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martedì 26 marzo 2019

Ivo Perelman: Strings 3 & 4

Strings, per il sassofonista Ivo Perelman, ha un significato ben preciso: come già affermato in occasione della pubblicazione dei primi due volumi dedicati al tema (vedi qui), non si tratta di compiere avvicinamenti al comparto corde in nome di un ennesimo esperimento di contrapposizione che, nella libera improvvisazione, ha avuto già modo di materializzarsi parecchie volte, quanto piuttosto di provocare controcircuiti timbrici, effetto di sostituzioni degli strumenti usualmente indicati dalla letteratura classica nei trio o quartetti d'archi. Il sassofono tenore o altri strumenti reputati adatti allo scopo, vengono studiati nel loro grado di avvicinamento alle sonorità degli strumenti a corde, naturalmente in una cornice speciale, quella tipica della libera improvvisazione. Questi controcircuiti timbrici sono effetti delle capacità di adattamento di Perelman e dei musicisti invitati ad unirsi a lui: in preda ad una certa associazione di idee, Perelman e i suoi partners cercano di lavorare impasti sonori sulle frequenze di un violino o di un violoncello. 
Lo Strings 3 è l'organico di un trio dove la ricomposizione timbrica viene raggiunta accostando alla viola di Mat Maneri, il sax tenore di Perelman (forse nelle vesti simbiotiche di un violino) e la tromba di Nate Wooley (forse nelle vesti simbiotiche di un violoncello): i 53 minuti che compongono il cd dànno la netta sensazione che i tre abbiano in testa un paradigma che non può non prescindere dalle regole di organizzazione della musica classica, in special modo quelle sistemazioni seriali partite dagli Strings Trios di Webern, Schoenberg o Haubenstock-Ramati, e prolungatesi alle contorsioni di Ferneyhough o Aperghis. Si prova a scambiare ceppi di sonorità senza premeditazioni di nessun tipo: il consueto operato di Maneri si installa sul fraseggio speciale di Perelman e Wooley; è qui che si deve ottenere una conferma, verificare la sua validità. Risalta subito che l'accettazione di un certo clima sonico è effetto di un'aderenza all'atonalità più completa, di una piena mancanza di sovrastrutture e di simulazioni strumentali, individuate dal suonare con certi accorgimenti, qualcosa che è indispensabile per trasferire il bagaglio formativo del "soffio" nel bagaglio formativo del "tocco", senza rinnegare l'espressività della musica (che anzi ne guadagna). In Strings 3, non solo si ascoltano delle combinazioni timbriche incredibili per sax e tromba, ma si deve ammettere anche che il jazz è assente e la musica fa riflettere su quale sia la via migliore per trattare queste combinazioni strumentali tutto sommato inedite: nelle note interne Neil Tesser evidenzia con sagacia che l'amalgama impostato liberamente è frutto di una specifica competenza detenuta da Perelman, Wooley e  Maneri, dove la simulazione di cui si parlava è resa possibile da manovre esecutive che si completano e rendono possibile l'idea di "iconic dichotomy" di Perelman, un concetto molto relazionato alle arti moderne, per cui non è strano assistere a creazioni che fanno buon uso dei poteri del corpo e della mente. Ivo e i suoi partners, dunque, hanno aperto una strada, tutta da scoprire, che può essere appannaggio di combinazioni strumentali non ancora udite ed espressione di visuali differenti effettuate da musicista a musicista.
Nello Strings 4, l'idea riproduttiva è probabilmente quella classica del Piano Quartet with String Trios, dove la presenza di Matthew Shipp aggiunge un ulteriore tassello di riflessioni: l'usuale magma di espressività, con gli strumenti che vi conducono in zone aurali trasversali ma bellissime, sfida l'impianto dello Strings 3, quella sorta di "nightmare" strutturalmente vissuto sull'atonalità; lo Strings 4 si riappropria di uno spazio meno astrattamente turbolento, subdolamente anche jazzistico, in cui si ritorna al lirismo e alla profondità di campo della musica. L'entrata in gioco del pianoforte è fondamentale per una differente visuale e, nel caso di Shipp, il percorso si produce in "angolature", in un modo di scalare il pianoforte che è molto vicino ai trattamenti di molte operazioni pianistiche del secondo novecento, utilizzate nella musica contemporanea: le armonizzazioni jazz sono prevaricate dagli incastri degli sviluppi di un George Crumb o, nel caso specifico, dal richiamo di utilizzi particolari lanciati nei repertori della classica più recente (per mantenere un'unità con l'argomento piano quartet with string musicians, si potrebbe far riferimento al Quartetto per piano e strings di Marc Andre Dalbavie); si dà modo, perciò, di addolcire il linguaggio, e nonostante non manchino le tecniche estensive, si crea molto l'idea di una sound sculpture trasferita nel campo della free improvisation, il risultato compiuto dell'iconic dichotomy pensata da Perelman. Ci sono dei momenti di un'intensità fenomenale in Strings 4, il cui benessere all'ascolto non vi permetterà di staccarvi dalla musica molto facilmente, ma c'è anche un messaggio nascosto dietro le mostruosità tecniche profuse da Perelman e soci, qualcosa che forse la musica contiene in sé, nelle sue profondità, e che per la prima volta porta verso una zona di sconforto e di fragilità. E' una sensazione personale, che me lo fa amare di più.



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