Translate

sabato 13 giugno 2015

Ornette Coleman


La libertà nell'arte ha avuto modo di presentarsi in molte forme ed ha permesso un costante superamento di regole o canoni che precedevano il cambiamento, tuttavia è un concetto relativo poiché nulla si crea anche nel campo artistico e sono le intuizioni quelle che noi chiamiamo creazioni. Nella musica i percorsi della libertà hanno affrontato gli stessi problemi: come faceva notare John Litweiler nel suo libro "The freedom principle: Jazz after 1958", nel jazz la novità del "free" in realtà non fu che l'ennesima intuizione con cui venne approfondita e sviluppata la musica afro-americana, con la differenza che essa maturò una nuova coscienza che si apprestava a mandare il jazz fuori dalle sue orbite tradizionali. Il fondatore e principale tutore del free jazz, Ornette Coleman, è stato un uomo del tutto speciale, timido e stravagante, la cui figura è stata messa anche in discussione come spesso accade di fronte agli innovatori: a differenza di Coltrane non era un passionale né votato ad improbabili connubi con essenze soprannaturali, ma le sue idee musicali avevano sempre un'invidiabile presenza e coerenza. Ma il punto forte della sua carriera è stato proprio il versante strumentale: Coleman ha "sempre" suonato benissimo, anche quando il progetto musicale fosse stato carente, e lo ha fatto dall'inizio alla fine dei suoi giorni.
Coleman si indirizzò verso il suo free jazz in maniera graduale: circondandosi di alcuni ricorrenti musicisti in possesso delle sue stesse visuali artistiche, Coleman si confuse nel be-bop di Something Else!!! (1959) accanto a Don Cherry e Billy Higgins, in un periodo storico in cui qualche anno prima un sassofonista di nome Sonny Rollins aveva impressionato per la raffinatezza del suo stile dimostrata in un capolavoro di jazz senza età anagrafica, quel Saxophone Colossus che invitata anche all'esotico: la validità dei temi melodici di Rollins catturò molti musicisti e forse Coleman impostò il suo stile riprendendone in parte la tipologia delle caratteristiche motiviche: in Something Else!!!, disco di introduzione che oggi molti appassionati del genere ritengono una costruzione immatura della musica di Coleman, si sviluppa un emblematico passaggio di consegne nell'ambito di uno spazio del tutto moderno ed aperto a confini non immaginabili a priori del jazz. 
La compiutezza stilistica di Coleman avvenne comunque in Tomorrow is the question!, quando si vide a caratteri cubitali come l'americano potesse essere considerato come la combinazione di una caratteristica fissa ed una variabile: la parte fissa (nel bebop e più in generale nel jazz convenzionale) ricalcava l'importanza del tema melodico, la variabile collegata nello sviluppo del brano e nella sua movimentazione: dosi cospicue di note dissonanti gettate in barba alla convenzione prefigurano quell'andamento tipico del free jazz: Ornette non incasellava gli assoli, li lasciava erroneamente fluttuare.
The shape of jazz to come chiamò a raccolta anche il basso di Charlie Haden per aumentare la carica di sovversione e Coleman inaugurò il periodo delle sue migliori registrazioni all'Atlantic R.; con titoli programmatici il quartetto di Ornette creò per la prima volta un suono provocatorio che indicava la svolta: Change of Century This is our music furono propedeutici per il capolavoro di Coleman, quel Free Jazz che nel 1960 proponeva una reale incorporazione di intenti musicali ed artistici; molto prima di Ascension di Coltrane, Coleman dilatava il contributo del free ad un doppio quartetto stereofonicamente preparato: con un riferimento pittorico egualmente distribuito nella cover che riproduceva White Light di Jackson Pollock ed uno più intrinseco e sottaciuto al Bergson letterario (libertà intesa come esplorazione di un comportamento specifico), la suite di Free Jazz fu l'episodio più lungimirante che Coleman avesse mai potuto fare nella sua carriera e che non si ripeterà più con le stesse proporzioni. Già il successivo Ornette! o Ornette on tenor!, pur essendo validissimi sul piano strumentale, si riappropriano di un minimo di controllo sull'improvvisazione. La popolarità raggiunta dal sassofonista texano (che ormai aveva fatto proseliti intorno a sé) lo vide alle prese con un'intensa attività live, a cui si affiancò sempre l'idea di una ricerca alternativa nella sua musica; con molto coraggio entrò nel mondo della composizione classica e assaggiò l'esperienza cinematografica con le musiche di Chappaqua Suite; tutti i sessanta lo videro con una produzione discografica di ottimo livello, in cui emergono un paio di albums assolutamente di valore come The empty foxhole per la Blue Note nel '66 (un trio con Haden e il figlio Denardo di 10 anni alla batteria) e Crisis per la Impulse nel '69 (un quintetto sempre con Haden, Denardo, Cherry e Redman al tenore): sono lavori che sfatano miti nel jazz e senza avere la storicità del pacchetto Atlantic si impongono per il loro carattere, in cui si sente Coleman rifare incredibilmente bene il verso a Leo Smith o Billy Bang e si ribalta l'errata convinzione sulla presunta immaturità di Denardo alla batteria. 
