Translate

martedì 22 dicembre 2015

Poche note sull'improvvisazione italiana: sulla poesia del jazz


Un dibattito sostenuto dalla direzionalità delle similitudini tra jazz e letteratura si muove sulla capacità della musica afro-americana di suscitare le identiche sensazioni che si potrebbero avvertire di fronte ad un racconto di Heminghway o ad un sonetto di Sheakespeare: senza essere convertiti ad un senso forzato dalla titolazione, è nel carattere dei suoni che si devono trovare corrispondenze. E' una circostanza di cui però non si conoscono o non si definiscono confini precisi: come relazionare il jazz con variabili che oscillano tra l'interpretazione soggettiva e la base (al contrario) oggettiva dei ritmi e delle cadenze di tanta letteratura, in modo da poter comporre una sensazione specifica autonoma? Una sincope del linguaggio o la forma stessa del linguaggio può essere usata per ritrovare suoni di ascendenza boppistica o modale, lasciando poi agli studi psico-acustici il problema della loro catalogazione e dell'efficacia erga omnes. Franco Bergoglio in un interessante articolo apparso sul Manifesto nel 2013, indicava come negli Stati Uniti ci siano addirittura delle organizzazioni che curano il senso della poesia: la rivista Brillant Corners di Williamsport in Pennsylvania, è un esempio di come andare a trovare i legami con la musica, ma in verità gli stessi legami sono stati oggetto dell'interesse di molti autori che certamente non hanno remato verso una piena solidarietà della ricostruzione delle idee. Ciò che emerge in sostanza è l'inconciliabilità di una forma specifica di legame tra il jazz e la letteratura che si attraggono in dimensioni talvolta parallele, talvolta sovrapponibili.
Voglio prendere in considerazione due buoni esempi di traslazioni poetiche in Italia, individuabili nelle recenti prove discografiche del sassofonista Ivan Valentini e della famiglia Piana, l'una diretta, l'altra indiretta.
Di Ivan Valentini si sa della sua arte di far funzionare le note, ma con lui c'è il rischio di fraintendere. In una carriera piena di collaborazioni, Valentini ha registrato pochissimo e solo nel momento in cui era probabilmente colto dall'ispirazione; con il jazz nel dna delle sue impostazioni, non ha mai avuto l'arrogante pretesa di fornire degli impossibili canovacci di novità da offrire alla musica, ma la dimensione più stimolante è stata raggiunta quando il sassofonista soprano si è immerso in una luccicante ricerca di punti di contatto con la poesia, la pittura e le arti figurative. E' una particolarità che purtroppo è stata profusa ad intermittenza, una caratteristica che Valentini ha avuto da sempre in serbo fin dall'esordio nel '92 di Paz (Splasc(h) R.), in cui la dedica al fumettista Andrea Pazienza era una manifestazione programmatica di intenti. In questo e in altri casi Valentini sostenne una sua personale configurazione di Coltrane o di Lacy in cui si invitata l'ascoltatore a riflettere su due livelli, uno prettamente musicale dettato dalla direzione dei suoni e l'altro introspettivo, teso a scoprire ulteriori trame nascoste. In entrambi la scala improvvisativa è un mezzo indispensabile di conduzione. La stampa ha colpevolmente sottovalutato il messaggio di Valentini, poiché nella fretta di dover dare un giudizio, si è soffermata solo sulle sensazioni superficiali della musica (quantunque sarebbe criticabile anche questa posizione) ma con Paz, La Casa Azzurra e più tardi con Il teatro impossibile, Valentini ha cercato di introdurre una visuale letteraria della musica che si nutriva delle armi che fecero importanti movimenti come il progressive rock o il downtown newyorchese, ossia la reiterazione implicita di un concetto di art music meno recondito di quanto si potesse pensare; se per molti è sembrato un esercizio semplicistico di jazz, per il sottoscritto la verità è che Valentini ha puntato alla costruzione dell'eclettismo della riflessione, ossia cercare di rendere praticabili le sue idee con una realizzazione ad assioma, al pari di una partita a scacchi in cui non si può individuare un vincitore certo fino alle ultime mosse. Oltre a Pazienza, Valentini ha commentato Pollock, la danza contemporanea, le poesie di Bertoni e Trebbi, dando anche l'impressione ad un certo punto di voler confondere le acque tra tendenze jazz e post-contemporanee. La prevalenza però fu accordata al jazz, oggetto del suo interesse in Slanting (2004) , la prima prova discografica a lui imputabile dopo 11 anni di pausa e in Light and darkness (2008), in cui Valentini divise la parte pigra di Lacy e Monk con pezzi di solismo free jazz incastonati in strutture che avevano qualità "compositive", dal gusto ordinato e dall'attrattiva melodica attuata in momenti diversi da quella reagente, come in un perfetto ritrarre della vita. Uno stile chiaro ma lontano dal rischio di una più profonda fusione, quella che colpiva fermamente nella prepotenza e nella chiarezza dell'afflato letterario del Il Teatro Impossibile, un compiuto prodotto di alienazione sociale; in quel periodo Valentini è vicino alla filosofia zen, alle poesie sussurate, all'uomo senza nerbo dei saulades di Sartre, e in generale a tutti gli enigmi che le arti sottopongono in maniera indissolubile nella loro lettura; con interessanti effetti di amplificazione Il Teatro Impossibile sembra gettare un ponte tra la poesia di Pasolini, il teatro dell'assurdo di Godot e le discipline "contemporanee" che il jazz avvicinò con gli ibridi esperimenti di Lacy.
Ivan ritorna in questo 2015 con l'autoprodotto quartetto di Rust and blue, con il chitarrista Luca Perciballi, il bassista Luca Cotti e il batterista Riccardo La Foresta, camminando su strade scomposte: suscita un pensiero intelligente, attuato con armi improprie e tratta Rothko e il nichilismo di Nietzsche con le scoperte dei Caravan o dell'America delle avanguardie di Zorn, rifiutando volutamente le rappresentazioni profuse dagli espressionisti astratti del jazz; prevale una più raffinata capacità di prospettiva che è nelle sue prerogative stilistiche. In Rust and blue la riuscita dell'opera è frutto anche delle evidenti sub-direzioni prese dalla chitarra di Perciballi, a caccia di continue modifiche in live electronics e del variabile arricchimento ritmico che accompagna le strutture e i temi robusti della musica: per Perciballi una dimostrazione di fantasia e una competenza che pochi giovani musicisti presentano in Italia, per Cotti e La Foresta una fondamentale esperienza sulle diversità ritmiche. Sebbene la robustezza delle strutture non garantisca l'immunità da un senso del mainstream (che peraltro qui ha una sua piena dignità), tuttavia è innegabile che i ricorsi storici avvertiti nel corso dell'opera abbiano culmini di qualità imprescindibili, così come succede nelle notevoli Slight glow o Song 3, in cui si riassume tutta l'essenza di questa moderna esperienza di Valentini e se ne avverte il talento. E' un concetto democratico di amalgama di gruppo che possiede un dilaniato senso della poesia, una triste libertà ottenuta energicamente con la forza della sopravvivenza; il quartetto costruisce a suo modo i vortici abissali che possono essere scrutati nei campi di colore magnetici di Rotkho, ma attrae tutta una risoluzione anche meno filosofica, quella della abnorme praticità dell'esistenza. Sogno e concretezza. 

