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giovedì 4 aprile 2019

American saxophones: revisioni dei codici narrativi


Quando a Roland Barthes gli veniva chiesto quale fosse il suo rapporto di lettura con i romanzi, l'autore rispondeva dicendo "..I don't read novels any more, I'm sorry to say. A writer should read novels. When I do, I go back to the ones I've read before: Dickens, Balzac...I find now when I go to get a book off the shelf, I pick something I've read before, as if I didn't dare try anything new....". 
In S/Z, nell'illuminata analisi strutturalista del Balzac di Sarrasine, Barthes ricavò dei codici funzionali applicabili alla storia, dimostrando poi che anche una partitura poteva essere comparata all'area di leggibilità di un testo. Questa premessa potrebbe essere molto utile per entrare nelle tematiche del primo lavoro solista del sassofonista americano Michael Attias, dal titolo Échoes la nuit, soprattutto in relazione al processo di costruzione della sua musica. Ho conosciuto in passato la musica di Attias tramite i suoi cds alla Clean Feed e devo affermare che in Échoes la nuit emerge una personalità non prevedibile dell'artista: innanzitutto non si tratta di un solo "tradizionale", bensì di una speciale configurazione di solo, dove l'artista con una mano suona il sax alto (la sinistra) e con l'altra il pianoforte (la destra, più utilizzo dei piedi per i pedali). L'idea è quella di creare una zona simpatetica della musica, immediatamente adiacente agli strumenti e alla loro percezione ambientale: poche note che si incrociano, destabilizzazioni leggere delle strutture melodiche, tentativi di unisono o, per effetto delle risonanze naturali e dei pedali, aree di sensibilizzazione acustica dei suoni che sembrano aumentare o ritrattare la loro intensità. Come nelle analisi di Barthes, Attias immagina la sua musica come un testo tonale, con codici di sequenzialità: una sommessa partita a scacchi polifonica, frutto di ore passate a scovare misteriose derivazioni dei suoni, simbologie e drivers narrativi. E' un modo per mettere assieme tante conoscenze della musica classica e jazz, quelle indicate dal sassofonista, dal tocco angelico di Michelangeli che suona Debussy all'essenza delle geometrie di Thelonious Monk, dall'elasticità di Steve Lacy alle tele di Paul Motian, dalle soluzioni sospensive di Morton Feldman fino alle parti oscure di Paul Bley (con espansione alle salmodie muezzin in Grass, come ulteriore effetto delle sue origini ebraiche).
Échoes la nuit è nuovo proprio perché non è possibile dirigere l'ascolto su queste influenze singole, merita una sua fruizione in cuffia a volume sostenuto, in grado di percepire e sostenere la simbiosi, l'anomalo dialogo interattivo che proviene dalla stessa fonte creativa. Il jazz viene attraversato in una stanza di compensazione, lambisce frequentemente il territorio di un'intrigante composizione, e l'impatto sonoro dà la sensazione di essere nelle situazioni descritte da Barthes, che metteva sullo stesso piano lo sviluppo di una fuga e quello dell'enigma di un tema; in questa analisi congiunturale l'uso dei pedali è fondamentale per materializzare un pensiero cosmico, quello dell'espansione-staticità-contrazione, presenza accompagnatrice di tanti fenomeni del mondo, a cui Attias si avvicina per farci cogliere l'importanza delle sfumature e delle dimensioni dello spazio. Quasi un effetto sintetico, che in verità è elemento di un microcosmo acceso nel più ampio senso metaforico della narrazione, quella che la vede contenuta in altra, con la propensione alla rivendicazione di un'appartenenza. 
Il cd uscirà domani per la Out of your Head Records.

Una registrazione di un'esibizione compiuta a Richmond nel dicembre del 2016, riporta in auge tre valenti musicisti della musica improvvisata: What is to be done (pubbl. su Clean Feed) è il risultato di una serata di grazia del sassofonista Larry Ochs, del chitarrista Nels Cline e del batterista Gerald Cleaver; tre lunghe jams improvvisative incorniciate in una copertina rossa, che allude al marxismo e al romanzo di Cernysevskji. Anche per questo dimenticato episodio letterario dell'Ottocento c'è stata una nuova indagine e rilettura fatta da Nabokov nel 1937 nel Il dono, che riporta in auge il principio delle scatole cinesi: gli autori si commentano o commentano fatti all'interno di una storia più grande. Comunque, a prescindere dal peso politico che gli si vuole attribuire, What is to be done ha una bellissima esposizione, uno sviluppo progressivo pieno di motivi d'interesse, dove il tono rough di Ochs trova egregie soluzioni di contrasto dei suoi partners. Direi che per tutti e tre i musicisti è un pezzettino della loro attività che riscatta parecchia normalità della loro musica negli ultimi anni: Ochs non suonava così bene dai tempi del Rova Saxophone Quartet, sebbene i suoi progetti non fossero per nulla decadenti; Cline va molto oltre le collaborazioni con Thollem McDonas o quelle molto interessanti fatte con il duo White out, ristabilendo un certo contatto con la propensione jam che mancava dai tempi di Coward; Cleaver mette in piedi un drumming dell'occasione che probabilmente è uno dei migliori in assoluto della sua intera carriera. What is to be done è una vera sorpresa, basta arrivare subito al 6' minuto di Outcries Rousing per entrare in tema con le scariche acide e vetrose di Cline, verificare le linee adeguatamente parossistiche del sax di Ochs e reggere il trasporto dei controtempi creativi di Cleaver. Dall'andamento costantemente dinamico, l'esibizione mostra diverse sfaccettature, un flusso regolare di azioni che trovano un culmine sulle tonalità alte e stridule; non è di quelli che picchiano alla solita maniera, lascia al contrario un'impressione verace pur non essendo affatto un monolite. La sosta propedeutica di A pause, a rose, dimensione rubata agli uffici distopici di Gilliam, lascia il posto a Shimmer intend spark groove defend, estensione imponente di venti minuti che ribadisce alcune specificità della teoria musicale applicata all'improvvisazione: graffiare o l'incontrarsi a diverse gradazioni di tensione sono espedienti ben curati, che danno l'idea che questo tipo di improvvisazione può durare a lungo (non trascurerei il potenziale bellico dell'elettronica collegabile alla chitarra elettrica di Cline, una circostanza che riflette quanto il chitarrista sta sperimentando ultimamente).



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