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giovedì 24 gennaio 2019

Poche note sull'improvvisazione italiana: commentare le autocrazie


E' imbarazzante constatare come alcuni schieramenti politici siano stati esclusi dal mercato della politica ed emarginati a movimenti assolutamente insignificanti dal lato del consenso generalizzato. L'attuale assetto di molta politica, sulla carta democratica, è riuscita non solo a minimizzare la loro portata ma addirittura ha assistito silenziosamente alla sua estinzione, senza nemmeno porsi domande sulle perdite di intelligenza e buon senso di coloro che ne dovrebbero comunque far parte in base a qualche diritto. Le democrazie sono diventate un velo per esercitare regimi autocratici, costruiti con stratagemmi, furbizie ed una serie di menzogne, che sono trappole per topi. I paesi che hanno il peso più grande nella gestione delle relazioni e nell'equilibrio delle forze in campo, stanno dimostrando quanto è difficile maturare un pensiero politico limpido: in Russia la contrapposizione più resistente verso Putin giace in un circolo di intellettuali sparsi in movimenti politici che non riescono nemmeno ad avere una rappresentanza in governo; una replica si ha in Cina, dove attorno all'apparato governativo c'è una vera e propria macchina blindata, ma questa linea si è presto spostata negli Stati Uniti con l'elezione di Trump e sta investendo con gradualità gli europei: qualche stato è già autocratico di fatto, altri lo potrebbero diventare a breve (in Italia sono stati fatti scomparire movimenti interessantissimi come quello del Possibile di Civati o dei filo-marxisti). Di fronte a questa situazione quale deve essere la risposta degli artisti? Ognuno di loro darebbe una risposta singolare e super diversificata (resistenza, far finta di nulla e non preoccuparsi del pericolo, compiere azioni su più locazioni, restare onesti con la propria visione, etc.); da ciò si deduce che essa non sempre deve essere politica! Sarebbe necessaria, invero, un'autocrazia dell'arte che non sia immediatamente collegabile ai problemi sociali. 
Perché vi parlo di supremazia dell'arte? Perchè vi voglio introdurre al chitarrista catanese Santi Costanzo e alla sua autocrazia musicale. Costanzo ha appena pubblicato Autocracy of deception - vol. 1 (per Setola di Maiale), un solo per chitarra elettrica, in cui si serve anche di preparazioni e live electronics, un cd in cui il termine si presta almeno ad un paio di spiegazioni: la prima riguarda le modalità della composizione e dell'ascolto: "..il titolo nasce dall'illusione che elementi e moduli improvvisativi possono suscitare in chi ascolta, ma anche a chi è impegnato in prima persona nella loro produzione. Autocrazia intesa come imposizione scaturita da un'illusione tanto ingannevole, quanto percettiva..." (Costanzo, dalle note interne del cd); la seconda, invece, inficia la superiorità della musica come arte, così come spiegatomi dall'autore che ho raggiunto per mail: "...prima di iniziare questo lavoro, mi sono posto delle domande. Quanto siamo legati e condizionati, oggigiorno, da forme convenzionali autocratiche? Quanto il significato politico nell'arte (mi riferisco ad arte "astratta" o, comunque, a musica strumentale) sia necessario e utile all'artista, nonché all'ascoltatore, perché questi venga influenzato nell'ascolto musicale, ormai ridotto all'osso e lobotomizzante (pensiamo a radio commerciali, musica semplice e di facile ascolto, e simili)? Quanto ci illudiamo di definire qualcosa "bello" e quanto invece escludiamo sia tale? Quanto viene condizionato il nostro giudizio da ciò che la società dei consumi ci impone? La risposta a queste domande è semplice: a mio avviso, chi al giorno d'oggi produce arte dovrebbe anzitutto evidenziare il significato di "arte per l'arte"; considerare quest'ultima, insomma, al di sopra di qualsiasi forma esterna ad essa, incluse quella politica e sociale. Fare in modo che l'esaltazione dell'autonomia artistica possa anche, ma non obbligatoriamente, fare riferimeno ad aspetti legati al sociale, a patto che l'arte non assolva, con ciò, una funzione di sudditanza nei confronti di qualcos'altro (come la politica), svilendo in tal modo se stessa. Se così fosse, si rischierebbe di far perdere di valore qualsiasi produzione artistica, che dovrebbe, a rigore, sopravvivere al tempo. Credo in un'arte universale, autonoma, che imponga se stessa su tutto, autocratica. Una protesta atipica la mia, forse, ma con un aspetto binomiale di base: arte per l'arte, sì, ma anche arte come guida..."

