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mercoledì 8 giugno 2011

Jonathan Harvey




La prospettiva nell'approfondimento di una religione o anche il sentimento con cui ci si rivolge è fattore di diversità tra le opinioni degli uomini e in definitiva dei musicisti: il caso del compositore Jonathan Harvey è emblematico; qualsiasi approccio musicale non può prescindere da una interiore ricerca spirituale che dev'essere trasferita nella composizione. Se rimanessimo in Gran Bretagna, dovremmo ammettere l'evidente differenza che lo separa da altri compositori che dell'avvicinamento tra spiritualità e musica ne hanno conservato i caratteri originari: si pensi ad esempio a tutta l'opera di Taverner. Harvey, invece, in una prescelta ed opinabile veste pseudo- induista, ha cercato di trasferire tutto quel potenziale che quella religione poteva offrire negli schemi "intricati" della musica colta occidentale. Ha anche lui affrontato i temi religiosi cattolici (tra cui l'impegnativa "Passion and Resurrection") ma ha sempre partorito un'idea alquanto personale della prospettiva religiosa cattolica, forse cercando nell'accostamento orientale un punto di unione con quella occidentale. Comunque sia, Harvey, partendo dalla serialità e dagli apprezzamenti di Boulez (che lo voluto insistentemente al centro IRCAM di Parigi) ha elaborato una sua personale visione religiosa, che tendeva ad inglobare quello stato di calma e benessare trascendentale a cui le dottrine orientali ci hanno sempre abituato. Una sorta di serialità "tibetana", si potrebbe dire con spiccati accenti nella ricerca elettroacustica e spettrale. Come scriveva sul compositore Raymond Monelle su The Independent ".....se si pensa ad un modernismo come un aggressivo, rivoltoso tentativo di "impressionare la borghesia", allora Harvey è il suo esponente più quieto. La sua spiritualità sognante, cucita con quietismo buddista, dà alla sua musica un silenzio meditativo. Questo è particolarmente vero per il suo Cello Concerto, suonato da Arne Deforce. Il cellista è "a bordo di un carro su un cuscino di suoni acuti", dice il compositore, attraverso un paesaggio di campane da tempio e di acque increspate. Anche quando le idee musicali si stanno sviluppando, sembra che tutto sia comunque immobile......"
Le campane poi sono state il veicolo principale del suo capolavoro "Mortuos Plango, Vivos Voco", un vero e proprio esperimento teso alla ricerca di un nuova espressione di "preghiera", che viene realizzata partendo da elementi apparentemente "senz'anima" (campane, nastri, computer, spettri, etc.) affiancate alla voce del figlio Dominic ascoltata nei cori di Winchester: sarà il suo primo (siamo nel 1980) e forse più riuscito tentativo di donare un'opera di profondità anche musicale alla ricerca dell'Ircam, costruendo un collage sonoro di campane e voci manipolate al computer che risente della ricerca di Babbitt e Stockhausen, ma che mostra anche il suo articolato linguaggio espressivo. Harvey avrà modo poi in molte lavori di percorrere il sentiero battuto dagli spettralisti in tema di timbrica, aspetto che emerge sempre più dalla presunzione artistica dei suoi ultimi lavori orchestrali come nella raccolta di "Body Mandala" e "Speakings". "Body Mandala" è stato insignito delle più entusiastiche recensioni di mezza critica musicale, destinato ad diventare un "classico" contemporaneo dotato del requisito post-moderno del multistilismo. "Speakings" poi, nonostante una certa aridità di fondo, sta raccogliendo consensi anche dai fruitori più distratti, che non pensavano che Harvey potesse arrivare ad un'idea di orchestra parlante, usando dei software con algoritmi in grado di offrire un dialogo tra l'analisi spettrale e l'orchestra stessa.

Discografia consigliata:
- Mortuos Plango, Vivos Voco, computer-manipulated concrete sounds (pre-recorded quadraphonic tape), for tape, Harvey, Wergo
-Cello Concerto, Frances Marie Uitti, Etcetera
-Mythic Figures, Ensemble Musique Nouvelle, Sargasso
-Complete string quartets and trio, Arditti Quartet, Aeon
-Body Mandala, BBC Scottish Symphony Orchestra, Nmc

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