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martedì 6 novembre 2018

Poche note sull'improvvisazione italiana: fonti creative e italiani alla Creative Sources

Quando si pensa alla creatività si fanno spesso errori di valutazione del suo contenuto: quando usiamo le nostre capacità cognitive per creare arte utilizziamo (più o meno) connessioni che sono a nostra disposizione; sono cose ben diverse quelle del creare dal nulla e quelle del creare sulla base di conoscenze, è quanto divide l'entità divina dall'uomo, significa separare ciò che si forma senza un precedente processo di materialità e ciò che costituisce solo splendido intuito. 
Tuttavia se si aderisce ad una visione che propina l'unione cosmica degli elementi del creato, si possono delineare creatività derivate, proprie dei singoli uomini, che lavorano per il progresso artistico: è un discorso che non entra in crisi nemmeno con la creatività computazionale perché non si deve mai dimenticare che ad un robot è stato un uomo a dargli informazioni e a comporlo.
Per questa puntata vi propongo improvvisazioni ad alto tasso di creatività, musica selezionata dagli "abissi" che stanno circondando gli ascolti del nostro tempo, sempre più avaro di fornire nuovi spunti generazionali, di ricercare intuiti con il requisito dell'imprevedibilità e della ricchezza di pensiero.
Parto dal trio Gianni Mimmo-Silvia Corda-Adriano Orrù (rispettivamente soprano, pianoforte, contrabbasso), che ha messo su cd delle improvvisazioni libere registrate al Monserrato Studio di Cagliari; Clairvoyance è titolo programmatico ma non deve sviluppare nell'ascoltatore l'idea di qualcosa che ha a che fare con la magia o l'esoterismo; le note interne di Daniel Barbiero chiariscono a che tipo di chiaroveggenza si va incontro: "...Clairvoyance purports to see the world as a network of significances linked by a revelatory, spontaneous rapport between things and events superficially unrelated.....", io aggiungerei che c'è persino un mondo poetico che viene chiamato a raccolta, un coacervo di sensibilità; si, perché qui si parla di musicisti particolarmente avvezzi al concetto di sensibilità, che assecondano un particolare funzionamento di un trio da camera; se è vero che ci sono molti modi per far musica camerale, quella richiamata dall'improvvisazione è una scuola delle più ricche al riguardo ed esplorabile: la trance camerale di Mimmo-Corda-Orrù è impostata su tre strumenti che si integrano a meraviglia, soprattutto quando vengono suonati nella speranza che accada qualcosa durante la performance. E' così che i tre individuano movimentazione, intraprendono quella improba impresa di dare benessere nel durante e ci permettono di emozionarci allo stesso modo con cui si scruta un dipinto o si legge una poesia convincente. Mimmo mette in pratica tutta la sua proverbiale elasticità al soprano, una splendida evanescenza sonora che è in grado di regalare registri acuti con una facilità impressionante e cacciare fuori dal cilindro dei bellissimi multifonici in About to bloom; Orrù è un raffinato innamorato del contrabbasso, sia che suoni con l'arco sia che pizzichi le corde, dà voce al suo strumento ed equilibrio al trio; Corda attende con pazienza di inserirsi nei suoi spazi che sfruttano il cluster, i tocchi interni sulle corde, e gli ondeggiamenti prodotti sulla tastiera. 
Clairvoyance è arte contemporanea delle migliori: dentro puoi sentire il Calvino degli alberi, leggere i chiaroscuri di tante forme poetiche, sentire la musica dei clubs di Gordon e Lacy, penetrare lo sguardo in un dipinto astratto condiviso tra il lirico e il geometrico. 