L'idea di Coleman di trasportare il suo free jazz primordiale in altri contesti musicali fu accolta con il progetto di Science Fiction nel 1971, in cui fardelli psicologici di vario genere accompagnano l'improvvisazione; l'inserimento di sincopi vocali senza sostanza nella struttura musicale (la voce di Asha Puthli o la recitazione di David Henderson nella title-track) contrastano con un free jazz rafforzato nell'energia e nel numero di componenti, rendendolo un pò invadente. Con più profitto si inquadra invece l'incursione canalizzata su disco di Coleman nella composizione classica tramite Skies of America, in cui si dispiega per la prima volta all'ascolto generalizzato la sua teoria armolodica, una complessa tecnica musicale basata su varianti dei concetti dell'unisono e dell'eterofonia in materia classica e delle polarità modali e ritmiche. Certamente non si può dire che fosse una teoria del tutto semplice, forse avrebbe procurato scetticismo anche in capo a qualche compositore, ma era una teoria che si avvertiva nella musica: la parte orchestrale scritta da Coleman ha un andamento unico, che abbraccia gran parte del lavoro, basata su una rete atonale e dispersiva di melodie e un timpano compulsivo in cui si inserisce con parsimonia l'improvvisazione forbita di sostanza ascetica. Nell'intreccio tra jazz e musica scritta episodi così coraggiosi e riusciti come Skies of America saranno una rarità per gli anni a venire, difficilmente ascrivibili anche ad un filone compositivo specifico.
L'espediente armolodico divenne a quel punto la ragione principale della musica di Coleman, che nel 1975 diede vita ad una svolta definitiva in favore di questa tecnica, circondandosi di nuovi musicisti che condividevano il suo pensiero e fondando persino un'etichetta dedicata: solo che le solite iniezioni di jazz divise tra costrutto melodico e libertà improvvisativa vennero catapultate nella struttura ritmica del jazz-rock o anche del funk: Dancing in your head, Body Meta e soprattutto Of Human Feelings sembrano voler proporre un incontro multiplo, tra sperimentazione alla Zappa, procedimenti alla Sonny Sharrock e furbizie funk: sono albums difficili, che spengono l'eccitazione "positiva" tradizionalmente offerta dalla musica di Coleman per entrare in un'eccitazione più complessa da decifrare: la formazione dei Prime Time in cui Coleman rafforza gli strumenti con un loro doppio (due chitarristi, due batteristi e poi due bassisti fino ad avere persino due tastieristi) prova che l'approccio armolodico non è pienamente accettato dall'audience, pur non essendoci nessuna controindicazione al contrario: sul disegno del Prime Time (che dal punto di vista discografico verrà riesaminato ad ondate con lavori come Opening the Caravan of dreams, In All Languages (per metà), Virgin Beauty e dopo 7 anni con Tone Dialing) grava l'imperfezione dei tempi, inesorabilmente coercizzati al cambiamento e al consumo veloce: i prodotti di Coleman devono superare quell'elemento di atonalità che non permise nemmeno alla musica contemporanea di decollare. Tutta la critica è soddisfatta, ma nessuno si sbilancia nel diagnosticare che quel mosaico di sensazioni avesse un probabile vizio di fondo costituito dal fatto che alcuni strumenti (sassofoni-chitarre o bassi-chitarre) messi all'unisono non producessero gli effetti sperati da Ornette. L'ambiguità di tale riflessione venne del tutto smontata nelle ultime prove discografiche ufficiali di Coleman: i due bellissimi volumi di Sound Museum (quartetto con Geri Allen, Charnett Moffet e Denardo) sono una confortante presa di coscienza dell'universo jazzistico del momento che, in piena fase di riorganizzazione, deve proprio a lui un tributo immenso; così come Sound Grammar del 2006, che gli permise di vincere il premio Pulitzer, lo ritrae in una forma splendida all'età di 75 anni. 
L'ultimo progetto di Coleman, appena pubblicizzato qualche mese fa, è stato un quartetto con alcuni componenti di un ensemble elettro acustico, i Droid, in cui figurano Jordan McLean, un trombettista noto per essere nei ranghi degli Iron & Wine nonché il fondatore dell'etichetta discografica relativa, la System Dialing Records, + Amir Ziv alla batteria e Adam Holzman al piano: "New vocabulary" sarebbe stata un'altra porta aperta verso un certo tipo di improvvisazione in cui ricomprendere gli effetti indesiderati dei campionamenti e dell'elettronica a piccole dosi, qualcosa su cui forse Ornette aveva indugiato nell'affrontare. 
Ornette Coleman resterà uno degli stilisti per eccellenza del free jazz e il mio solo rammarico è per il fatto che un musicista così importante non ha guadagnato la prima pagina di tutti i telegiornali del mondo: il suo peso e le sue intuizioni nella musica non hanno nulla da biasimare a quelle di un Mozart o di un Debussy: nel suo ambito Coleman ci ha dato la possibilità di considerare la musica jazz e più in generale l'improvvisazione ad un altro livello, di rendere notevolmente più maturo il futuro jazzistico, regalandoci dei veri e propri standards di eguale importanza a quelli riconosciuti nel periodo d'oro del jazz statunitense e lasciando alla bellezza dei suoni il compito di trasportarci in diversità acustiche tutte fornite di un proprio, significativo strato vitale.


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.