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mercoledì 20 novembre 2013

Poche note sul jazz italiano (13° parte): voce

Una delle convinzioni della critica italiana jazzistica è spesso quella di credere che nell'ambito del jazz vocale non ci siano state evoluzioni di nessun tipo: la maggior parte degli appassionati, che ha letteralmente consumato i dischi di Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Carmen McRae, Lambert Hendricks & Ross e così via, tende a storicizzare il genere; in verità gli stessi a fatica sopportano tutto quello che la vocalità ha espresso dopo l'avvento del free jazz e di personaggi storici come Jeanne Lee, Jay Clayton e Lauren Newton; così come tende a sopravvalutare le tendenze post-moderne nel canto, quelle alla Bobby McFerrin per intenderci.
In verità anche in Italia, da molti anni, c'è una presa di coscienza sull'argomento, anche da parte degli artisti, che hanno avvertito il bisogno di una propria espressione non stereotipata e lontana da facili appannaggi di stile American-oriented: ma il vero problema è l'ambiente che circonda i gusti viziosi del nostro paese. In Italia vi sono ottime scuole di canto che tendono a preparare cantanti che possono svolgere solo funzioni limitate. Dal versante commerciale, organizzatori e produttori continuano nella loro miope politica di avversione a qualsiasi tipo di rischio costruendo una sorta di schiavitù del mercato che ha nell'aspetto discografico una delle sue più evidenti carenze: se da una parte i programmi televisivi e molte testate compiacenti continuano ad "edificare" il principio che il mondo della vocalità jazz sia solo quello di Mario Biondi, Nicki Nicolai, Mina o Paolo Conte (espressioni nobili del canto ma da vedere come una parte del tutto), dall'altra lo spazio è limitato, se non assente, per tutti i cantanti jazz che vogliono seguire un percorso diverso e moderno. Inoltre manca uno spazio commerciale alternativo "serio" per gli uomini, il che si ripercuote inevitabilmente sulla loro rarefazione discografica. Sebbene vi sia un costante impegno al miglioramento della qualità e alla modernizzazione da parte di alcune labels "minori" italiane, la situazione è ancora molto difficile e ben visibile nei palinsesti dei concerti.
Riprendiamo anche qui la nostra generica tripartizione che qui funziona molto bene: ci dividiamo tra cantanti che insistono sul lato tradizionale del jazz, altri che invece hanno una tendenza per così dire "avant-garde" ed altri impegnati in un jazz che travasa accenti etnici. Oggetto principale di questo articolo è poter aver un riscontro discografico immediato perciò, per ciascuno di loro e quando possibile, in parentesi ho indicato uno o più titoli dei loro cds più rappresentativi.
Nei tradizionali, oltre ai cantanti prima citati, e ai tanti che invero spesso si ispirano ad un modello piuttosto irriconoscibile di jazz-pop alla Norah Jones, vi sono alcune cantanti che sono delle vere e proprie stars riconosciute a livello internazionale: al momento vocalist come Roberta Gambarini (Easy love), Ada Montellanico (Suoni Modulanti), Cinzia Spata ('93-'03) sono cantanti raffinatissime, perfette dal punto di vista tecnico ed autonome per originalità; ma è una scena forse in via di evoluzione quella che risponde sostanzialmente al gusto degli standards jazz americani, dove tra le più giovani mostrano già maggiore maturità Chiara Pancaldi (The song is you) e Loredana Melodia (Sleepless), entrambe uscite su Dodicilune R., la label salentina che risulta essere una delle poche a curare questo settore con una valida selezione di cantanti e soprattutto di registrazioni. Tra gli uomini un sorvegliato speciale della critica sembra essere Matteo Brancaleoni (New Life), dotato di gran voce, ma non ancora maturo nel repertorio.
