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lunedì 24 ottobre 2011

I suoni pseudo-vintage di Joe Henry

A metà degli anni ottanta il cantautorato americano era oramai ad un punto di svolta: tutti i musicisti di Los Angeles avevano apportato il loro completo contributo, per cui difficile era la creazione di qualcosa di nuovo: se da una parte J. Browne o R. Newman continuavano imperterriti nel loro sound (spesso sbiadito) che li aveva fatto celebri, altri come J. Mitchell o T. Waits ne provavano altre e devianti di strade. Si imponeva però allo stesso tempo un rinnovamento che mantenesse invariate le caratteristiche di base della scrittura, che doveva continuare a proiettare sentimenti e riflessioni dei musicisti: questo rinnovamento partì dalla provincia americana e sebbene non se ne accorsero in molti, produsse valide espressioni che rispondevano ai nomi di Jeff Buckley, Josh Rouse e Matthew Ryan; di lì a poco molti preferirono affondare il manico nelle tradizioni dando conforto al movimento dell'alternative country. Ma tra questi, Joe Henry riveste un posto particolare: il suo merito è stato quello di riuscire a vivere le storie raccontate dal punto di vista musicale, in modo da dargli la sua impronta: voce nasale, sospesa tra il narrativo e il dolente, utilizzando gli accordi "vintage" di un piano del 1930, riporta alla memoria quelle "chiese" dei paesini dove possono esaltarsi i sentimenti nascosti, o quelle città metà della felicità degli emigranti...ma attenzione, perchè il sound non è antico, bensì inserito in tutta una serie di arrangiamenti che hanno fatto la storia moderna della musica rock. Già!, Henry ha avuto nella sua carriera, il solo problema degli arrangiamenti: se il primo "Talk of heaven" lo vede già emergere nelle sue caratteristiche fondamentali di cantautore "pseudo-vintage", seppur con qualche episodio incolore, il secondo "Murder of crows" già lo mette alla prova del rivestimento musicale: per via dei musicisti usati, Henry sceglierà una veste quasi "sudista" per un album che conferma silenziosamente questa nuova appendice del cantautorato statunitense. Henry è pronto per il suo capolavoro "Shuffletown" che lo vede prodotto da T-Bone Burnett, il musicista country-rock che già riscuoteva successo per le sue produzioni molto "musicali", ricche di suoni acustici tradizionalmente americani: e in questo disco il dosaggio degli strumenti è perfetto: si sta incarnando una profonda figura di musicista, che dando uno sguardo a Dylan e Waits nell'ispirazione, ha creato una sua formula intima, fatta di un particolare modo di vocalizzare, uno stile narrativo evocativo che scava nell'emotività dei suoni. Ma Henry si pone ancora il problema degli arrangiamenti nel disco successivo: "Short man's room": preso dai movimenti del momento, Henry addentra la sua scrittura nelle tradizioni del suo paese, inserendo robuste dose di folk nelle sue canzoni e per il successivo "Kindness of the wordl" di country. Purtroppo se le composizioni del primo sembrano in generale più azzeccate poichè rispettano anche il suo "humor" musicale, quelle del secondo sono svilite da quel tipo di rivestimento sonoro. Forse sarà anche per questo che il successivo album del 1996, "Trampoline", cerca altre trame sonore, rifugiandosi nella musica soul e funk più seria e oscura (anche con una versione di un brano di Sly Stone): in questo momento si sta formando un nuovo Henry, più diretto alla ricerca di suoni, quello che poi utilizzerà questi suoni per assemblare la sua particolare combinazione al servizio dell'Henry produttore. Tuttavia, la sensazione è che l'artista però abbia perso un pò lo smalto originario della scrittura e anche "Fuse" che addirittura scava nelle mode del low-fi e della dance music, sembra che confermi questa direzione.
Ma Henry cambia ancora gli arrangiamenti: per "Scar" e i successivi "Tiny Voices" e "Blood from Stars" si passa ad una maggiore profondità del fattore jazz; vengono invitati illustri jazzisti (Frisell, Mehldau, Ribot, Byron, etc., con un assolo anche di re Coleman) per conferire al suo vintage rock (che nel frattempo diventa un pò più oscuro nelle tematiche e nei suoni) la giusta dimensione; con questi albums Henry si riavvicina agli umori di inizio carriera, dando l'impressione di aver ritrovato ispirazione ed una strada proficua da seguire. "Civilians" affianca ad un jazz più parco e misurato, una scrittura che potrebbe star bene su un nuovo lavoro di Dylan, tanto gli è vicino nello spirito e nella voce, ma è anche l'episodio più vicino a "Shuffletown" in termini di afflato compositivo.
Intanto Henry con le sue produzioni di suoni vintage moderne offre la possibilità di un rilancio a vecchi campioni della musica "nera": non penso si possa prescindere dal valore attribuito al suo lavoro profuso negli albums di Solomon Burke, Bettye Lavette e Mose Allison; così come fondamentale marchiato a fuoco è il suo stile in alcune prove solistiche di Ani Di Franco, Aimee Mann, Mary Gauthier. Senza dimenticare l'apporto recente mostrato nell'ultimo lavoro degli Over the Rhine (vedi mio post prec.): Henry si impone per il suo stile glabro, spesso cinematografico, che lo vede combattere ad armi pari con l'intensità delle produzioni di Daniel Lanois e Brian Eno.
"Reverie" ritorna ad un sound più acustico, con un nuovo repertorio di canzoni old style: Henry affascina in molti momenti, sebbene stavolta si trovi a recitare una parte da "entertainer" che è un pò lontana da quella dovizia di particolari in cui si immergono le sue prove migliori.

Discografia consigliata:
-Talk of heaven, Astor Place, 1986
-Murder of crows, Mammoth, 1989
-Shuffletown, Mammoth, 1990
-Short man's room, Mammoth, 1992
-Scar, Hollywood, 2001
-Tiny Voices, Anti, 2003
-Civilians, Anti, 2007
-Blood from stars, Epitaph, 2009

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