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mercoledì 6 febbraio 2019

Henry Purcell e la restaurazione inglese


Chi ha avuto la pazienza di leggere i miei vecchi articoli, conoscerà la mia diffidenza verso l'opera e il melodramma: si tratta di un'applicazione del mio pensiero, che regge una costruzione di quanto sviluppato fin dai tempi di Monteverdi ed è valida anche per quei paesi che l'hanno accolta successivamente. In Inghilterra, per esempio, Henry Purcell tradusse molti aspetti della musica e del canto barocco italiano e francese, per comporre Dido and Eneas, che viene unanimemente considerata l'opera di riferimento del barocco inglese e supercelebrata da eventi e registrazioni in tutto il mondo. Come spesso è capitato in casi analoghi, si evidenzia una sproporzione enorme dell'interesse accordato all'opera rispetto ai componimenti per celebrare eventi politici, di corte o semplicemente per evidenziare una pratica religiosa: eppure ho sempre trovato più motivazioni d'ascolto in quest'ultime. E vi dico perché. 
Purcell lavorò durante il periodo della Restaurazione britannica (1660), dopo anni di lotte intestine con i puritani: fautori di una forzata moralizzazione della vita pubblica, i puritani arrivarono persino alla chiusura dei teatri e di tutti i luoghi di divertimento dell'intera Inghilterra, pur di contrastare ciò che veniva ritenuto il mal costume degli ordini reali ed ecclesiastici. La Restaurazione consentì di riaprire i cori nelle chiese, di riaprire i teatri, dando anche possibilità di ripristinare le consuetudini della chiesa anglicana. Quello che si produce nell'Inghilterra di quegli anni è un periodo incredibile, perché le arti risorgono assieme ai canali scientifici e all'urbanistica: oltre a Purcell e ad altri bravi compositori inclini a cogliere gli argomenti musicali del tempo (John Blow è uno di questi), Londra comincerà ad acquisire una nuova fisionomia cittadina, si avvertirà il talento di scrittori come Milton e Dryden e la Royal Society accoglierà le eccellenze della scienza (un gruppo foltissimo che coinvolgerà persino Isaac Newton). 
Ritornando alla musica, la bravura e specificità di Purcell non sta tanto nella creazione di fonti, quanto in una loro sapiente riproposizione: ciò che lo consacra come orgoglio della sua nazione e principale precursore della classica inglese è la sua capacità di trovare un suo spazio compositivo che è lavorazione dei generi sacri, celebrativi, religiosi e di corte, qualcosa che influenzò con molto minor peso anche l'attività teatrale. Per quest'ultima è veramente difficile trovare elementi concreti di differenziazione rispetto al materiale musicale usato già molto prima da francesi ed italiani, e l'unica risposta che si può fornire per segnare ciò che è stato segnalato come "Orfeo britannico" è la capacità di saper arricchire le formule. Senza poter entrare in una nozione esaustiva di sinfonismo (che verrà compiutamente espletata più in là nel tempo e con tutt'altra enfasi terminologica), si può rendere conto di un Purcell che tendeva ad una sua ricerca sinfonica, qualcosa che non trovò eguali pari nel resto d'Europa, frutto del lavoro di un uomo dotato di una sensibilità musicale eccellente e teso alla massima resa delle soluzioni; la sua è una vena regale che domina gli abbinamenti: negli anthems, nelle odi, nelle welcome songs e in gran parte delle produzioni non distratte dalle prerogative sceniche, Purcell era in grado di mettere assieme parti diverse con profitto, regalando un suono complessivo che non era direttamente ascrivibile alle forme tipiche francesi (Lully, Charpentier) o italiane (Monteverdi, Carissimi e tanti altri italiani emigrati in Inghilterra); è dunque l'imponenza che riunisce e migliora arie, recitativi, antifone ed odi, le soluzioni che insistono sull'energia, la dizione sillabica e l'espressione della lingua inglese e che si trovano dappertutto nella sua produzione (nelle composizioni celebrative o religiose, narrative o drammatiche), con punte di virtuosismo raggiunte nella praticabilità di cantanti eccellenti, reperibili a Londra (Gostling era una voce di basso fenomenale, fuori dal comune). 
Un punto di arrivo inestimabile per Purcell può essere certamente rinvenuto negli anthems, componimenti polifonici che dopo la Restaurazione vennero da lui arricchiti, con inserzione di voci solistiche e recitativi di matrice drammatica, fino ad arrivare ai symphony anthems, con accompagnamento musicale: 70 composizioni di cui se ne possono godere ancora i benefici oggi e trovare perle dell'inglesità. Discograficamente parlando, se volete un'essenza sapida e veloce delle qualità e stile di Purcell vi potete confrontare con due composizioni principali dell'autore che segnalo spesso, ben eseguite in una raccolta per l'Erato (sono Music for the funeral of Queen Mary e Birthday Ode Come Ye sons of art, affidate al Monteverdi Choir, con orchestra ed ensemble diretto da Gardiner), ma per un approfondimento esaustivo vi consiglierei di far ricorso a Robert King e ai cori dei King's Consort e Oxfort New College Choir, dove l'Hyperion Record ha imbastito due complete rassegne della musica sacra e celebrativa di Purcell: 11 cds come Complete Anthems and services e 8 cds come The Complete odes and welcome songs; lì dentro ci sono molti monumenti che resistono molto più della The complete Theatre Music, equivalente raccolta integrale per il teatro, edita per Decca in 6 cds a favore dei cori dell'Academy Ancient Music e The Taverner Choir diretti da Christopher Hogwood. Inoltre, se volete un libro in italiano, eccezionale nella semplicità del linguaggio e nelle descrizioni musicologiche e biografiche di Purcell, vi consiglio Henry Purcell di Dinko Fabris e Antonella Garofalo, un libro edito L'epos del 1999, di cui però ignoro l'attuale disponibilità nelle librerie.



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