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giovedì 3 dicembre 2015

Le modificazioni elettroniche di un set ritmico: Ikue Mori


Una delle qualità che certo non manca agli improvvisatori è quella del coraggio: dettato dalla libertà delle soluzioni e dell'esplorazione, il coraggio si esplica in vari modi e con diversi strumenti. La free improvisation della giapponese trapiantata a New York, Ikue Mori, è un esempio di quanto enunciato: dopo un breve e naturale periodo profuso con un set di batteria classica nell'esperienza dei gruppi alternativi di Arto Lindsay, questa musicista si presentò sulla scena downtown con una particolare predilezione verso le drum machines, in un momento in cui esse venivano usate da più parti e con notevoli discrasie di scopi e risultato. L'area di attrazione delle drum machines non aveva certamente una paternità dichiarata o modelli particolarmente importanti da poter essere seguiti, perciò il lavoro sull'aggeggio elettronico si rimetteva all'interpretazione dei musicisti che lo usavano. Mori si tirò fuori da uno sterile approccio alla materia con la presunzione di poter individuare melodie o principi armonici smussando i battiti implacabili della macchina. Circondata dalla protezione di Zorn e Frith i suoi primi lavori rivelano una personalità ancora divisa ed ispirata dalle oscurità, ma i risultati concreti arrivarono con chiarezza e senza oscurità all'incisione di "Garden", un cd che usava le drum machines molto meglio di tanti musicisti della pop music (pensate ai Cars) e in maniera abnorme rispetto alla vasta platea dei musicisti techno; nell'area ampia della free improvisation elettroacustica, Ikue faceva sicuramente un'ottima figura perché cercava di restituire alla macchina un'improbabile voce autonoma e lasciava intendere che fosse possibile creare delle vere e proprie tessiture trovate nel paziente lavoro di rimbalzo dei suoni. In quel periodo questa capacità unica di trarre profitto da semplici oggetti di suono inficiò con positività anche le collaborazioni con altri artisti, tra le quali si segnalano quelle con Diane Labrosse e Martin Tétreault in Ile Bizzarre e quelle con Dresser e Frith in Later; tuttavia ben presto la Mori si rese conto che la scommessa di un percussionismo a latere poteva essere meglio affrontato con l'avanzamento della tecnologia dei computers; Ikue si rifece il volto passando dalle difficili prese emotive delle drum-machines a quelle più complesse del laptop, nell'istante in cui comprese che certi approfondimenti abbracciavano una dimensione più vasta delle apparecchiature elettroniche fino ad allora utilizzate. Con queste premesse il laptop ha costituito il suo nuovo corso, un percorso che ha visto il suo apice nel 2005 con "Myrninerest", un lavoro di notevolissimo spessore, in cui la maturità delle soluzioni trovate attraverso il mezzo informatico si sposa con il fascino dell'argomento trattato: con l'aiuto della produzione esecutiva di Zorn, "Myrninerest" è un perfetto veicolo di compenetrazione subdola nei disegni della misconosciuta e visionaria artista Madge Gill, con una texture musicale che riesce a sviluppare quell'impronta visiva che appare nelle faccine femminili sguarnite e nei contorni geometrici che sembrano ragnatele, dei disegni della Gill; è un astrattismo sonoro che polverizza le convenzioni. Il lavoro al laptop è stato la costante degli ultimi 15 anni della Mori, la quale se ne è servita per le sue esplorazioni nonché come patrimonio minimo da mettere a disposizione dei suoi partners: particolarmente attratta dalle collaborazioni al femminile che dominano le aperture della scena improvvisativa recente, si ritrova spesso come un elemento ambiguo all'interno di formazioni in trio o in quartetto che risaltano un corso più jazzistico. Da questo punto di vista risulta quasi impossibile segnalare una registrazione di pregio, ma allo stesso tempo è impossibile anche non accorgersi immediatamente che è lei che sta suonando: quello stile di rimbalzi, pause e altri consunti sono un marchio di fabbrica che emerge in ogni istante.
I recenti progetti personali dell'artista sembrano comunque voler nuovamente ampliare la tavolozza degli strumenti e il raggio di azione: è quanto si deduceva da Class Insecta, un lavoro di qualche anno fa con annessa video-animazione e quanto si deduce da "In light of shadow", da poco pubblicato in casa Tzadik, due prove che si presentano come lavori di elettronica viva non semplicemente più vincolati alla creazione da laptop. Sebbene i temi non siano affatto secondari, questa recente impostazione della Mori deve fare i conti con una marea di interventi già effettuati: per uscire dall'anonimato sono necessarie manovre più consistenti e forse far riemergere quel coraggio che l'ha contraddistinta.

Discografia consigliata:
-Painted desert (trio con Robert Quine e Marc Ribot), Avant 1995
-Hex kitchen, Tzadik 1995
-Garden, Tzadik 1996
-Ile bizzarre (con D. Labrosse e M. Tétreault, Ambiances Magnétiques, 1998
-Later (con Dresser e Frith), Les Disques Victo, 2000
-Myrninerest, Tzadik 2005


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