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martedì 12 febbraio 2019

Poche note sull'improvvisazione italiana: 3x3, improvvisazioni in trio (terza parte)


Il mondo è costellato di tanta bella arte. Uno splendido dipinto di Luisa Rivera è la destinazione della copertina di Undergrowth, un cd/digitale del trio composto da Walter Forestiere (percussioni ed oggetti sonici), Francesco Massaro (sax alto, clarinetti e armonica) e Giovanni Cristino (pianoforte, soprattutto preparato). Nel disegno dell'artista cilena c'è un meraviglioso lavoro ottico, che intercetta i legami mistici fra l'uomo e la natura; dando molto spazio alla figura femminile, la Rivera è una grande illustratrice, riesce a captare perfettamente gli umori e le relazioni attraverso gli sguardi delle figure o la conformazione della natura o degli oggetti (vedi The air of mistery o The bonsai keeper), aderendo anche a tanto realismo popolare incompreso. 
In Undergrowth si intuisce visivamente una figura umana collegata a dei funghi attraverso la bocca: un modo bellissimo di indicare che la terra porta con sè molti segreti, oltre quelli conosciuti, e vive di una propria forza latente e microscopica. E' quanto Forestiere, Massaro e Cristino vorrebbero evidenziare. E per farlo bene devono adeguare la loro strumentazione al respiro di quella naturale. In sostanza bisogna ricreare l'ambiente sonico: la mimesi si ottiene applicando una serie di tecniche estese agli strumenti che possano far emergere il sottobosco; il lavoro sulle percussioni è percio discreto, improvvisato e totalmente impostato al beneficio udibile dei suoni, quasi a ricreare l'ecologia acustica dei posti secondo la lezione di Schafer; d'altro canto, soffiare negli indotti d'aria di sax e clarinetti, o tirare fuori suoni dagli interni di un piano opportunamente modificato, significa anche simulare molti suoni naturali; su questa linea di condotta si creano delle vere e proprie immersioni: Invertebrates e Microfauna sono esempi splendidi di simbiosi musicale, il ko che arriva dopo appena i primi due pezzi. Ma non ci si ferma qui. Più in generale tutto il lavoro vive di una sorta di "trapasso" tra realtà e finzione musicale, prevedendo anche un momento più armonico, quando il pianoforte riacquista la sua funzionalità ordinaria e manda in circolo la vena romantica umana; la conclusiva title track, poi, scopre un "viaggio" completo di accessori, è movimentazione e misticismo assieme, è poetica del "sotto", al pari di quanto non ci riesce di raggiungere con facilità per via della nostra condizione umana (pensavo alle storie, alle ventimila leghe sotto il mare e a tanta botanica); sul "sotto" si è anche voluta rivoluzionare l'abituale visuale del cielo. Undergrowth mi fa pensare anche a molto cinema d'arte visto in una prospettiva orientale, più favorevole per certe comprensioni, che ha posto la natura nella stessa posizione gerarchica dell'uomo, invitandoci persino all'inseminazione (gli Avatar di Cameron o l'Aun di Honetschlager), con una grande forza riposta sulle immagini. 
Un'ultima cosa: Undergrowth non somiglia a nessuno!!



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