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sabato 6 agosto 2011

Christian Fennesz: Seven Stars



Una delle prerogative dell’elettronica di pregio, sta nel fatto che i musicisti tendono tramite il suo uso, ad afferrare sentimenti, dar vita ad immagini, esprimere in un nuovo modo musicale la loro vicinanza al tema: il chitarrista Christian Fennesz agli inizi di questo secolo veniva fuori con la sua prima prova matura “Endless summer”, in cui cercava di dimostrare che la lezione di Stockhausen in merito alla diversa vitalità timbrica data ai suoni poteva spingersi nei territori impensabili della musica popolare: se il tedesco aveva avviato le sue sperimentazioni sui suoni/rumori grazie all’uso dei nastri magnetici, Fennesz (come tanti altri) affiancava le decostruzioni dei Beach Boys o dei musicisti 4AD, (ricostruite attraverso i rumori o scarti erratici), alle funzioni di processing della sua chitarra: “Endless Summer” era una finestra sul decorrere dei tempi, con un rapporto tra elementi musicali e concetti espressi molto calzante: nasceva in quegli anni, la glitch music, ossia quella musica che prendeva in considerazione i cosiddetti “errori” imprevisti delle nostre nuove compagnie (i computers) facendo quindi dell’errore una specie di arte su cui basare la composizione; in quel riuscito episodio, Fennesz recuperava, quindi, anche un recondito senso della melodia che traspariva dall’evoluzione di parecchi brani. Ma l’effetto di compenetrazione “temporale” delle composizioni era notevole e forse era l’elemento catalizzatore. Con “Venice” Fennesz cercò di ripetere il suo progetto artistico ispirato dai noti problemi della città veneta, con risultati ancora buoni, forse non perfettamente centrati come nel precedente, in virtù anche di una sorta di ermetismo sonoro che gli derivava anche dalle collaborazioni effettuate con David Sylvian. Ma senza dubbio anche la composizione di “Venice” mostrava caratteri di fascino, anzi rappresenta per il chitarrista austriaco un processo di crescita ed elaborazione dei suoni che vengono scelti con più perizia e meno impeto. Non solo, il lavoro di processing sembra ridursi per abbracciare un più ampio spettro di suoni “ambientali”. “Black Sea” completerà questo ultimo orientamento; probabilmente incentrato sull’inospitalità delle acque del Mar Nero, “Black Sea” è una sponda ideale per entrare nel tema delle “derive” provocate dall’uomo, anzi molti critici vi hanno trovati argomenti ulteriori, come l’inerzia dell’animo umano difronte alle vicissitudini geografiche ed economiche (dice ad esempio Scaruffi ……..la maggior parte dei pezzi sembra riflettere lo stato d’animo cupo della recessione economica mondiale e “Saffron Revolution” suona come una requiem per il mondo moderno). Musicalmente, però non è vicino al sound dei musicisti ambient isolazionisti, presenta un grado di sobrietà, di riflessivo che lo allontana dai territori impervi e pesanti di quella disciplina; colpisce ancora quella sapiente scelta di suoni che contribuisce ad una piena accessibilità fruitiva dell’artista.
“Seven Stars”, lavoro a formato ridotto, dovrebbe rappresentare un lavoro estemporaneo nella sua carriera, poichè ritorna al drone più tradizionale ma anche più scontato per esprimere, stavolta, qualcosa che ha a che vedere con il “cosmico” e con le evoluzioni “ambient” dei gruppi pop gotici di qualche stagione fa. Ma qui i rilievi d’interesse sembrano limitati, sarà forse che il sottoscritto ha del cosmo una visione diversa.

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