Se Rust and Blue è una produzione moderna del sogno e dell'enfasi delle arti nel jazz, i due ultimi cds della famiglia allargata di Dino Piana sono un surrogato perfetto di quello che può essere una traslazione quasi naturale delle sincopi jazzistiche: attorno a Dino si è ricreato un supergruppo di musicisti guidato dal figlio Franco, trombettista e compositore in cerca di direzioni del tutto controcorrente alla modernità jazzistica. Oltre quel campanile: il jazz nella mia vita, il libro di Armando Brignolo dedicato alla biografia di Dino, c'è un capitolo che prende il titolo da una frase del trombonista che sintetizza la sua visuale musicale: "..ho sognato di suonare e suono per sognare..": se ci fosse letteratura che si componesse di estaticità, leggerezza del pensiero o romanticismo non gratuito, troverebbe nella famiglia Piana una piena corrispondenza. L'ensemble di Franco e Dino è una parata di valenti musicisti del jazz italiano (Pieranunzi, Bosso, Ionata, Ferruccio e Lorenzo Corsi, Bassi, Gatto e Rava) che spaccano le presunzioni di trovare amplessi statici o scontati di un'organizzazione musicale; in virtù di registrazioni impeccabili "Seven" e "Seasons" possiedono quelle qualità che ci hanno fatto amare il jazz delle aggregazioni della third stream (Modern Jazz Orchestra, Gil Evans, J.J. Johnson) e nel caso di Franco, di quel cool a spazio libero di Chet Baker: interventi calibrati e perfetti, melodie trasognate ma mai puerili che delineano paesaggi crepuscolari, scatti ed impeti che brillano di musicalità.
Questi lavori godono di una considerazione speciale, restano in loco come una nuvola che non scarica e a cui non potete chiederle dove va.


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.