Primo cd solista per il sassofonista baritono Giuseppe Doronzo. Goya (questo il titolo del cd) è una parola presa dalla lingua Urdu, che vuol dire stare tra la realtà e l'immaginazione. Non è una casualità, quanto una conseguenza della volontà del musicista di creare un incredibile collegamento tra animato e non (musicista-strumento) e tra culture (occidentale e mediorientale). Giuseppe è un'oasi nel deserto dei baritonisti italiani, perchè quei pochi che si elevano dalla media hanno preso strade troppo consolidate nel jazz classico (dove la loro funzione si sminuisce parecchio perché manca di sperimentazione); la sua giovane età, l'apprensione verso l'esatta definizione delle cose del mondo, sono certamente gli stimoli che l'hanno portato ad emigrare in Olanda ed acquisire una diversa mentalità. Forte di un'esperienza multietnica con gli Ava Trio, Doronzo in Goya mette assieme la tecnica estensiva dei multifonici (minuziosamente studiata) e un modello di integrazione-tipo alla Intizar Hussain, uno scrittore urdu scomparso qualche anno fa e premiato anche in Europa per la sua visione unica e tollerante delle assimilazioni culturali tra popoli. Dice Doronzo "...imagined, real...what is reality? It is my fingers pressing into a piece of clay or the clay pushing them away? These pieces are stories shared. That I lived directly or indirectly..."; è così che il multifonico accende le sembianze di un coro (Arundo Choir), permette ad un Joyce geneticamente modificato di fare il suo ingresso (Flusso di coscienza), imposta una meditazione (Engaku-Ji), trova un appoggio in una canzone popolare (Canti del grano). Per uno strumento come il baritono, che nel jazz abbiamo imparato ad apprezzare per i suoi toni rough, Doronzo mischia splendidamente le carte, sfruttando i timbri mantrici e quel benevolo canale di cultura, letteratura e musica che dovrebbe costruire la psicologia della musica del futuro. 

L'etichetta discografica dell'improvvisatore portoghese Ernesto Rodriguez da tempo lascia spazio all'ampia offerta di estrosità ed inventiva che proviene da tutto il mondo. E per quanto riguarda le registrazioni italiane c'è sempre qualità da scoprire. Il 3 giugno scorso recensii La Notte di Zavuttini, ora è la volta di 3 cds per i quali spendo qualche parola nel seguito:

Fluorite è un solo cd del percussionista Paolo Sanna, registrato durante un workshop a Sàrdara quest'inverno. Un drum set composto da gong, ebow, pietre, percussioni specifiche ed oggetti che sono il frutto di una ricerca sul suono ottenuta naturalmente con tecniche lontane dalla normalità. C'è una dedica a Paul Burwell e Z'ev, due percussionisti sperimentali affini all'esperienza teatrale ed ambientale, musicisti che stanno diventano già leggende delle percussioni e per i quali bisognerebbe aprire un capitolo a parte per raccontare i loro esperimenti. Quello che interessa, però, è anche verificare l'eclatanza estetica dei suoni prodotti e così come sarebbe opportuna una rivalutazione degli esperimenti sonori fatti da Burwell e Z'ev (entrambi deceduti), sarebbe consono generare una positiva accettazione dei suoni di Sanna. Per Fluorite passano gestualità, posizionamenti, combinazioni timbriche che sono in grado di donare un'esperienza del tutto speciale all'ascoltatore: qualche volta si tratta di essere conquistati dal potere subliminale di una costruzione sonora, altre si possono persino scorgere delle gradevoli sembianze danzabili. L'uso di un field recordings della stazione di Piacenza o delle frequenze di una radio inglese che precedono un tableau percussivo non sono casuali, ma dettate dall'esigenza di trovare equivalenze sonore. Inoltre sembra che la fluorite sia un rimedio efficacissimo per la depressione.

