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mercoledì 10 luglio 2013

Appunti su Roberto Bonati e sul suo "Bianco il vestito nel buio"


Un ampio spazio di ricerca è quello che coinvolge i rapporti tra la musica e le altri arti: i tentativi di coniugare in musica versi, testi poetici, sculture, dipinti, danze, etc. non sono certo mancati dal novecento in poi e anzi, si sono intensificati negli ultimi trent'anni; l'unico problema sta nella giusta rappresentazione di qualcosa che sia il riflesso dei pensieri, che sia al passo con i tempi e scappi via dalle banalità espressive. Roberto Bonati, contrabbassista, compositore e organizzatore di una delle più interessanti manifestazioni musicali d'Italia, il Parma Frontiere, costituisce senza dubbio uno dei più riusciti tentativi di fornire quel connubio tra arti e musica in cui quest'ultima ha il compito di dover rappresentare i contenuti dello scritto letterario o del dipinto non vincolandosi a paradigmi di genere, anzi sviluppando la "contemporaneità" e cercando di creare nuovi progetti dove l'improvvisazione (in tutte le sue forme possibili) e la composizione moderna siano in contatto per dar vita a nuovi "riscontri" artistici; Roberto, questo, l'ha fatto in maniera non oggettiva, iniettando con sagacia tutta la sua visione musicale. Sia quando ha trattato di Melville e della sua novella Moby Dick in "Silvery Silence" (introducendo dei felicissimi contrappunti etnici), o ha riproposto il dna della poesia di Attilio Bertolucci in "..Poi nella serena luce" (in un notevole lavoro di composizione che salda i rapporti tra elementi tradizionali, free jazz e contemporanea), o ha omaggiato in maniera splendida Pasolini in "Un sospeso silenzio" (riproducendo con voce e strumenti la tensione emotiva del poeta), ha introdotto visibilmente nelle riproposizioni delle figure la sua caratterizzazione, la sua sensibilità, che invero è molto vicina alla realtà; ed in questo non ha avuto preclusioni nell'utilizzare qualsiasi mezzo strumentale, anche se questi lo avrebbero portato fuori dall'impostazione principale dell'artista che è solo basicamente jazzistica. In possesso di uno stile che si divide tra la riflessione tipica dei contrabbassisti post-Scott La Faro e uno splendido afflato camerale (che si sostanzia nell'uso applicato dell'archetto), Bonati in tutte le sue prove ha fornito un quadro fedele delle vicende rappresentate, spesso molto amaro, ma che rivela tutto il suo amore per le operazioni culturali, per la vita, per migliorare la bontà dell'espressione musicale, senza confini di genere. 
Al ParmaFrontiere del 2011, Bonati in occasione del gemellaggio con il Festival Verdi, formò un trio acustico con due valenti musicisti, in cui oltre ad un suo assiduo collaboratore, il pianista Alberto Tacchini, suonò il percussionista Roberto Dani: "Bianco il vestito nel buio" è un prodotto assolutamente maturo, che volutamente osserva in chiave moderna la storia della musica italiana. Il riferimento alle composizioni di Verdi ed Allegri è mirato ed è inserito nell'idea che il nostro patrimonio musicale storico andrebbe correttamente rivalutato. Bonati, già nel progetto "The blanket of the dark. A study for Lady Macbeth" dedicato a Shakespeare, era in effetti al lavoro per trovare connessioni con le relative opere di Verdi, il quale già allora era convinto assertore della necessità di trasformare in musica, con proficuità, il materiale letterario. La rappresentazione del trio è senz'altro adeguata alle prerogative musicali che si pone e dà un taglio a quel "purismo" che spesso investe la mentalità dei nostri ascoltatori: soprattutto riguardo a Verdi, ancora oggi esiste un incomprensibile favore critico verso molte composizioni del compositore romantico che francamente vanno a discapito di quelle meno conosciute e distanti dalla scenicità dell'opera; melodia senza esacerbazione del dramma e senso temporale della musica sono i ruoli profondi degli uomini che il trio rappresenta nel suo excursus musicale: mentre Tacchini imposta e ricrea ambientazione riflessiva e sospensiva e Dani letteralmente scolpisce suoni free con le sue percussioni, Bonati ci insegna che quello che resta indelebile nel tempo (nelle nostre orecchie e nella nostra mente) sono alla fine quei suoni puri, ben marcati, evocativi di immagini, che hanno solo bisogno di essere ascoltati e compresi. 

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