricercare nuove spiegazioni emotive dei suoni. La titolazione potrebbe far intendere una dimensione attuale della nostra vita ma forse si chiede anche un resoconto all'universo; evitare il sole significa vivere la notte e se ci pensiamo bene significa rifiutare l'energia del sole in un modo quasi congenito, dato che l'universo in cui risiediamo è fondamentalmente buio; d'altro canto Gebbia solleva indirettamente la verifica di una riflessione spirituale incredibilmente fondata su metodi scientifici. La figura di Roberto Grossatesta, vescovo e scienziato medievale, potrebbe essere qui richiamata più volte a causa della geometria della luce e delle spiegazioni ottiche (Circumferencia nusquam e Nystagmus). 
Lo scambio informativo si realizza tramite la simulazione artistica: Giovanni Verga, musicista residente a Berlino a cui viene demandato il compito di impostare l'ambientazione musicale, lavora su umori da navigazione spaziale o quantomeno egli potrebbe accompagnare il lavoro delle equipes nelle agenzie spaziali che sovraintendono alle avventure degli astronauti; quello che sembra inaccessibile per la musica poiché riservato solo all'elettronica, diventa accessibile grazie alle ricerche di Gebbia, che lavorando su note estemporanee, arpeggi definiti nel loro timbro o compressioni del soffio, dimostra l'interscambiabilità delle due possibilità, quella oggettiva costruita sull'elettronica e quella soggettiva basata sulle tecniche improvvisative. In Avoiding the sun c'è una specie di filtro gigante che fa passare il suono dell'universo, una concezione cosmoteandrica basata sull'armonia del Celeste che sembra voler approfondire le tesi antropomorfe portate in vita da Coltrane. Questa sorpresa viene coltivata anche visivamente tramite le configurazioni "brillanti" di Sara Picco, un'emersione di punti e linee di luce che talvolta simulano l'azione delle stelle, di un sole in movimento o costruiscono il dna di un processo organico di legami e relazioni il cui dettaglio mobile e liquido è conseguenza del lavoro fatto su sovrapposizioni che comunque sfruttano il contrasto luminoso (oltre ad Avoiding the sun si noti il contributo di Antisfera).

Panopticon fa confluire su alto e sopranino la costruzione ideologica di Jeremy Bentham, che a fine ottocento concepì un piano per esercitare il massimo controllo visivo sui carcerati dei penitenziari: la costruzione di una posizione architettonica posta nell'edificio in modo da controllare tutto senza che i controllati possano accorgersi di tale controllo, fu un irreprensibile modalità di esercizio di espansione delle funzioni di controllo della mente altrui. Il fascino di quella costruzione fu ripreso nel tempo attraverso altre installazioni tant'è che Gebbia fornisce in cover quella suggestiva di Haslingden in Inghilterra. In Panopticon Gebbia trova aiuto oltre che nelle sperimentazioni del suo sax, avvolte nel solito intrigo tra improvvisazione e camuffamento etnico, anche in una Buddha machine e alcune basi elettroniche. La bellezza di unire le prelibatezze dei risultati delle tecniche circolari di respirazione (Castorp o Clone), della frammentazione haiku-style dei brani, dei travestimenti melodici dei canti dei pescatori siciliani (i due Alavò) o dei toni degli avventori dediti alla vendita dei giornali fatta per strada (Vanniata du Giornale di Sicilia) che si confrontano con le sincopi degli aggeggi elettronici è un unicum aurale che procede senza limiti; è ancora lo svolgimento temporale determinato dalle vicende musicali, così come sono impostate, che colpisce la globalità dell'ascolto e in questo caso sembra emergere anche una voluta vicinanza sonora con le sindromi musicali barocche (Monsieur de Sainte Colombe e la sua prodromica attività sulla viola da gamba ispirano Sevillana che non si rapporta al sax ma alle basi) e romantiche (Chopin inserito in collage puntellato da scarti in Chopiniana). 


Quello che sfortunatamente sta vivendo la civiltà odierna sembra un ricorso di quanto appreso dalla storia: in particolare, lo sbandamento di identità che sembra essere il motivo principale dei rischi di una presunta disgregazione dei valori e della cultura del mondo occidentale, ricalca la nascita della filosofia interpretativa del Neoplatonismo profusa da Plotino nel terzo secolo, nelle more della disintegrazione dell'impero romano: le miscele convulsive determinate dalle religioni orientali e dalle migrazioni barbariche posero il problema di recuperare la coscienza (e salvare l'anima) e Plotino cercò di farlo invocando anche la purezza e l'intuizione della creazione artistica come specchio della presenza divina. 
Neoplatonic soprano si compone di 14 frammenti dedicati a personaggi ed aspetti di un'antichità che potrebbe quindi rinascere e musicalmente intrecciano una trama attiva ed ancestrale, in cui accanto alle evoluzioni dei soprani debitamente esplorati compare anche un flauto shinobue e poca elettronica specificatamente pensata per l'uso; è un'attestazione di quello su cui Gianni lavora, diviso tra recuperi di eredità (affascinante il vagheggiamento ricavato da Corpus Lucidum, la confluenza sonica di umori di rappresentanza diversa presente in Uji o la modernità di Moutoniana, in cui il suono semplice del liuto di Mouton fuoriesce da un minispeaker inserito nel corpo dello strumento entrando in collisione con le palpitazioni della tastiera del sax) e illusioni polifoniche (tanti gli episodi qui presenti che lavorano come sub-parti dello stesso tema). I soli 6 minuti di Filoneichia testimoniano la consapevolezza di come muoversi nei labirinti dell'espressione improvvisativa, con inserzioni di note spurie che si intromettono incredibilmente su una struttura che è di fatto, comandata dal fiato.
Neoplatonic soprano trasuda voglia di cambiamento, applicazione di un nuovo ed intelligente ordine universale, che esprime anche timore per il completamento dell'opera. Si può benissimo affiancare per qualità ai suoi tre soli storici (l'omonimo del '85, Body Limits e H Portraits) che nascevano naturalmente su presupposti diversi e, assieme a Panopticon, celebra le vicende di un musicista enorme nel panorama musicale dell'improvvisazione di tutti i tempi. Questi lavori stimolano la mente e il cuore: le mie note sono solo una parte delle relazioni richiamate dalla musica di Gebbia, una musica che resta comunque sovrana e propedeutica all'ingresso della scoperta culturale.



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