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sabato 9 novembre 2013

Verso un'estetica della totalità: una lettura critico-filosofica del pensiero di Richard Wagner


Spesso è importante sondare pubblicazioni che ammettono incroci e parallelismi tra la musica e le altre arti contingenti: l'attrazione verso questo bellissimo libro edito dalla Mimesis, rinvenuto nella sezione della filosofia del teatro, è da ricercarsi negli sforzi dello scrittore/ricercatore Francesco Ceraolo,  che prende in considerazione le tematiche dell'opera di Wagner, anche alla luce di un aggiornamento che vuole riaprire in qualche modo il caso del compositore e saggista tedesco di fronte alla modernità. 
"Verso un'estetica della totalità" si impegna quindi a ricostruire tutto il terreno filosofico pre e post Wagner per enucleare nuovi concetti che tendono chiaramente ad una migliore e diversa comprensione del compositore. Come fa notare Ceraolo nelle conclusioni finali, parlare di Wagner in maniera propositiva significa parlare non solo di musica, ma anche delle modalità di integrazione di essa con la cultura, con il teatro ed in definitiva con lo schema drammaturgico del tedesco che fu il culmine del suo pensiero. Ceraolo, pur essendo consapevole della quantità di scritti esistenti su Wagner, si concentra su quelli fondamentali cercando di delineare punti di contatto e al contrario differenze tra Wagner e i suoi modelli filosofici di riferimento: il libro è diviso in due parti, dove nella prima viene posto in evidenza specificatamente il ruolo del pensiero di Wagner nell'ambito di quello che la storia filosofica aveva creato fino al quel momento (dando una prevalenza ai filosofi di matrice romantica tedesca), mentre nella seconda si concentra, attraverso le teorie di Badiou o Zizek su come si possa imbastire uno speranzoso tessuto di attualità dell'autore nella società odierna. 
Per chi non ha mai affrontato il problema intrinseco del concetto di opera d'arte totale a cui Wagner si è dedicato per tutta la sua vita, in "Verso un'estetica della totalità" troverà schematiche ed approfondite riflessioni dell'autore che si inseriscono in una piena e completa ricostruzione filosofico-musicale delle stesse: Ceraolo, che è uno studioso appassionato, mostra come nonostante Wagner abbia avuto come punto di appoggio le tesi di Hegel e Schopenhauer, egli si sia creato un proprio spazio di pensiero, quello di un idealista che poneva l'opera in una particolare luce positiva in cui il famigerato principio dionisiaco latino dovesse essere preservato con tutte le conseguenze del caso (tra le quali la più importante era l'accettazione della natura come primaria fonte di restaurazione della mitologia greca). Quindi un materialismo che si poneva in contrasto con il Cristianesimo a cui Wagner attribuiva una delle principali cause della decadenza dell'uomo. Come risaputo i principali filosofi riguardo a Wagner non sono stati teneri: Nietzsche lo rigettò, nella fase di cambiamento che Wagner attraversò passando dal materialismo della prima parte della sua vita ai convincimenti rivolti ad un istinto redentivo che enfatizzava la tragica natura dell'uomo, mentre Adorno, interpretando (forse anche in maniera abnorme) le risoluzioni moderne delle sue rappresentazioni, gli conferiva il titolo di rappresentante della cultura industriale che provocò la decadenza della società proprio a partire da quegli anni. 
Comunque, nonostante il tessuto filosofico stringa le maglie del saggio di Ceraolo, vi sono parecchi concetti dell'attività e pensiero musicale di Wagner che qui vengono scientemente ripresi e che costituiscono per l'appassionato di musica una fonte di riflessione: in particolare risultano interessanti le relazioni con Rossini (anche tramite i pensieri di Hegel), l'idea melodica che Wagner nutriva nell'ambito della composizione e la genesi emotiva del canto operistico. Tutti fattori su cui ci si può trovare, dal lato del consenso, anche diametralmente all'opposto. Tuttavia, a prescindere dalle opinioni, una cosa risalta certamente ed è il fatto che il compositore tedesco desse all'opera totale dei connotati specifici che dovevano tendere (come Ceraolo dimostra con i suoi argomenti) alla nascita di un nuovo "spettacolo" in cui tutte le arti potevano trovare un senso, ma mettendo in posizione sostanziale di predominio la musica*: non è da poco questa affermazione, poichè costituisce uno dei modelli di rivalutazione moderna di Wagner. 
Adorno affermava che Wagner avesse realmente dato i natali alla cinematografia senza averne i mezzi, amplificando quella filosofia del tedesco tesa a sostenere che l'incarnazione del dramma potesse avvenire e dare i suoi frutti moralizzatori, solo se esso sarebbe stato in grado di entrare nell'animo dell'ascoltatore (con la musica come stimolatore primordiale); in questo modo Wagner può a ben ragione scrollarsi di dosso le critiche che gli piòvvero addosso ai suoi tempi quando egli veniva accusato di comunismo o di anarchia, avendo implicitamente favorito la nascita della produzione di "massa" nella presenza scenica. In questo senso si potrebbe affermare quasi che il tedesco fosse un romantico di base che viveva già proiettato nel futuro e forse pensare che il suo più interessante saggio in materia "L'opera d'arte dell'avvenire" ne fosse un gustoso anticipo. 
Le recenti riaperture del "caso Wagner" fatte da Badiou e Zizak mostrano tutto il loro carattere ambiguo: Badiou, rovesciando il sentiment di arte "industriale" che viene attribuito a Wagner, critica l'impostazione di Adorno per il fatto che usa una dialettica "negativa" e la citazione è ai fatti di Auschwitz che rappresentarono l'apoteosi del dramma: non si può certo incolpare Wagner di quei risvolti e di non aver saputo prevedere la follia dell'uomo. Perchè non pensare comunque ad un'arte "alta" che non sia in grado di coprire tutti i casi dell'esperienza? E' possibile attribuire al dramma la mancanza di una risoluzione in modo da evitare di trovare a tutti i costi un istinto redentivo? In definitiva, il percorso idealista di Wagner non potrebbe essere ancora oggi un modello per evitare le derive sociali e musicali che da più parti vengono manifestate?
Zizek invece nel suo "Perchè dobbiamo salvare Wagner" si sofferma sulle radici culturali europee e sul principio che “un’opera è eterna non in contrapposizione al suo contesto storico, ma per il modo in cui essa risponde alla sfida del suo momento storico"; perciò l'opera di Wagner va affrontata solo per quel che dà valore agli aspetti musicali o scenici, cercando di carpire la semantica dell'opera stessa. In tal modo l'argomentazione decisiva di Zizek è quella che vede in Wagner l'autore di un canone "europeo" insuperabile che è stato in grado di dare ..."una forma artistica perfetta agli eccessi kitsch di Beethoven...".


Note:
*uno dei principali motivi che disturbò la valenza dell'opera italiana.

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