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sabato 16 novembre 2013

Diego Urcola: Mates


Oggi quello che non si accetta della latinità sono i suoi sconfinamenti musicali: ancora oggi esiste una pericolosa linea di demarcazione tra la sublimità di certa musica sudamericana e molto molto riciclaggio; spesso i musicisti coinvolti pensano di fare qualcosa di nuovo, ma poi in realtà sono idee innocue che non possono portare lontano. Il problema (solo apparentemente facile) è quello di far emergere un sentimento, senza che le linee melodiche diventino costruzioni poco autentiche. Direi che in Sud-america c'è un problema simile a quello dell'Italia e cioè che siano sopravvalutate certe espressioni che sono oggetto di un orgoglio nazionale mal compreso, a scapito della vera qualità. Sotto quest'aspetto il livello strumentale e l'organizzazione delle idee, ossia quegli elementi che utilmente potrebbero fare la differenza per fornire un miglior grado di valutazione delle proposte, non vengono quasi mai considerati.
Nel jazz molti mi fanno notare che oggi c'è un ritorno di tendenza che proviene dal Brasile, da Cuba o dall'Argentina, di cui sinceramente faccio fatica a trovare le sue nuove credenziali: tuttavia non è nemmeno vero che non ci siano musicisti competenti che riescono a trovare la propria espressione: tra le nuove generazioni è sempre più evidente l'integrazione nazionalistica proveniente da generi musicali diversi. E' su questo canovaccio che si inserisce il jazz latino del trombettista Diego Urcola, che filtra il jazz afro-cubano partito dal be-bop e dai ritmi di Paquito D'Rivera, il cool jazz e l'inesauribile vena argentina di un Astor Piazzolla. Urcola è già da tempo sulla scena jazzistica internazionale con un proprio sound verniciato, ma forse questo "Mates" registrato per la Sunnyside R. potrebbe contribuire ad una maggiore presa poichè è più progettualità che esecuzione: infatti il principale merito di "Mates" è il fatto di concentrarsi sugli elementi essenziali della latinità al loro stato puro, circondato dai musicisti giusti. E' una raccolta dove oltre a brani dei partecipanti, il repertorio pesca nelle tradizioni folk colombiana, santere, in Gismonti, Richie Beirach, Ariel Ramirez e Roberto Pansera.
Diversamente dall'impellicciato jazz dei suoi lavori precedenti, in "Mates" le strutture vengono tirate all'osso, senza rincorrere aggiustamenti di angolatura ritmica, e gli strumenti risultano vitali, presenti, evocativi. Il fattore Piazzolla viene garantito dal bandoneon di Juan Dargenton, mentre gli interventi dell'arpista Edmar Castaneda sono boccate d'ossigeno di questi tempi per uno strumento non avvezzo ai territori jazzistici; così come è indispensabile al risultato è il contrabbasso di Avishai Cohen, a volte discorsivo altre tinto di classicità; Dave Samuels completa saltuariamente l'organico al vibrafono e marimba. 

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