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domenica 24 novembre 2013

Timothy Crane: Pianoforte

La valutazione delle tecniche pianistiche spesso ci può confondere: un giudizio positivo estetico si basa soprattutto sul virtuosismo (spesso estrinsecazione di una preparazione classica del pianista), e le armonizzazioni, dimenticando che anche la semplicità può appagare. 
Nel campo del rock questo principio appena enunciato può risultare utile: negli anni sessanta, in un'epoca dominata da tanti elementi, il pianista rock aveva spesso un'importanza vitale ma misconosciuta: dopo l'avvento di Jerry Lee Lewis in grado di creare un prototipo di pianista incandescente correlato con l'epoca, i pianisti delle generazioni successive erano già proiettati al melting pot e a nuove tendenze meno abrasive e danzabili: si pensi all'archetipo pianistico degli Who in "Tommy" che, con una tessitura di note ed accordi di piano volutamente studiata a tavolino, creò le basi per un nuovo ruolo dello strumento nell'ambito della struttura della canzone; oppure alle tante prove del pianista Nicky Hopkins, tra le quali quella espressa in "Sympathy for the devil" dei Rolling Stones, riusciva nell'intento di donare un'impianto raffinato a quell'impasto di chitarre e blues che era prerogativa del gruppo inglese; e gli esempi potrebbero continuare pensando nel pop d'autore a personaggi come Elton John (che ne ha individuato un proprio stile) e a Billy Joel (il cui piano è stato importante per rendere espliciti certi crossovers di genere). Tra i più recenti, un'altro degno continuatore di questa categoria di pianisti è stato Bruce Hornsby, che ricordo con notevole piacere in "Harbor Lights", un lavoro pieno di illustri ospiti (Garcia e Metheny, Marsalis ed altri) che evidenziava l'elasticità di uno stile che poteva virare anche verso il jazz. 
Questo tipo di pianismo rock/pop ha contaminato per un verso anche i pianisti new-age. Tra essi, uno di quelli più talentuosi è l'americano Timothy Crane. Crane, un musicista che vive nel Colorado, descrivendo la sua musica nel suo sito web, ha inserito questa dicitura "...instrumental pop music that blends influences from new age, popular, rock, and even classical music into compositions that are both interesting and enjoyable.....". Tale definizione, alquanto modesta in rapporto alla realtà, merita di essere chiarita ed inquadrata nel concetto di una new-age che si affranca sostanzialmente dai percorsi del genere. Con Crane si devono evitare gli equivoci, non siamo in territori smaccatamente pop, qui si parla sempre un linguaggio di scuola new-age, che però si adatta fortemente ad un tema melodico ed armonico, ossia la sostanza pop/rock descritta nel ragionamento antecedente.
"Pianoforte" il suo terzo cd, pubblicato a fine 2012, ritorna alla prepotente vitalità dell'esordio "The other life I dream" (uno dei dischi new-age fondamentali di tutti i tempi) ed è vigorosamente suonato al piano con un azzeccato accompagnamento di synths che simula un'orchestra*: l'aspetto affascinante e convincente di Crane è proprio l'esatta individuazione delle dinamiche, quelle che producono l'effetto di riempire gli spazi in maniera semplice ed efficiente, che non conoscono barriere stilistiche (e la new age di oggi ne è piena di esse), un prodotto suonato per amore della musica, forse nemmeno con intenti spirituali, ma che si fa fatica a non apprezzare per la sua bellezza intrinseca. Crane è una magnifica pulizia degli stereotipi del genere new-age e si fa apprezzare per il fatto che nella sua mente corrono linee melodiche e contrastate (che provengono da un riconoscimento "classico") che non conoscono limitazioni temporali. Che non passi da lui il recupero di quelle forme pianistiche di Hopkins, John o Hornsby, oggi schiacciate dal peso di un'ingombrante eredità?


Nota:
*uno dei motivi principali che mancava nel precedente "Dragonfly".

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