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domenica 16 dicembre 2018

Ivo Perelman: Strings 1 & 2

Nel laboratorio musicale di Ivo Perelman è giunta l'ora di dare spiegazione al comparto corde. Le ultime due pubblicazioni del sassofonista di origine brasiliana dovrebbero rappresentare l'inizio di una collana di collaborazioni in cui sviluppare i concetti dello string trio/quartet in un contesto improvvisativo. Se passiamo in rassegna l'attività artistica intera di Perelman, notiamo che egli non è nuovo a questo argomento e, anzi, ha scritto alcune delle pagine più affascinanti ed importanti della sua carriera: nell'epoca in cui la New York improvvisativa aveva cominciato a prendere in seria considerazione nuovi metodi e nuove polifonie per il quartetto d'archi (si pensi ai quartetti di John Zorn o di Dave Douglas), Perelman si accostò ad uno di quelli più rappresentativi, grazie alla vicinanza con Dominic Duval (si trattava del Cecil Taylor String Quartet); il compianto contrabbassista strappava alla regola classica, sostituendo il secondo violino nella Alexander Suite, ma il sound non ne risentiva affatto, confermando che, di fronte ad una recrudescenza dell'astrattismo musicale e ad una completa diversificazione del quartetto sciolta nel pensiero classico-contemporaneo, si potesse tranquillamente costuire capolavori complessi. Siamo nel 1998, un tempo in cui non si sente ancora il ritardo accumulato su questi esperimenti, in una maniera che molti critici ed appassionati giudicano con scetticismo: le operazioni di Alexander Suite viaggiano su binari ben precisi, dove l'interesse musicale si concentra sulle opposizioni (dicasi contrappunti), sulle tecniche libere e soprattutto sul tipo di espressione; Perelman tornerà al quartetto nel 2012 (stavolta puro, con doppio violino e senza basso) in una delle celebrazioni della scrittrice Lispector, in occasione di The passion according to G.H.: in quella sede, si confermò lo stile proiettato in valanga sonora espressionista tipico di Perelman ed in più emerse un inaspettato disegno di redenzione (vai a vedere la mia recensione dell'epoca qui). 
Il ritorno di interesse di Perelman per il comparto string oggi è motivato dalla sistemazione di altri valori musicali: se negli episodi discografici citati il sassofonista appare come un autonomo dispensatore del flusso creativo, in Strings 1 e Strings 2 sembra un ricercatore di un laboratorio biomedico, circondato da valenti collaboratori.
Partiamo da Strings 1, monco del violoncello, con Mat Maneri alla viola, Mark Feldman e Jason Hwang ai due violini: la mancanza del cello, nulla affatto casuale, è un modo per consentire a Perelman di muoversi nelle intelaiature del quartetto in forma libera e camaleontica, perché lo scopo del sassofonista non è in prima istanza quello di contrapporsi, ma di agire in modalità simulatoria del timbro e dei registri degli strumenti, soprattutto quelli nei comparti alti; nei 74 minuti offerti da Strings 1 si può tranquillamente affermare che Perelman cerca di piantare una sonda in quei territori impervi dell'improvvisazione, dove la stessa si svolge senza alcuna minima sovrastruttura, senza partiture, e si vuole scoprire che tipo di emotività risieda nel sostegno più o meno dichiarato del sassofono a certe temperature. In un mare di casualità (le corde non si impegnano in un patto abitativo nell'ambito degli sviluppi improvvisativi) e di tecniche più o meno ortodosse (la free impro del quartetto rifiuta qualsiasi riferimento diretto ad uno degli stili storici del quartetto d'archi), Perelman si introfula come un ingenuo avventore o partecipa al discorso come qualcuno che "conosce benissimo i fatti", mostrando doti incredibili di capacità d'adattamento ai partners. Le sue consuete congestioni sonore sono presenze di stile che, nello spazio di qualche secondo di tempo, sono in grado di scorrere la storia della musica al sax (dal jazz dei trenta del Novecento fino a Brotzmann, almeno) e possono essere messe a disposizione per un incontro proficuo con gli strumenti ad arco, depurati dalla prevalenza di qualsiasi insegnamento (una sequenza labile nella sua costruzione di Carter, Lutoslawski o Johnston è l'unico reindirizzamento che il mio cervello riesce a produrre nell'ascolto): le improvvisazioni profuse in Strings 1 portano molte impennate e climax memorabili su una strada abbastanza diversa dallo Strings 2, in cui oltre a Maneri, vengono ospitati Hank Roberts al violoncello e Ned Rothenberg al clarinetto basso; Tesser, nelle noti interne, mette in evidenza come Perelman sia stato terrorizzato dalla presenza del violoncello, perché strumento timbricamente in grado di procurargli felicità pari o superiori al sax; per questa circostanza, nonché per la paura di mettere assieme tonalità specchio del sax tenore (il clarinetto basso e il violoncello sono posizionati nelle stesse condizioni di ampiezza e timbrica nelle loro rispettive famiglie di appartenenza), Perelman usa il quartetto "intero" solo all'inizio e alla fine del lavoro, di fatto lasciando spazio ad un trio tra sax tenore, viola e (in alternanza perfetta) cello o clarinetto basso. La struttura di Strings 2 sembra computerizzata, tale è la vitalità e la casualità delle manovre dei musicisti, ed in alcuni momenti lo scivolamento della musica senza violini forse snatura il pensiero su un ipotetico timbro di risulta degli archi, soprattutto quando si ascoltano le condensazioni di suono che provengono dagli accoppiamenti di sax e clarinetto; Strings 2 è piuttosto drammaturgico rispetto a Strings 1, ha un approccio più austero e allo stesso tempo più alieno che segue:
a) sia nella movimentazione del quartetto intero, con tecniche libere (glissandi, pizzicati, interventi sulle imboccature, etc.) che prefigurano emotivamente situazioni da luci ed ombre, enigmatiche quanto i dipinti di Ivo delle copertine dei due cds;
b) sia nel dominio del trio Perelman-Maneri-Roberts, che alla fine sostanzia la prova improvvisativa: sono schizzi di libera improvvisazione del tutto speciali, che si stagliano in una memoria incontrollata del nostro cervello, pompano concetti e situazioni che riproducono perfettamente il rapporto sensorio del musicista con l'arte incorporea. 
C'è molto del nostro umore quotidiano nei suoni astrusi di Perelman e soci, anche quello che si presenta come manifestazione dell'incomprensibile.


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