Passando al commento della musica, Autocracy of deception - vol. 1 tira fuori l'ampio sottobosco di idee di Costanzo, dimostrando di avere come base di partenza l'ampiezza stilistica del migliore chitarrismo americano di confluenza assunto a fine novecento (tra i più presenti in Costanzo si può far riferimento a Bill Frisell e Thurston Moore), con uno scavalcamento di ruolo che trae linfa anche in ciò che le intersezioni di genere e di tecniche hanno compiuto per la chitarra elettrica; si tratta di andare un pò sulle proiezioni dei chitarristi e produttori ambient (Eno soprattutto e i suoi prestiti tecnologici al rock), un pò su certi mulinelli dell'improvvisazione libera (l'asetticità di certe soluzioni di Derek Bailey e delle sue discendenze), e non dimenticare le trame estensive tipiche della musica classica contemporanea. La capacità di Costanzo è però quella di calcare, in mezzo a tanta modellistica, anche dei territori sonori personali, scovare zone di territorio immacolate, come gli esuli inglesi che occupavano i territori statunitensi all'epoca del colonialismo. Autocracy of deception è l'incontro di due fascie tematiche: da una parte si entra in aree di sperimentalismo puro, dall'altra in aree di narrazione trasversale che riflettono l'abitudine dell'artista alla sonorizzazione di readings e scritti di letteratura. Costanzo chiama le prime Abstraction e le seconde Improv; per quanto riguarda l'Abstraction l'inquadramento complessivo è pesantemente filtrato dagli effetti dell'elettronica, per cui si instaurano landscapes eclettici particolarmente efficaci, qualcosa che vive l'elettricità attraverso il feedback e i preparati timbrici al vetriolo, lanciando uno sguardo pervasivo e non secondario sulle tessiture ricavate dalla moderna elettronica isolazionista; le situazioni udibili sono quelle del ferraglio ambient di Diver Asphyxia, quelle create dallo spessore di una corda preparata per produrre un timbro specifico, così come succede in Untitled. Quanto alle preparazioni Costanzo mi ha riferito: "...ne uso di diverse: molle, martelletti, chiavi, barre di ferro, pinze per capelli, archi di vario tipo (violino, violoncello), l'e-bow (arco elettronico), corde di stoffa, fogli di carta, bicchieri di plastica, slide (metallo e vetro), ed altro ancora. Questi oggetti vengono poi combinati, in alcune composizioni di Autocracy of Deception attraverso l'elettronica; in altre, invece, senza l'ausilio di quest'ultima...."
Le Improv mostrano invece una maggiore direzione verso epiloghi del jazz convenzionale, con arpeggi e accordi che comunque sfruttano libertà esecutive: si tratta di individuare impianti melodici che si alternano in The painter's wife o tentare di cristalizzare delle visuali come in Eternal absence; ciò che emerge è una ricerca di stupore (sentire la parte centrale di Burning lake city) in divenire anche una trasformazione, come quella che si completa nella parte finale di Parade, dove la confusione tende a schiarirsi e il caos degli impianti è perfettamente sopportabile. 
In Autocracy of deception non c'è solo il tentativo di un chitarrista di contribuire ad un'estetica ben conosciuta al mondo degli amanti dello strumento, ma anche il lavoro di un musicista irreprensibile, che sa quali sono le manovre utili per catturare la comprensione dei linguaggi tramite l'improvvisazione: è quanto potrebbe fare un designer dei suoni o uno sperimentatore di immagini sonore, campi che Costanzo ha saggiato con l'innamoramento dello scopritore già maturo. 


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