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domenica 25 ottobre 2015

Poche note sul jazz italiano: tra patafisica, spiritualità e scioccanti rimembranze


Secondo Alfred Jarry la patafisica è sempre esistita: la cosiddetta scienza delle soluzioni immaginarie è insita nella nostra vita ed è normale poterla sperimentare quando si prendono in considerazione le eccezioni delle sue leggi, osservando un mondo supplementare che estende il concetto della fisica stessa. Non sono in pochi a pensare che la teoria presentata da Jarry intorno al 1900 sia un antesignana di molti movimenti artistici: futurismo, dadaismo, etc. Musicalmente parlando, non sono stati moltissimi i tentativi di mettere musica questa articolata ed anarchica espressione: il più popolare di essi è stato quello compiuto dai Soft Machine nel loro Volume Two, in cui scandagliando al contrario l'alfabeto, ne davano una versione candida e fanciullesca che si scaricava in una splendida introduzione per la fortunata suite di Hibou, Anemone and Bear; tuttavia penso che gli stati di interessamento profusi da Robert Wyatt per la patafisica vennero superati dalla ricerca del compositore Andrew Hugill (1957), che studiò attentamente le sue caratteristiche per fornire un congruo modello di risulta al pianoforte: partendo dalle indicazioni non specificatamente idiomatiche della musica di Scriabin, Sorabji o di Satie (candidate dalla letteratura musicale a promuovere una certa identità nei risultati, quanto meno nel segno del mistero ironico e sinestetico), Hugill aggiunse le altre qualità del sentimento patafisico: l'umorismo latente ed il nuovo subconscio vennero riacciuffati con le tecniche della modernità, in cui un posto fondamentale veniva dato alle modalità acusmatiche utilizzate per spiegare la discendenza dell'uomo dalla rana (un'evoluzione del linguaggio fonemico che partiva dal pianto delle rane per arrivare alle articolazioni in frasi dell'uomo). Che io sappia in Italia, l'unico musicista che ha sposato la dottrina patafisica, trasferendo spesso il suo pensiero nella musica è il sassofonista Francesco Massaro. Quello che l'artista considera il suo vero esordio discografico (preciserei rappresentativo) contiene musica totalmente asservita allo scopo: "Bestiario Marino" non può che essere un lavoro sui generis, in cui l'improvvisatore cerca di trasformare in musica un pensiero recondito e la forza dell'immaginazione. Definito come catalogo delle definizioni eccentriche, il campionario degli argomenti e dei suoni è affrontato nell'area del mistero, delle conciliazioni tra sensazioni diverse di un improbabile e novizio alfabeto Morse; Massaro, da solo o in compagnia di Gianni Lenoci al piano, della talentuosa flautista Mariasole De Pascali e del percussionista Michele Ciccimarra, compie un lavoro ai limiti della razionalità artistica. Passando attraverso le incredibili avventure delle creature e degli oggetti marini, Massaro fa scomparire nella sua improvvisazione qualsiasi carattere di aggressività, semplicemente soffiando a stantuffo nello strumento per trovare controsensi armonici in tutti gli istanti, utili per donare la visualizzazione aurale dei temi. "Bestiario Marino" è totalmente diverso da quella gran produzione discografica che era Agapi (uno dei rari e più riusciti tentativi di sistemare la tradizione salentina con la libera improvvisazione) e piace musicalmente per la sua idea e tensione che spinge quasi naturalmente l'ascoltatore attento all'approfondimento dei temi contenuti (dai raji che assumono la forma dei loro contenitori al cimitero dei battelli di Camaret sur Mer). 

Nel jazz quando si intercetta la parola "ghost" si fa subito mente locale su alcuni musicisti o gruppi americani che su spiriti, fantasmi e forze naturali attive hanno costruito la propria filosofia, elevandone i significati aldilà di qualsiasi radiosa idea religiosa: è immediatamente logico pensare ad Albert Ayler, alle pantomine degli Art Ensemble of Chicago o in tempi più recenti alla Ghost Trance di Anthony Braxton. Tutte queste esperienze musicali, pur nella loro evidente diversità, sono legate da un unico denominatore, che è quello di sfruttare il senso musicale a favore di una palese direzionalità dei temi verso ambiti gnostici legandoli indissolubilmente al sentiment della loro espressione.  
Al fantasma musicale jazzistico si ispira anche il Ghost Trio formato da tre valenti improvvisatori italiani: Ivano Nardi, percussionista sensitivo romano, collante in passato di operazioni con Liguori, Urbani e Schiano, Silvia Bolognesi, contrabbassista senese sulle righe sempre alla ricerca di nuove esperienze improvvisative, e Marco Colonna ai fiati (clarinetti, sax baritono e flauto), uno di quei musicisti preparati che dovrebbe ricevere molto più credito sulle riviste specializzate di jazz di quanto ne abbia oggi. "Ghost Trio" è una registrazione live fatta al Centro d'Arte di Padova nel gennaio del 2015 ed è un tuffo rigenerante in quel tipo di improvvisazione che è memoria storica del free jazz statunitense. Come accade spesso nell'improvvisazione e nell'anticonvenzionalità delle forme, la musica prodotta dal trio libra di luce propria e evidenzia che è possibile ricreare una magia autonoma dai modelli profusi dai mostri sacri americani, facendo leva anche sulla propria individualità europea. Il set è strutturato come un vero e proprio rituale in cui Colonna fa veramente scintille, lanciandosi in ripetute jam perdifiato (l'Opening è impressionante) mentre la Bolognesi sembra aver preso le sembianze del William Parker spirituale quando lei stessa non propone un ritmo-tema (vedi Walkin' ghost). Quanto a Nardi, svolge un lavoro prezioso e puntuale, definendo le dimensioni del furore spirituale che contraddistingue l'esibizione, ma anche prestando attenzione alle vibrazioni più contenute e secche degli oggetti percussivi, offerte nelle pause di tamburi e rullanti. 

