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sabato 5 dicembre 2015

I giochi "semplici" di Elena Ruehr

A ben vedere anche nella musica classica esiste un muro della retorica e del trapasso emozionale; è ciò che distingue un capolavoro da un mediocre lavoro nell'esegesi del proprio tempo di scrittura. Spesso usiamo il termine modernità in maniera impropria, per definire qualcosa che è parte integrante del momento storico in cui viviamo ed invece moderno può essere anche un pezzo antico che ha caratteristiche tali da reggere a qualsiasi sbiancamento temporale. Nella pletora di compositori che hanno impostato la loro scrittura omettendo per scelta i territori scomodi e poco confortanti dell'atonalità e delle tecniche estemporanee, l'opinione è che l'individuazione di quel muro di cui si accennava prima sia essenziale per una loro distinzione: tra questi un buon esempio viene da Elena Ruehr (1963), una compositrice di Brooklyn cresciuta sotto Bolcom e Persichetti, la quale ha già avuto modo di ottenere riconoscimenti da parte della critica e la possibilità di effettuare registrazioni ufficiali delle sue composizioni. La fragranza e la bontà della scrittura viene fuori anche dalle sue parole, poiché con un indomito rispetto nei confronti delle antichità musicali, soprattutto del periodo barocco e semi-classico con tutto il suo bagaglio di innovazione (dal contrappunto di Bach alle sontuose orchestrazioni di Vivaldi), la Ruehr cerca di costruire un punto di sutura con l'attualità, senza ricorrere agli accorgimenti tecnici della contemporaneità, ma sfruttando quelli a disposizione già da tempo: intervenire su armonie o melodie può essere ancora un sistema per evitare di scavarsi la fossa se la partita si gioca sull'eleganza, sulla forza emotiva attribuita agli strumenti e su alcune evoluzioni di contrasto delle tecniche; è riappropriarsi della bellezza del suono del passato, catturando lo spirito atemporale della musica di Vivaldi, Scarlatti o Bach; la musica non ha confini se riesce a donare un'emozione non fallace attraverso la freschezza delle strutture, delle melodie o delle interposizioni tematiche con le altre arti. Sono questi i successi ottenuti dalla Ruehr in una marea di copie carbone, in un panorama produttivo in cui non tutto viaggia naturalmente sulla stessa lunghezza d'onda, ma dove l'invito all'ascolto è obbligatorio per Shimmer, una delle sue prime composizioni per string orchestra dove Vivaldi si sveglierebbe inorgoglito dalla tomba, una sponda che serve per introdurvi al suo universo musicale, in cui la parte string, sia in affiancamento all'orchestra sia nel territorio della chamber music, è curata benissimo. 
Quello che conta della Ruehr si trova in un cd fatto con la Boston Modern Orchestra Project di Gil Rose al top della sua forma, dove potreste trovare forte interesse anche per le misture narrative di Cloud Atlas (cello, arpa ed orchestra), un componimento che spinge alla lettura dell'omonimo romanzo di David Mitchell  (un testo diviso tra fantascienza, delocalizzazione narrativa e geografica) o per le O'Keeffe images, un omaggio musicale descrittivo in favore dei dipinti precisionisti di Georgia O'Keeffe (tra elaborazioni gigante di fiori e di realismo paesaggistico). Così come contano due composizioni da camera presenti in Lift, una compilazione di musica da camera da poco pubblicata per la Avie R.: in Adrienne and Amy (si, proprio Amy Beach e la sua biografa), il compito di rendere virtuosa una partitura, che stende un ponte tra il cameratismo inglese e francese dal novecento fino a Messiaen, viene affidata nelle mani della violinista Irina Muresanu e della pianista Sarah Bob; mentre in Scarlatti Effect, un piano trio che vede l'aggiunta della sua violoncellista preferita Jennifer Kloetzel ed Ethan Filner alla viola, scandisce un validissimo gioco di specchi con lo stile del compositore italiano, ottenuto tramite inconsuete manovre su note e armonie.



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