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domenica 1 maggio 2016

Suoni della contemporaneità italiana: canti senza parole e conversazioni con le cose


Chi siete?
(Sei tu l'ombra?)
la vastità paurosa e vuota
(su questo spesso da sveglio ho riflettuto)
Dispensami dal tempo, dal quale sei sfuggito
(noi soli passiamo su tutte le cose passiamo)


da Die Art des Meinens, III° parte, Fiorente Fanciullo

Nella prima raccolta monografica dedicata al compositore Stefano Bulfon (1975), incisa per la Stradivarius, si ha un quadro esaustivo delle proiezioni che compongono l'oggetto di studi del compositore: se mi permettete una metafora, la musica di Bulfon è l'introversione di una voce della coscienza che visualizza le cose del mondo e che a volte si esteriorizza assumendo le forme del canto, un canto vissuto nell'intimo, in definitiva un "canto senza parole". Questo flusso criptato nelle note musicali ricorre sempre come un amico inseparabile: fate già caso alle prime note pianistiche cascate di Il primo libro delle stanze, che sembra che dicano "chi c'è qui?"; sono ritratti di esperienza vissuta ed impostata sulla capacità di trasferire un pensiero al piano o ad altro strumento. Stilisticamente la formazione di Bulfon passa molto nei territori moderni di Boulez o soprattutto Barraqué, ma con un grado di dolcezza maggiore, un ricorso alla linea storica francese ante-Boulez; c'è una espressione incredibile che il piano coglie, tra timidezza e scoperta. Un formidabile modo subdolo di indicarci cosa si trova in quelle stanze. Il legame interiore si intravede nella stessa lunghezza d'onda nel Le temps est un fleuve sans rives, dove il consueto trasporto a grappoli di note serializzate si adopera assieme ai tempi di intervento per creare una sospensione, l'ebbrezza della sensazione di un flusso musicale senza memoria, ma pervade anche il rapporto con l'elettronica che Bulfon ha approfondito all'Ircam di Parigi: in Not any window, viola ed elettronica, si vive in uno spettro musicale quasi cavernoso, sensazioni divaricate che lavorano in uno spazio oscuro ma aperto alla riflessione. Le accentuazioni create dalla partitura sono ventagli sonici giocati sulla risonanza, un pò come porte metalliche che si aprono alla scoperta, con netto stridore di fondo.
D'altro canto la qualità psicologica di Bulfon si intravede a maggior ragione nelle composizioni in ensemble: prendete Il rovescio del sublime, una composizione straordinaria se rapportata anche al suo significato: cosa può esserci come contraltare del sublime? Una situazione incresciosa o deprimente? Bulfon non vuole rappresentare il contrario, ma ciò che resta di esso dopo la sua manifestazione, ossia il gran senso del vuoto. Il Divertimento Ensemble di Sandro Gorli qui fa i miracoli: ottoni pronunciati (tromba e trombone) lanciano quasi una dimensione improvvisativa, ma sono probabilmente i protagonisti di questa rappresentazione al contrario del sublime che vive sui generis di una telegrafica serenità. Studio di trasparenze e sopratutto Die Art des Meinens equilibrano lo stile di Bulfon con la formazione letteraria greca: si avverte quasi sotto pelle l'ammonimento dei filosofi, si tratta di inserzioni compositive che si intromettono come anatemi nella struttura straniante e rigorosamente moderna della musica. Una musica, quella di Bulfon, su cui rimuginare con gli ascolti, per cogliere i segreti che io brevemente vi ho indicato.


Patrizio Marrone (1961) fa parte di quella corrente partenopea che da tempo reclama una sua importanza nell'ambito di quella che viene definita come avanguardia musicale italiana. Al riguardo, si fa presente come sia già in atto una rivalutazione: compositori come Luciano Cilio o Girolamo De Simone (tra i molti) sono stati fautori di una musica che ha cercato di creare controcircuiti con l'originaria formazione classico-contemporanea; si attingeva al patrimonio usuale e alla musica americana (anche popolare), con la volontà di lavorare su modalità surreali e nostalgiche ed abbattere le "frontiere" di genere. A dire il vero non tutte le ciambelle sono uscite con il buco e la sensazione è stata che gran parte dei compositori napoletani abbiano spesso dovuto virare verso dei compromessi dettati da altri argomenti, accettando il dilagante e pericoloso panorama del neoclassico che ritorna in qualche modo nel tempo; la raccolta monografica che omaggia Marrone, comunque non si evolve in questa prospettiva ed è totalmente concentrata sulla contemporaneità: il cuore di essa è rappresentato da cinque "Conversazioni" delle cose senza nome, composte dal '94 al 2014, le prime tre per piano solo e le altre due per violino e chitarra in solo, scritte con ottiche diverse, dando risalto alla bravura degli esecutori che devono essere in grado di mostrare gli aspetti determinanti della partitura (Ciro Longobardi al piano, Daniele Colombo al violino, Antonio Grande alla chitarra acustica); personalmente sono stato più colpito dal lavoro del flauto dolce di Non è una carezza, una composizione affidata a Tommaso Rossi, che terrorizza le estensioni dello strumento fornendoci un'incredibile scossa dell'attenzione, avvicinando con i mezzi giusti quelle strutture aperte della composizione che sono sempre state un cavallo di battaglia del movimento partenopeo (forse qui, in aggiunta ed in positivo, è possibile scorgere anche un pizzico della burla carnevalesca napoletana). 


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