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domenica 17 novembre 2013

E' possibile ancora una nuova psichedelia?

L'amarezza per la recente ed incolore prova discografica dei Mazzy Star, ossia il duo David Roback e Hope Sandoval, forse ci autorizza a tracciare una linea conclusiva su un certo tipo di retaggio compiuto sul rock psichedelico. Roback venne alla ribalta in quella seconda ondata di adesione alle gesta dei sessanta, come chitarrista dei Rain Parade, ed in verità, non mi risulta che il gruppo facesse uso di sostanze stupefacenti (lo stesso dicasi per gli altri gruppi del cosidetto movimento paisley underground, Dream Syndicate, True West, Opal, etc.).
Qui il rimando era, per fortuna, solo musicale, una sorta di operazione nostalgica, tutta americana, intenta a scovare punti ideologici di contatto musicale dei Doors, dei Jimi Hendrix Experience, dei Jefferson Airplane, dei 13th Floor Elevators e così via. Tuttavia, si dimenticava, che dall'altra parte dell'oceano, in Inghilterra, gente come Syd Barrett stava improntando un'operazione analoga basata sui light shows, ossia spettacoli che proiettavano luci caleidoscopiche sulle pareti dei clubs dove si esibivano. Era dunque qualcosa di ancor più sperimentale rispetto al movimento americano, dove in quest'ultimo i suoi rappresentanti mostravano una visionarietà che si scaricava molto più sulla loro figura e poco sugli aspetti scenici. Nei locali di cultura alternativa londinesi il trip lisergico era accompagnato anche da evoluzioni visive.
Roback e i suoi Rain Parade si mossero candidamente attraverso quel versante: rendendo simmetrico e granitico l'impianto chitarristico, usavano le dilatazioni della psiche in formato studio, per costruire in una sintesi "americanizzata" di quello che Barrett non fu in grado di portare avanti per ragioni di salute.
Rimanendo fedeli a quella purezza di intenti (che fu riversata nel progetto Mazzy Star e nei dischi da solista di Hope Sandoval) David Roback è riusciuto a superare indenne il calo di popolarità che spesso segue un movimento nel rock, anzi nel corso degli anni, gli accenti "psichedelici" si sono riversati in gran parte della scena indie-rock. Questo è avvenuto in maniera contestuale ad altri sub-genere del rock (garage, grunge, synth-rock, etc.) provocando quelle paccottiglie senza sapore che ancora oggi dobbiamo sopportare: negli ultimi vent'anni se si escludeva qualche gruppo realmente interessante ed originale (Mercury Rev, Flaming Lips, Charalambides, Six Organs of admittance) e l'incredibile riscoperta della psichedelia in Australia, partita dalla formula onnicomprensiva di Church e Died Pretty e poi approfondita da musicisti come Roy Montgomery e i suoi Hash Jar Tempo, si faceva fatica a trovare nelle nuove generazioni di musicisti qualcosa che potesse essere diretta filiazione della musica psichedelica di un tempo.
Nonostante chi vi scrive non dubita sull'esaurimento delle forme possibili di rappresentazione, da qualche tempo la stampa specializzata comincia a riparlare di neo-psichedelia (ancora forse in maniera impropria, comprendendo anche patchwork sonori un pò lontani dal genere): tra tutti i riferimenti musicali, quello forse più calzante è a gruppi come i Clinic di Adrian 'Ade' Blackburn, di Liverpool, che si caratterizzano per il rinnovato uso di tastiere vintage e di congetture sceniche che erano care alle tendenze freak esibite (volutamente) in chiave di protesta indiretta nei sessanta (maschere chirurgiche promozionali e costumi diversi): ma, soprattutto nelle loro ultime egregie pubblicazioni, spicca la somiglianza stilistica al Barrett dei suoi albums solisti.
Qualche anno fa vi parlai brevemente di un movimento musicale coniato da un giornalista di Wire, l'hypnagogic music: si trattava dell'ennesima miscela di elementi che stavolta tendeva a rappresentare il subconscio: pur essendo un movimento di brevissima durata (penso che non sia andato oltre i tre anni di vita) l'hypnagogic ha comunque portato alla ribalta musicisti dotati, con idee e progettualità, che immediatamente dopo la relativizzazione del movimento, hanno avuto modo di esplicarsi in strade alternative: tra questi Daniel Lopatin (classe 1982) con i suoi Oneohtrix Point Never è colui che sta cercando di avere un ruolo attivo nelle nuove forme musicali del presente, sia come produttore (produce i Clinic accennati prima) sia come musicista impegnato attraverso la sua elettronica (per lo più ricavata al synth) a stabilire nuovi contatti con i tutti i suoni del passato, compreso quelli spettrali della musica psichedelica. E' una coscienza moderna che condivide quella passata: i tagli e le manipolazioni si uniscono a distese di droni o di gadget insonorizzati; un collage* di suoni che frulla dentro Roach, il pop low-fi, la dance, il canto polifonico ed altro. Quella di Lopatin è la prospettiva di una combinazione nuova di suoni che come egli stesso afferma è uno specchio leggermente inclinato che riceve dati dal passato e li proietta nel futuro alla stessa stregua di un satellite.  
E' forse nella chiave di Lopatin e dei Clinic che si deve interpretare il cambio di direzione? Se dovessimo leggere i commenti della stampa internazionale noteremmo una divaricazione di idee incredibile: questa visuale o la si ama o la si odia in toto. Sebbene il percorso della frammentazione sonora sia partito molto prima delle idee di Lopatin, almeno per quanto riguarda la musica connotata da aspetti psichedelici, l'irriconoscibilità delle sue forme (perchè confuse in suoni eterogenei) ne metterebbe in crisi quell'operazione di semiotica che ha animato i musicisti delle nuove generazioni post-sessanta, a meno di riconoscere una nuova tipologia di coscienza, che però in prima istanza sembra lontana da quella inpersonificata dai miti dei sessanta. Questi ultimi, attraverso il consumo di sostanze proibite e illegali, furono le iniziali cavie sottaciute per le necessità di esplorazione del fenomeno dell'ampliamento delle coscienze da parte dei medici della psiche.
Il vero punto nodale del problema non è la combinazione dei suoni quanto la formulazione di uno stile. In questa situazione l'unica plausibile via che si presenta dinanzi ai nostri occhi è quella di farsi guidare dalle logiche sostanziali della musica e dei suoi progetti, trovando ancora un aggancio nel contenuto emotivo dei suoni. 


*vedi anche il mio articolo sull'argomento La collage music tra visibilità ed offuscamenti

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