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giovedì 14 luglio 2011

Barletta Jazz Festival 2011, Dave Holland, Chris Potter e il mainstream jazz




Da molti anni l'anima jazz dell'appassionato si divide tra efficaci riproposizioni del passato e voglia di accogliere nuove esperienze che siano rappresentative del nuovo corso che il jazz ha intrapreso con l'avvento del free. Sono da sempre convinto che, anche quando esista questo dilemma (direi più intellettuale che musicale) bisogna comunque scavare nel personaggio e nel suo stile per cercare di capire se le riproposizioni del passato sono meritevoli di essere aggiornate e di capire quanta sostanza e originalità può scaturire dalla sua verve artistica. Si parla del cosiddetto mainstream jazz, che, sebbene sia usato in modi e significati differenti dagli operatori, in realtà vuole prendere in considerazione tutta quella realtà consistente che il jazz ha intrapreso all'inizio degli anni novanta, con una serie di musicisti che hanno cercato un'attualizzazione del be-bop e in molti casi dello swing di inizio secolo per introdurlo nei tempi moderni, distillando nel suono anche elementi della contemporaneità jazzistica. Il termine, in verità, fu usato dal critico di danza Stanley già nel 1950 per sottolineare la musica del trombettista Buck Clayton, ma la pienezza del significato attribuito dalla critica al genere farà capolino solo con l'interesse mostrato da una parte dei musicisti di New York verso una nuova considerazione delle capacità artistico/tecniche profuse negli strumenti di riferimento. Molti critici, invero, specie quelli più rivolti al lato free del jazz, ritengono che non si possa parlare di vera e propria "arte" in questi casi, tuttavia questo concetto è molto più complesso da affrontare e dargli un significato univoco, direi che è anche fuorviante: la realtà parla di musicisti che sono dei veri e propri campioni dello strumento suonato (vincitori di premi "tecnici" guidati da giure internazionali), memori delle lezioni che vanno da Louis Armstrong fino a John Coltrane, musicisti che però non sono degli innovatori, almeno nel senso stretto della parola, a cui si può chiedere solo di riaggiornare il catalogo storico del jazz. La serata passata al Barletta Jazz Festival con il quintetto di Dave Holland è stata una pregnante manifestazione di questa teoria esposta: l'inventore del mainstream jazz (Holland, di cui ho già parlato in un post precedente), si fa accompagnare da musicisti di rango, laboratori di questa tendenza che oramai dura da più di venti anni: il trombonista Robin Eubanks e soprattutto il sassofonista Chris Potter dimostrano come si possa enuclare valore anche nella semplicità dei suoni. Potter, in particolare, è probabilmente la punta di diamante di un movimento americano nato al sassofono con gli interventi di Joshua Redman, David Binney, Branford Marsalis, etc., (così come al piano era nato con i contributi del primo Brad Mehldau, di Kevin Hays, o alla chitarra con Kurt Rosenwinkel, e così via). Per ciò che concerne Potter, come descrisse il giornalista di AllAboutJazz John Kelman in una sua recensione, l'artista americano possiede una ..."pura energia viscerale bilanciata con una qualità accademica...." che lascia spazio ad una eccitante improvvisazione stilistica, che pur basandosi sui modelli canonici del jazz, ha modo di esplicarsi con caratteristiche personali, fornisce un suono frizzante, di elevata competenza (con parecchi sprazzi nel free più edulcorato). Quello che un ascoltatore può solo rimproverargli è l'assenza di "innovazione", per il resto, si capisce di trovarsi di fronte, forse al meglio di quello che il mondo del jazz può offrire da quella prospettiva. Non ho avuto modo di poter scambiare qualche parola, rimane però la netta impressione di aver conosciuto in carne ed ossa un vero talento ed aver apprezzato la sua disponibilità.
La discografia solista di Potter ha probabilmente vissuto i suoi momenti migliori negli episodi di "Concentric Circles" del '94, la collaborazione con Mehldau di "Moving In" nel '96, in cui cristallino è il talento esplicativo del sassofonista di New York, che almeno fino "Gratitude" continuerà ad essere un degno esponente di quel mainstream che si basa su temi convincenti ed improvvisazioni di rango; poi con "Traveling Mercies" del 2002, Potter inserisce nella collaudata formula linee di synth, effetti di elettronica, rispondendo ad una esigenza che era diffusa anche negli altri musicisti, cambiando ancora registro con "Underground" e con il quasi funky di "Ultrahang" del 2009 che in verità ne mortifica le capacità espressive, avvicinandolo al pop-jazz degli Steely Dan a cui aveva dato già il suo contributo in "Alive in America". Notevoli anche le registrazioni dal vivo al Village Vanguard per l'etichetta Sunnyside. Inoltre dev'essere considerato essenziale per tutte le registrazioni recenti di Holland e di quelle di tanti blasonati musicisti jazz che lo hanno invitato a suonare nei loro dischi (tra cui Wayne Shorter, Enrico Pieranunzi, Paul Motian, etc.).


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