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venerdì 5 dicembre 2014

Poche note sul jazz italiano: pathos, melodia e psichedelia


Chiunque abbia gettato l'àncora della conoscenza musicale sembra che una volta arrivato alla vetta della sapienza, abbia accolto le istanze semplici dei suoi ascolti passati: è successo per molti musicisti importanti che in verità abbiamo anche criticato per questo atteggiamento; siamo rimasti allibiti per opere specifiche che riteniamo ininfluenti e che non avrebbero portato nessuna aggiunta alla carriera di un musicista. Di solito si tratta di invasioni nel campo della musica classica (notturni, preludi, pseudo-sinfonie, corali, requiem, canzoni natalizie, etc.).
L'esperienza discografica del trio Stefano Battaglia-Michele Rabbia-Eivind Aarset, riunitisi in occasione del memoriale dei 40 anni della strage di Piazza della Loggia a Brescia grazie alla commissione di un associazione culturale lombarda e la libreria Rinascita, dimostra come non sempre sia applicabile il principio della secondarietà dei progetti intermedi dei musicisti: "In Memoriam", il cd che è stato ricavato per onorare la ricorrenza, è strutturato sotto forma di requiem moderna, in cui non esistono regole formali di costituzione come nella musica colta, ma tutto è liberamente disponibile ed interpretabile. Ed è errato pensare a musiche che hanno lo scopo di creare forme poeticamente immerse nell'impegno civile, poiché la requiem impostata dagli artisti è parente di quelle operazioni che si crogiolano nella musica e nell'intensa e vivida evocazione dei suoni. Ciascun brano del cd è dedicato espressamente ad una vittima dell'esplosione ed è diversamente organizzato, imbrattato quasi di ciascuna delle personalità dei morenti, come se i tre musicisti avessero preso informazioni su di esse. I tre autori, raffinati e sensibili come sempre, lavorano da tempo su una formula sviscerata di jazz, quella che ha reso celebre l'etichetta di Manfred Eicher e ne sopportano anche il peso della modernità, ossia la necessità di rendere vivo un suono "conosciuto": che io sappia, gli unici elementi per raggiungere il risultato è avere uno "stile" specifico e fortissimo dentro di sè, che sia percepibile all'ascolto; io penso che Battaglia, Rabbia e Aarset, ognuno per propri motivi abbiano questo requisito ed hanno evitato di impostare canovacci basati su virtuosismi o clichés, per dirigersi sul suono, soprattutto sulla circostanza di come riprodurlo. Con questa premessa si arriva facilmente alla conclusione che la modernità sta nei particolari giochi acustici delle percussioni di Rabbia (un creatore quasi teatrale di atmosfere), nell'introspezione narrativa del piano di Battaglia (un campo di prova per verificare nel concreto lo stadio dell'"attesa"), nelle linee-idee della chitarra di Aarset (figlio di un Rypdal ambientalizzato e addomesticato all'effetto elettronico); considerazioni di per sè già sufficienti per constatare la bellezza di "In memoriam".

A proposito di ricordo e di percorsi intermedi un ulteriore flashback mi deriva dal primo cd pubblicato dall'etichetta padovana Indijazzti Records: Ho un pinguino nella scarpa, del gruppo a cinque dei Saya, riporta in vita con interpretazioni da night club alcune vecchie canzoni dell'Italia pre e post guerra (Trio Lescano, Quartetto Cetra, Modugno, Tenco, etc.): invero questi tentativi sono stati molto frequenti nel passato ed è molto difficile evadere il pensiero di colmare un'intento speculativo in queste operazioni. Il problema è a monte ed è quello di dover metabolizzare motivi che hanno poco da offrire anche se letti in termini trasversali: chi legge il mio blog ha avuto modo di capire, seguendo il mio pensiero, la criticità della melodia italiana in rapporto alla storia della musica.
Molto più gradita nella sua funzione di intrattenimento è l'altra proposta della Indijazzti, un quartetto jazz denominato AQ-PD Crossing Quartet e composto da Leonardo Mezzini (chitarra elettrica), Emanuele Pellegrini (piano), Marco Storti (basso) e Stefano Cosi (batteria), giovani musicisti di jazz provenienti dai conservatori di Padova e L'Aquila. "Low coast" rilancia il concetto di jazz d'assieme delle formazioni ritmiche di Mehldau e Metheny, in cui ogni suono deve essere al posto giusto per diventare popolare, perché è solo così che si raggiunge il massimo avvicinamento tra obiettivi dei musicisti e memoria dell'ascoltatore. Ma non c'è dubbio che dietro ad un evidente ispirazione che si perde tra modelli stilistici ben conosciuti, il quartetto sia incisivo ed abbia già le carte in regola per offrire jazz di indubbia qualità.

L'aspetto melodico continua ad essere presente in "Kepos", ultimo lavoro di Zeno De Rossi per la Gallo Rojo in trio con Bigoni e Pacorig. Di De Rossi si è sempre apprezzato l'approccio alla batteria, direi al limite della pigrizia sonora. Ma non deve essere vista come un difetto, è la sua qualità maggiore. Muovendosi in territori misti con proprie composizioni e rifacimenti ricercati (Bill Frisell, Robin Holcomb, Vic Chestnutt, con Santimone che firma il brano d'apertura), De Rossi catalizza l'espressione del trio, creando forme stantie indispensabili per riconoscerlo e per coordinare le strade di un'improvvisazione jazz nei canoni ma terribilmente intrigante.

Sempre per la Gallo Rojo, molto valido mi sembra il lavoro del contrabbassista Stefano Senni che pubblica il suo progetto Eraserheads con Gaia Mattiuzzi (voc), Enrico Terragnoli (chitarra) e Nelide Bandello (batt.): suoni da indie jazz, un viaggio all'acido dolce così come richiamato dalle note di presentazione, sembra di assistere ad una versione jazz dei Cowboy Junkies che ad un certo punto si incarta su strappi di corde e distorsioni strumentali e vocali. Ne viene fuori qualcosa di stranamente irriverente ma duraturo, al confine tra coscienza musicale psichedelica (le marcetta di Rosemary's Lullaby è un surrogato di Alabama Song dei Doors, London evoca le gesta di Grace Slick dei Jefferson Airplane) e l'ordinario arsenale di spunti a disposizione dei jazzisti, ma che mette a nudo tutta l'intelligenza del pensiero di Senni e la personalità dei musicisti.


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