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mercoledì 24 luglio 2013

Specificità del lavoro di Jorg Widmann

L'esperienza d'ascolto spesso ci restituisce considerazioni diverse da quelle che a prima vista, seguendo le regole, pervengono nella nostra mente: nella musica classica odierna è da tempo che appassionati e critica musicale (soprattutto quella della carta stampata) cercano disperatamente un trade de union eccellente tra il passato e quello che si è presentato in rottura nella contemporaneità, un segno evidente che possa confermare la continuità storica, perciò artisti come il clarinettista e compositore Jorg Widmann sono una panacea per i loro pensieri perchè mettono tutti d'accordo; tuttavia, poi si dimentica che l'analisi di un musicista/compositore non può non prescindere dall'effettività dei risultati apportati e da come questi possono impattare sull'ascoltatore (anche quello non evoluto): è inutile rimettere in gioco le solite considerazioni per cui è necessario tutto un background per poter apprezzare la musica, spesso bastano semplici particolari per rimettere in discussioni teorie, principi e gusti. Widmann è uno dei quei giovani compositori che incarna le riflessioni appena citate: sebbene abbia raggiunto una notevole notorietà per le sue qualità di clarinettista (a ben vedere) e di compositore teso ad una propria visione che coniuga il romantico e il moderno, Widmann viene incensato al momento per opere che cercano quel filo sottile ed invisibile che lega la storia della classica: si va dai suoi quartetti d'archi (il terzo in particolare in cui viene riprodotta l'incipit pianistico di uno degli schemi melodici del Papillon op. 2 di Schumann), a brani camerali, anche in ensembles allargati, in cui spiccano partiture eccellenti per il clarinetto; minore attenzione è stata invece data ad alcuni episodi (discograficamente sistemati solo di recente) in cui il tedesco, allievo di Rihm, ha dato prova di una straordinaria capacità di idee, che non è solo oggettiva rielaborazione di temi ma anche innovazione creativa, in cui la sua magistrale sensitività orchestrale (che costituisce il suo vero marchio identificativo rispetto alla media), ha avuto modo di esplicitarsi; basta rivolgersi a quelle composizioni che gli hanno dato l'occasione di rappresentare vicende che hanno a che vedere con un passato molto più antico di Schumann, Mahler o Beethoven. La caratterizzazione della musica di Widmann si basa sull'attenzione che il compositore sembra riporre nello studio dei passaggi strumentali intermedi che hanno caratterizzato la classica orchestrale: in molte sinfonie o concerti dell'ottocento e novecento, spesso vi erano parti di raccordo (con flussi musicali più potenti, quelli che determinavano le composizioni) facenti da collante, essenzialmente formate da violini, fiati o percussioni in funzione di sospensione estatica. 
Bene, Widmann amplifica la durata di quegli intervalli, anzi, li fa diventare padroni della composizione: non è il solito respiro sospensivo a cui siamo abituati, perchè Widmann arricchisce quegli strati inserendo improvvisi scatti dinamici, strutturalmente e dinamicamente potenti tesi al ricreare le situazioni; quello che le orchestre non sono riuscite a dare nel passato (perchè l'impianto musicale era rivolto al "cuore" e alla ricerca di come suscitare stati emotivi diretti) Widmann cerca di estrapolarlo dalla cerebralità delle tendenze contemporanee, utilizzando tecniche e timbri che hanno la voglia di presentarci le realtà come un sentimento oggettivo ma ugualmente affascinante; prendete le splendide tessiture centrali di "Insel der sirenen", dove le sirene (violini addensati in una parte altissima della microtonalità) compaiono all'improvviso come nel racconto di Omero in una composizione il cui potenziale contatto con l'immagine figurativa esprime una fisicità che è stata evidentemente sottaciuta (ma che ha finalmente trovato esposizione nel suo ultimo cd per la Ondine R.); oppure la "Messe", ultimo atto di una trilogia di composizioni (1) per orchestra basata sulle trasformazioni delle forme di vocalità in forze strumentali, un'altra sottovalutazione che ha trovato sistemazione discografica grazie alla registrazione Ecm fatta dalla Deutsche Radio Philarmonie condotta da Poppen, dove è vincente il tentativo innovativo di costruire una messa coi dettami della tradizione ma sostituendo al posto dei cantanti la "voce" degli strumenti, ossia di comporre sacralità con l'ottica di un orchestrale; come dice il critico Gavin Dixon nella sua recensione ".....it breaks the specific semantic link with liturgical music. However, there is plenty of rhetoric here, including distant chorales from muted strings, brass fanfares, the associative sounds of various kinds of bells. In short, it is obviously meant to mean something quite specific, and it is clearly something to do with religious faith, but it is up to the listener to decide for themselves exactly what that meaning might be...."(2). Forse senza volerlo Widmann con la sua Messe ha messo il dito su una piaga della nostra pratica religiosa, quella che oggi costituisce riluttanza per molti credenti asfittici della religione cristiana, i quali avvertono un insopportabile ripetitività delle procedure, dove i cerimoniali sono praticamente identici e non si riesce a combattere quell'ansietà (che, nota bene, colpisce sempre più le nuove generazioni) nel partecipare a qualcosa in cui i ritmi dovrebbero essere diversi e più vari in cerca di parole, frasi, atteggiamenti o enunciazioni che possano coinvolgere la sensibilità e la consapevolezza religiosa: con la sua Messe Widmann fa rivivere gli eventi fondamentali e basici della principale religione occidentale con un taglio da "concerto", nulla affatto non ossequioso della rispettabile storicità degli accadimenti religiosi, con tessiture però che soddisfano al tempo stesso il canone profondo della liturgia e l'ampiezza delle problematiche che avvolgono la religione dei nostri giorni. 


Discografia consigliata:
-String quartets, Banse, Leipzig String Quartet, DG 2008
-Elegie, Deustche Radio Philarmonie, Poppen, Ecm 2011
-Violin Concerto/Insel der Sirenen/Antiphon, Widmann, Harding, Swedish Radio Symphony orchestra e Christian Tetzlaff, Ondine 2013



Note:
(1) le altre due sono Lied (2003) e Chor (2004).
(2)"...esso rompe il legame semantico specifico con la musica liturgica. Tuttavia, vi è abbondanza di retorica qui, con corali lontani costruiti su archi in sordina, fanfare in ottone e su suoni associativi di vari tipi di campanelli. In breve, è ovviamente destinata a significare qualcosa di molto specifico, ed è chiaramente qualcosa che ha a che fare con la fede religiosa, ma spetta a chi ascolta di decidere esattamente che risposta avere in termini di significati...."

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