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venerdì 12 febbraio 2016

Mark Barden e i decadimenti musicali dei monoliti


A chi proclama la morte della "contemporanea" sarebbe opportuno sottoporre alcune composizioni di Mark Barden (1980), ultimo vincitore dell'Ernst Von Siemens Prize. L'americano, residente dal 2004 a Berlino, è un portavoce della tematica dell'estetica del failure, in una modalità diversa da quella conosciuta sinora nelle esperienze della new complexity o in quelle di Sciarrino. Rispetto alle prime Barden non ha voglia di enfatizzare le difficoltà della partitura e provocare l'alienazione dell'esecutore, quanto la volontà di raccogliere informazioni nuove nei momenti complessi dell'esibizione, non certamente in funzione di un superamento tecnico del musicista. Rispetto a Sciarrino, poi, diverso è l'oggetto del "fallimento" laddove il compositore italiano lo intravedeva in quegli spazi-interstizi tra la realtà sonora che decade e il silenzio propedeutico ad una ripresa dei suoni: per Barden il fallimento va cercato in quella condizione di vulnerabilità di fronte alla quale si trova il musicista e l'ascoltatore quando la musica è in grado di far perdere il controllo dei sensi; tessiture dense, monolitiche, strutturalmente ipnotiche o febbrili, possono provocare quelle grandi incertezze che sono comunque "ascolti".
"Monoliths" raccoglie 6 composizioni che si pongono ad un livello qualitativo altissimo sia per tecnica accademica che per trasporto emotivo; già le prime note di A tearing of vision sono un immediato porsi all'attenzione. All'albore del pezzo orchestrale, il registro alto del pianoforte spara in solitudine delle note senza un preciso ordine ritmico, tagliando lo spettro acustico in potenza, e creando una similitudine con il suono di bottiglie che si spaccano; tale congettura precede il graduale intervento degli elementi dell'Ensemble Intercontemporain, che pian piano si accoda ad un meraviglioso ambiente surreale, in cui sembra che ognuno gridi al pericolo. E' qualcosa che si sviluppa in undici minuti e che ad un certo punto vede l'orchestra (tesa ad un controllato sostenuto bombastico), volerci indicare un trascinamento, un immagine di soccorso, una relazione subdola di elementi reali. 
Sulla linea ideologica delle sperimentazioni di Sciarrino si muove invece Chamber, un pezzo a tre voci maschili che si inerpica sulle possibilità estreme della vocalità, quella sgradevole, che deriva da colpi irregolari della voce, soffi sulla microfonazione, fiato compresso da una respirazione costretta, bisbigli, e così via. Barden crea un tessuto ritmico al limite delle capacità dei cantanti, dimostrando che c'è un'emotività anche ai confini della vocalità possibile, e ne cerca una latente sinfonia, tutta da esacerbare, nel loro coordinamento. Strabiliante quello che Burden riesce a ricavare dalla sua voce e da quella dei due cantanti untrained dell'Ensemble Forma Leipzig (vedi qui un'esibizione completa dell'Ensemble in cui però Barden cede il suo posto nel canto). C'è gran parte della sua filosofia compositiva in questo lavoro.
Il Klangforum Wien dà il meglio di sè in Flesh/Veil, una caotica passeggiata che potrebbe accompagnarci per le strade impervie delle alienazioni della Divina Commedia o anche nel ritaglio psicologico di un viaggio in treno. Ma la sensazione di un "cammino" si avverte anche nella pianistica die Haut Anderer, in cui l'armonizzazione seriale è al servizio di clusters in movimento e di un botta e risposta che si ricrea sulla tastiera, quando ad un certo punto un la bemolle si conficca nell'ascolto come un martelletto pneumatico per oltre cinque minuti. Nicolas Hodges è naturalmente perfetto e spiace non verificare perbene l'opzione video che accompagna la composizione (sulla rete è caricato comunque un video che dura qualche minuto, vedi qui).
Una delle realtà compositive migliori dalla terra tedesca degli ultimi anni.



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