Area Sismica è un locale di Forlì di proprietà di un'associazione culturale nata per promuovere concerti di musica eterodossa o meticcia nei generi; ha cominciato casualmente nel 1991 per poi riuscire ad organizzare con sistematicità parecchi festivals ed una stagione annuale. Inutile ricordare che in quella sala concerti sono passati molti estremisti della musica, lasciando, penso, ricordi indelebili. Tra i frequentatori attivi di Area Sismica ci sono anche i musicisti del trio Marraffa-McDonas-Giust che hanno avuto l'onore di esibirsi più volte. La seconda registrazione del trio conferma quel fremito che colpisce l'ascoltatore di fronte ad un set del genere; è una musica che richiede preparazione all'ascolto ma anche senza spiegazioni si comprende. Ed è perfetta per celebrare quel locale, perché non dona solo un'immagine musicale del "sisma", ma rende visibile quel potenziale di creatività che è insito nei dna dei migliori musicisti.
Come non mai nelle rispettive esperienze dei tre improvvisatori, il progetto Magimc risulta specchio della propria personalità: ognuno porta il suo stile in dosi ricercate, facendo emergere una visione matura della libera improvvisazione suonata in interplay, che non è assolutamente semplice da trovare in giro per i circuiti jazzistici. Edoardo Marraffa è uno dei migliori sassofonisti tenore italiani, è dotato sia in espressione che ruvidezza dei temi, riesce a creare quel potenziale attrattivo che si erige soprattutto nelle fasi più aspre, così come si faceva ai tempi nobili del free assoluto (Let's change it ne è una piena dimostrazione). Thollem McDonas qui mette a disposizione il suo senso impressionista, con la capacità di sostenere qualunque compagno di viaggio: sentire Double Mind, in cui un arpeggio scomposto segue le dichiarazioni perdifiato di Marraffa, uno shock a cui siamo ancora lieti di sottoporci. In gran forma anche Giust, in una veste meno stick o di ricerca e più classica tra tamburi e rullanti; come al solito, capacità intuitiva di raccordo con gli altri musicisti tenuta alle stelle ed un crescendo percussivo che in Sismica lo vede quantomai protagonista, con un complicato controtempo che sfocia in furia espressiva. Ancora un set di altissimo livello.


Che la storia delle percussioni abbia bisogno di un serio riordino è cosa doverosa. Il problema è la partenza, l'impostazione, perché di professionismo percussivo nel mondo c'è ne a iosa e francamente spesso di modesto spessore nella progettualità. E' interessante anche l'affrancamento delle problematiche dal punto di vista degli improvvisatori: al riguardo si segnala un ritorno al solismo non di gruppo di uno dei più bravi batteristi italiani, Tiziano Tononi, che pubblica per la Long Song Record un cd di musica per sole percussioni in compagnia di Alessandro "Pacho" Rossi: armati di un definito parco percussivo (oltre al drum set ordinario vengono usate tumbadoras, udu drum, water gongs, berimbau) e di sporadica elettronica, "Is this...music???" è diviso idealmente in due parti: la prima che intercetta una informativa proveniente dai fardelli ideologici di jazzisti e musicisti rock ed una seconda che è una riflessione sullo scorporo mentale provocato dei compositori contemporanei (specificata anche dall'esplicito riferimento a Cage, Cowell e Varese). Nato come contraccambio alle linee educative ricevute da Tononi dal suo insegnante David Lee Searcy, "Is this...music???" è una risposta concreta al potere che gli strumenti percussivi hanno rivestito nella musica, soprattutto guardando alla distinzione che si faceva prima. Se il jazz o il rock percussivo hanno lasciato il segno per il loro fascino biologico e per la caratura dei ritmi, le composizioni contemporanee hanno sottolineato l'importanza della taratura dei timbri. L'idea di Tononi è pertanto quella di cogliere emotivamente queste caratteristiche, con un leggero aggiornamento che deriva dalle pratiche improvvisative e dall'elettronica; così si scoprono nella prima parte (cinque brani) incroci deliziosi imparentati con la disciplina degli spiriti e delle acque, nonché potenti patterns che sono escrescenze di opere immortali come il Jingo di Santana e della sua "fonte" percussiva. Restano allo stadio di tentativi, invece, gli omaggi a Cage di Encounters at seven (un tentativo di catturare l'enigmaticità sonora di First Construction), a Cowell di Living spaces (un tentativo di catturare l'enigmaticità sonora di Pulse) e a Varèse di Varèse, not a town (un tentativo di catturare l'enigmaticità sonora di Ionisation). 




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