Ritorno con il baritono. Stavolta è quello di Francesco Massaro e del suo Maniera Nera. Completamente diverso dallo standard del Bestiario. Niente patafisica in superficie, ma una ricerca profonda di relazioni tra la composizione tecnologica e l'improvvisazione. 7 composizioni sintetiche (Maurilio Cacciatore, Adolfo La Volpe, Giorgio Distante, Francesco Scagliola, Giuseppe Pisano, Gianni Lenoci, Valerio Daniele sono i compositori) sulle quali Massaro improvvisa, una sorta di incontro nastro-strumento come ai tempi del Maderna delle dimensioni al flauto. Ma con un spirito diverso, contemporaneo. Entrambe le parti tentano il gioco delle simulazioni, sono svolgimento dei temi, con Massaro che si adopera a seconda del tenore della composizione, nel maneggiare canalizzazioni d'aria, multifonici, armonici e assoli patologici. Qui, rispetto al Bestiario, si va un altro gradino più su, e non solo per la specificità e la rarità della proposta nell'ambito improvvisativo, ma anche perchè prende corpo l'eccellente capacità di adattamento del sassofonista pugliese alla predisposizione compositiva: nella comprensione di un tema prescelto (quello del disorientamento, così come descritto da Marco Colonna nelle note interne), Francesco è in grado di fare incetta di scelte rapide, di trovare efficaci soluzioni nell'improvvisazione che comunque deve avere il suo ruolo.
Maniera nera si riferisce ad una pratica d'incisione del seicento che permetteva di ricavare particolari illuminati creando un contrasto al nero: il colosso di Goya è un esempio; ma viene naturale verificare se esiste un parallelo tra la musica di Massaro e quelle sfumature della luce che l'incisore poteva far emergere solo dopo aver usato raschietto e brunitoio. La risposta è affermativa se pensiamo ad una musica visionaria che cerca nuove àncore: la dimostrazione sta tutta nei suoni e nel modo con cui ci si arriva, un principio che è ben noto nella musica contemporanea o delle estensioni. Io vi consiglio l'ascolto con cuffia, perché si possono cogliere momenti sonori importanti come succede nell'ipnotismo di Erocene (per Leo Lionni), nelle strozzature di Come canne al vento o nell'energia ayleriana che aleggia in La strana casa del giardiniere

4! Factorial è il cd del quartetto formato da Patrizia Oliva, Carlo Mascolo, Domenico Saccente e Felice Furioso. Registrato al Labsonic di Matera, è una rarissima session di improvvisazione sperimentale: da ascoltare per intero, 4!Factorial è un parallelismo dell'intona rumori di Russolo, dove il parallelo sta nei suoni e nel loro capovolgimento funzionale. E' un manifesto di una rappresentazione dell'assurdo e di una volontà di produrre oggetti d'arte sonora che evitano la benché minima retorica. Qui troverete piani e dimensioni ribaltate, dove le tecniche estensive sono un mezzo per svuotare di senso le celebrazioni del decadimento dei tempi: la Oliva utilizza tre o quattro inflessioni di canto che insinuano del jazz stralunato, quello di una cantante del primo novecento che è fuori dal tempo, che mugugna o è psichicamente svanita, o utilizza l'eco e la modificazione sintetica solo per ottenere maggiore oniricità e spersonalizzazione dell'inconscio. D'altro canto non secondario è il compito dei partecipanti, a cominciare da Carlo Mascolo che lavora ad un set di prestazioni estensive (soffoca il trombone in Tic-Tac, crea un suono sordo animalesco in Sintonia, o rende vetusto lo stile cool di un assolo di trombone in Sta per). La fisarmonica di Domenico Saccente è invece attentissima, il suo intervento è finalizzato al massimo decentramento, alla perdita di convergenza, che arriva con strappi nervosi, profili da alcolizzato o tremoli impauriti; mentre Furioso tiene le fila di questa marcia dell'impossibile con un drumming dinamico e libero. Si capisce che 4!Factorial non è un disco facile all'ascolto, sebbene contenga qua e là persino accenti etnici (grazie al bawu e al cupa cupa) ed armonici incidentali in Cave Caverna, che sono meno destabilizzanti; ma anche come documento del dissenso è un ottimo progetto di polifonia casuale.

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