Passando alla platea dei cantanti con una più ampia apertura nel comparto improvvisativo e contemporaneo, si scoprono delle vere gemme: al riguardo si segnalano le registrazioni polarizzanti di due nostre etichette: la Silta R. e la Improvvisatore Involontario.
Per ciò che concerne la prima è qui che potete ascoltare alcune delle proposte più innovative che passano per le vie traverse del jazz: da Marilena Paradisi (Come dirti/ The Cave), una splendida cantante attiva nella sperimentazione vocale libera che incontra le vie di Scelsi e Hirayama; Rossella Cangini (Ferc: the trail of monologue con F. Elvetico) che mette in campo una forma "industriale" di jazz che cerca di ragguagliarci sui tempi; Silvia Pellegrino (Origine), che cerca di coniare una forma di vocalità in simbiosi osmotica con il corpo pur rimanendo nei limiti del jazz; Chiara Liuzzi (Elica) che è intenta a riprodurre le sensazioni alchemiche di un pittore; Anna Chiurco (Come il re di un paese piovoso in Anna Garano Trio) è il trait-de-union per unire vocalmente le ritmiche della musica e della prosa.
In seno alla Improvvisatore Involontario, Francesco Cusa ha formato il gruppo dei Naked Musicians (Vocal), una conduction ultramoderna ed ultra-rara per il nostro paese in cui orbitano una serie di eccellenti cantanti: Manuel Attanasio e Vincenzo Vasi e poi, Cristina Zavalloni (Idea o La donna di cristallo) affermatissima cantante diventata oggetto delle composizioni di Andriessen o Nyman, Marta Raviglia (The knight and his armour), Gaia Mattiuzzi (Laut), Cristina Renzetti (vedi dopo) ed Alessia Obino; affiliata all'etichetta siciliana è anche la cantante Annalisa Pascai Saiu.* La cosa strana ma eccitante al tempo stesso è che tutti questi cantanti percorrono (nelle loro rispettive carriere solistiche) sentieri diversificati.
Inoltre meritano una sincera segnalazione gli esperimenti beyond-jazz di estensione vocale con l'ausilio di elettronica di Patriva Oliva (Camusi) e le rielaborazioni dotte di Lisa Manosperti (Where the West Begins: Voicing O.C.) che fornisce un'ottima nuova chiave di reinterpretazione delle musiche di Ornette Coleman. Tra gli uomini si impongono le registrazioni di Stefano Luigi Mangia per la Leo R. (Painting on wood/Ulysses) che dimostrano come il cantante abbia un orizzonte molto ampio e diverso che va dal canto mongolo ed indiano alle forme non convenzionali dettate da Cage.
Nel settore "etnico" il nostro canto jazz ha delle vere e proprie istituzioni (direi purtroppo ancora poco riconosciute rispetto alla loro importanza): la napoletana Maria Pia De Vito (Triboh/Nel Respiro/Il Pergolese) che, partendo dai progetti di Nauplia, oggi può vantarsi di essere arrivata a delle forme di trasformazione sonora che persino migliorano impianti musicali storici di dubbia sensibilità emotiva; la siciliana Rita Botto (Donna Rita) e la sarda Elena Ledda (Live at jazz in Sardegna), cantanti tradizionali invero, ma con alcuni aspetti stilistici che le avvicinano al flusso improvvisativo del jazz.
Tra le più giovani forte è ancora l'influenza delle tematiche latine: tra le tante cantanti, le più mature sembrano Cristina Renzetti (Rigem o'giro), che abbraccia più zone geografiche e il jazz di Lisa Maroni (Intwoition), intrisa del buon sentimento carioca.


Nota:
*per ulteriori dettagli vedi il mio articolo "Trasversalità della musica e del canto: Francesco Cusa e Gaia Mattiuzzi"


Le puntate precedenti:

Poche note sul jazz in Italia: introduzione (prima parte)
Poche note sul jazz italiano: i sassofoni (terza parte)
Poche note sul jazz italiano: tromba (quarta parte)

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