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venerdì 11 aprile 2014

Erin Gee e le esplorazioni vocali senza forma di Mouthpieces

Da sempre le relazioni tra musica e testo hanno dato vita ad un intenso dibattito: Schoenberg nella sua teoria se ne occupò minuziosamente erogando allo stesso tempo molti significati nuovi e utili per affrontare la materia e, in particolare, dimostrando come qualsiasi posizione concettuale potesse essere criticabile: il terreno di confronto era la vocalità inserita nel nuovo contesto della modernità musicale. Del suo trattato secolare sull'argomento "The relationship to the text" (1912) di sviluppi ne abbiamo visti tantissimi, ma in generale la sensazione (acclarata anche nel campo accademico) è che ci siano ancora spazi per creare nuove soluzioni nei linguaggi di comunicazione musicale attuati tramite la voce. La compositrice americana Erin Gee (1974), in questi ultimi anni si sta imponendo per i suoi concerti eclettici, dove ella, oltre alla funzione compositiva, è anche l'ideatrice e la cantante del progetto Mouthpieces (segmentato in varie sessioni con solo canto, con coro, orchestra da camera e multimedialità): la Col Legno, riunendo la materia orchestrale in forma cd, ne pubblica un ampio estratto, introducendoci (tramite le note interne) alla registrazione con la frase enigmatica ..."There are worlds within worlds": il riferimento è ancora alla composizione vocale costruita con un linguaggio del tutto slegato da qualsiasi significato logico, basato su una serie di espressioni e vocalizzi che rifiutano una provenienza semantica e affrontano solo la parte sonica della vocalità (quella che proviene dalla trasmissione dello stimolo corporale alla bocca intesa in tutta la sua materialità (cavità interne, muscolatura, terminazioni nervose). Tenendo presente l'Alfabeto Fonetico Internazionale, lo scopo della Gee è quello di riorganizzare particelle del linguaggio verbale attraverso una manipolazione dei movimenti della lingua, denti, labbra e respiro; in verità non è una amoeba completamente sconosciuta, poichè essa ha comunque delle radici formative inevitabilmente agganciate al passato della vocalità; è una miscela amorfa di vocalizzi "contemporanei" di ascendenza composita, in cui fanno capolino soprattutto le sperimentazioni alla Cathy Barberian o alla Joan La Barbara, passando da frammenti del sacro e dell'opera, unita a glissandi vocali che ricordano alcune evoluzioni dello scat di Ella Fitzgerald o di alcune parti del linguaggio confessionale di Joni Mitchell; ma anche il carattere freddo e distaccato di Laurie Anderson non si esclude. Ne deriva qualcosa che, in maniera imbarazzante, si accomuna a caratteri di stranezza, ma che ha un contenuto innovativo che presenta il conto del suo fascino (vedi questo video). Nelle "Mouthpieces" vengono stravolti tutti i tentativi di riportare ad emozionalità la musica attraverso la creazione di immagini retoriche, poichè la prospettiva aperta dall'artista implica l'impossibilità di accedere con semplicità a quelle immagini: nel concreto potremmo non averne o averle solo a patto di uno sconvolgimento mentale, poichè è ad un linguaggio rappresentativo di una sintesi fisica che queste composizioni si rivolgono. E' un'accettazione futuristica, una polverizzazione dei linguaggi usuali, che con molta probabilità potrebbe inserirsi nei meandri dei concetti minerali o tendenti al dissossamento di Lachenmann. Ma forse, la più visibile delle novità portate della Gee sta nell'uso delle parti esterne e dell'orchestra, che si mettono al servizio di queste deformazioni vocali. 
Sebbene gli effetti dell'ascolto potrebbero paragonarsi in sintesi visiva a quell'erbaccia che nessuno coglierebbe in una passeggiata in un prato, usare la ORF Vienna Radio Symphony Orchestra o la Klangforum Wien ha un significato speciale forse mai abbastanza attualizzato nella musica contemporanea, ossia la riflessione che se nel nostro immaginario abbiamo imparato a guardare l'orchestrazione come contrappunto o come sostegno alla parte vocale, qui dobbiamo pensare ad un entità che ne assume lo stesso carattere sbilenco e senza forma. Erin non ha come obiettivo la ricerca di armonicità nel disarmonico (che ha caratterizzato il lavoro vocale degli ultimi quaranta anni, specie quello di Stockhausen o Ligeti) ma presentare in forma esplicita il disarmonico con tutte le sue sfumature, quelle proprietà biologiche che da una semplice cavità orale (la bocca) si estendono grazie ad un microfono (anzi due) e ad un'orchestra di suoni esterni. 

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