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domenica 9 dicembre 2018

Melodia e vibrazioni: Perry Robinson

Gli ottanta anni che hanno segnato la vita di Perry Robinson sono anche uno spaccato di molte cose successe nell'ambito del clarinetto jazz: dopo essere passato nelle umili fila delle bands militari statunitensi, Robinson formò il suo primo gruppo in eccellente compagnia; nel 1962 per la Savoy incise Funk Dumpling, un quartetto con Kenny Barron, Henry Grimes and Paul Motian, dove faceva capolino un bel jazz ed un'ottima condivisione di compiti. Non sono in molti coloro che ricordano quel periodo di Perry, forse perchè il clarinettista americano doveva superare l'interesse di musicisti assai più considerati ed innovativi come Jimmy Giuffre e John Carter; sta di fatto che, pur suonando sempre in maniera eccellente, tutti si accorgeranno di lui più in là, quando il free aprì i suoi battenti. Dal punto di vista discografico, Robinson fu una formica e pochissime saranno le occasioni di sentirlo immortalato in una registrazione (molte di loro sono tirate fuori postume o per dare spazio ad archivi), poiché il clarinettista newyorchese amava molto di più il confronto dal vivo, la gioia di condividere l'esperienza dell'improvvisazione, senza particolari legami e a sostegno di musicisti e organici. Se andate a rivedere il suo lavoro a ritroso, vi accorgerete delle innumerevoli sessioni effettuate con tanti mostri sacri del jazz, esperienze musicalmente parcelizzate che non permettono spesso di delineare l'importanza del musicista, ma che ad ogni modo propongono un passaggio di Robinson nelle modificazioni dello stile del jazz: Robinson è uno splendido melodista, con un timbro incredibilmente pieno, che piano piano diventò anche illusionismo sonoro; era capace di tenerti sotto scacco per minuti interi prima con la melodia e poi con improvvise manovre saettanti, piroette sul clarinetto in grado di assecondare umori pieni di felicità, dialogismi sostenuti da un sentimento quasi di esaltazione e fantasia da assaporare nota per nota: si divise con entusiasmo tra bop, post-bop, free jazz, spunti etnici, cogliendo l'occasione di suonare con gli artisti più ispirati del momento; ad un certo punto il suo clarinetto suonava tutto, una sorta di eterogenesi musicale che arrivò al suo culmine nella sintesi di pezzi discografici come Nightmare Island: Live at the Leverkusener Jazztage o Angelology, registrazioni che sono in grado di catturare quanto era capace di raccontare Robinson durante un'esibizione. Perry affrontò la libera improvvisazione con la netta convinzione che essa non dovesse prevaricare i suoi propositi (una strana sorte del destino lega il suo decesso alla ristampa attesa di The Haunt, trio con Leo Smith e Bobby Naughton nel lontano 1976), rifiutando gli acerrimi nemici delle estensioni a tutti i costi; per lui era più importante il luogo, la comunità, l'incontro con il mondo, la ricerca di un punto di contatto del suo jazz con le sue radici ebraiche, senza escludere la svolta nel misticismo arrivata a fine carriera quando queste pratiche musicali non erano più di moda.

Discografia consigliata:
Robinson ha formalmente pubblicato solo 11 albums come leader in tutta la sua carriera (se non ho contato male), ma ce ne sono altri che potrebbero appartenere a lui sebbene attribuiti formalmente ad altri musicisti. Non dovrebbero mancare negli ascolti oltre a quanto già citato, cioè Funk Dumpling (Savoy 1962) e i due cds del quartetto con Nabatov, Schuller e Bier, ossia Nightmare Island: Live at the Leverkusener Jazztage (West Wind 1989) e Angelology (Phonector 2006, che propone una seduta di studio a Berlino nel 1996), anche Kundalini (Improvising Artists Inc 1978), in trio con Nana Vasconcelos e Badal Roy e le esperienze libere dei loft jazz negli archivi di Robert Mike Mahaffay.


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