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giovedì 14 novembre 2013

Lo stile classico di Charles Rosen


Il 9 dicembre dello scorso anno moriva a New York il pianista, scrittore e musicologo Charles Rosen. Charles non fu solo un pianista affermato e bravissimo, ma con il tempo aveva scoperto una rara capacità di chiarezza ed esposizione nella scrittura che venne ribadita sotto forma di stima incondizionata nei confronti dei suoi saggi: Rosen ha scritto 11 testi sulla musica (di cui solo 5 tradotti in italiano) incentrandosi su compositori storici di grido e a lui certamente congeniali, soprattutto approfondendo l'analisi al classicismo e romanticismo. Difatti il suo capolavoro "letterario" può considerarsi il suo libro "Lo stile classico", un volume di circa 600 pagine, originariamente edito nel 1971 (in inglese "The classical style").
Rosen esamina quello che a ben vedere è stato il periodo in cui la musica classica ha gettato le sue fondamenta didattiche, analizzando i tre grandi compositori che hanno portato il genere a compimento: Haydn, Mozart e Beethoven. L'analisi di Rosen è chiaramente espressa nell'ottica dello scrittore-musicista, poichè tutto il libro è pieno di pentagrammi illustrativi con cui Charles metteva a nudo i caratteri salienti dello stile e persino i suoi segreti. 
"Lo stile classico" è ancora oggi, tra le miriadi di edizioni dedicate ai tre compositori classici, una delle analisi più prospicienti alla realtà storica ed inquadrate sotto il profilo esegetico: la Adelphi ha nuovamente provveduto ad una ristampa del libro nella versione già ampliata nel 1997, curata nella copertina e nella rilegatura e fornita di ulteriore prefazione; data la vastità degli "impianti" sonori (centinaia di partiture sinottiche sparse per tutto il saggio), sarebbe oramai necessario pensare magari ad un audio-book di vaste dimensioni, anche per dare la possibilità a coloro che non sanno leggere la musica di avere una nozione precisa dei concetti e dei suoni derivanti dai pentagrammi. 
Rosen si dimostra insuperabile nello sfatare pensieri e dogmi che accompagnano spesso critica ed ascoltatori, pur partendo dalla cognizione personale che gli stili che hanno preceduto quello classico (qui il riferimento è al barocco e a tutta la fascia storica che va dal 1700 fino al 1760, quindi rococò e tutti i generi di transizione) debbano avere un peso notevolmente più alleggerito in termini di importanza. Se si esclude questa personale impostazione non troppo condivisibile come punto di partenza, poichè basata su un'annosa interpretazione forse troppo votata al virtuosismo del suonare, l'analisi capillare sui tre compositori vi sembrerà perfetta: i "classici" furono degli specialisti della formalità, del saper comporre, dove la "libertà" andava intesa come introduzione di soluzioni che non facessero perdere nemmeno di un millimetro l'interesse all'ascolto. E' qualcosa di diverso da come molti vogliono far pensare: se è vero che nel rigore della scrittura si nascondevano i segreti delle rivelazioni dell'armonia strumentale, è anche vero che solo in pochi compositori riuscirono a manifestarli. E' innegabile come di qui passi molta produzione in "ciclostile", che pur essendo rispettosa dello stile classico, non è riferibile al compositore che l'ha creata. Ecco perchè Rosen, escludendo anche per ragioni di trattazione i compositori "minori" (solo qualche accenno sentito a Gluck, Weber, Hummel), si concentra su coloro che avevano magnificato lo stile, riuscendo a trovare quell'equazione tra lo splendore strumentale e il contenuto emotivo. 
Vi cito alcuni passi significativi con cui Rosen marchia a fuoco le sue idee.
In merito ad Haydn sui famosi quartetti d'archi: "......ho esitato a menzionare quella che è forse la maggiore innovazione di Haydn nella scrittura quartettistica: il tono di conversazione.....l'inizio del quartetto in mi maggiore op. 54 n. 3 ci aiuta forse a vedere più chiaro.....questo passaggio è un modello da dialogo da commedia, drammatico nel carattere senza mai perdere però il tono di conversazione, dove il significato delle parole è diventato irrilevante rispetto all'arguzia della forma...."
o a proposito delle sue amabili sinfonie "...le sinfonie di Haydn sono pastorali eroiche e ne sono esempi eccelsi.....una combinazione di sofisticata ironia e di innocenza di superficie che è tratto essenziale del genere..." 
Su Mozart a proposito dei concerti ".....in Mozart la simmetria interna alla frase si fa carico della direzione temporale e ciò che sembra varietà è invece un sottile aggiustamento dell'equilibrio, una più perfetta simmetria....."
o a proposito dei quintetti ".....l'essenza del classicismo mozartiano è un equilibrio fra l'intensità dell'espressione e la stabilità tonale che determina le dimensioni della singola opera. Ecco perchè le più vaste implicazioni portate con sè dalla sonorità dei cinque strumenti consentono di attingere tanto l'imponente e tranquilla grandiosità del Quintetto in do maggiore, quanto l'angoscia sconfinata di quello in sol minore....."
Su Beethoven e sul contrasto formale tra classicità e romanticismo del compositore "....a  parte An die ferne Geliebte, i suoi esperimenti in direzione romantica rimasero limitati: salvo che sul piano dei dettagli, non abbandonò mai davvero la tonalità nè le proporzioni classiche....." 

In questo pozzo di storia e riferimenti non sono assolutamente da trascurare anche quei capitoli del libro che trattano del rapporto dei compositori con l'opera buffa, con la musica popolare o sacra, rimarcando le poche conquiste e le forti inefficienze. In definitiva, quindi, "Lo stile classico" resta un libro essenziale, chiaro nell'esposizione e negli approcci, sicuramente scevro di una disquisizione filosofica, ma perfettamente centrato su quegli aspetti (che in questo caso sono soprattutto note musicali) che servono per l'individuazione di uno dei periodi storici della musica (assieme al Romanticismo) in cui la bellezza armonica e melodica dell'arte musicale era diretta conseguenza della sapiente ricerca e difficoltà dei materiali. 

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