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giovedì 5 dicembre 2013

Lala Njava e il Madagascar


Non circola molta gente di questi tempi in Madagascar e i motivi sono ovvi. Musicalmente oggetto di varie influenze, da più parti invero arrivano ondate di indifferenza: piuttosto superficialmente la cultura dell'isola viene sbrigativamente racchiusa in un contenitore esotico che in verità non ha quel ruolo. Se da una parte è innegabile come la matrice africana e centroamericana abbia un peso dominante nel complesso delle influenze in un patrimonio che è venuto indirettamente alla ribalta grazie alle operazioni di Paul Simon negli anni ottanta, dall'altra un ascolto più raffinato ci permette di scorgere anche un sentimento che deve essere sottratto alla costante occidentalizzazione in chiave commerciale che ha tentato anche l'isola sud-africana. Se si ascoltano i canti tradizionali e i profili più ispirati di alcuni musicisti che ne hanno fatto la storia in termini di diffusione, si scoprono qualità vocali e strumentali molto più affascinanti di quello che si pensa. Come dire, esiste anche lì la minoranza che vale. D'altronde l'interesse degli speleologi musicali è stato ampiamente documentato anche in registrazioni pescate nell'intimo delle funzioni della comunità, ma questo non basta per dare un peso internazionale alla musica: per far questo è necessario che le tradizioni si scontrino con la modernità, anche se essa viene da lontano.
In un'epoca in cui i problemi dei civili e le difficoltà dei villaggi vengono avvertiti in misura straordinaria rispetto al passato, una cantante come Lala Njava, che confida nel miglioramento, è come un'oasi in mezzo al deserto dei rassegnati. Dotata di spirito e ottima voce, il suo è un tentativo di coniugare le tradizioni musicali della sua terra e il feeling esorcizzante di un blues in formato etnico, una forma in parte nuova e rinnovabile. "Malagasy blues song" è in contrasto col tenore tropicale di tante proposte degli ultimi vent'anni in quella regione, non ha la raffinatezza di alcuni lavori di profeti in patria come Justin Vali o Rossy, ma non possiede nemmeno quell'inutile tentativo di approdare a modernità che, per come sono fatte, proiettano solo disillusione. Sebbene il suo folk-blues non sia sempre di alto livello, vi sono comunque momenti (l'iniziale Kabary Seza, Voatse, Soa Gnanay, Blues Song) in cui la formula sostanzialmente applicata (quella di una Nina Simone in abiti malagasy) funziona e andrebbe solo perfezionata.  

Qualche consiglio discografico sulla musica del Madagascar:
-Music of Madagascar 1930s, Artisti Vari, Shanachie R.
-Le Marija: Traditional music of Madagascar, Gamana, Lyrichord
-Island of ghosts, Rossy, Real World R.
-The genius of Valiha, Justin Vali, Upton Park
-D'Gary, Malagasy guitar, Music from Madagascar, Shanachie R.

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