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sabato 13 ottobre 2018

L'arte torturata di Warren Zevon

Tra le vette del cantautorato americano degli anni settanta non si può fare a meno di includere anche Warren Zevon. Pianista, compositore e scrittore di gran parte delle sue canzoni, Zevon è purtroppo deceduto prematuramente nel 2003 a seguito di un cancro; la sua storia (umana e musicale) è stata costellata da una serie di alti e bassi che ne farebbero certamente la scrittura di un film. Accanito lettore di romanzi, Zevon sta cominciando a ricevere le prime attenzioni anche come uomo collegato alla cultura letteraria, con sviluppi nell'editoria specializzata in musica che ne propone un accorpamento: due anni fa la Rowman & Littlefield di New York, nell'ambito di una collana dedicata ai personaggi storici della musica rock, ha inserito in essa una pubblicazione specifica su Zevon con un libro di George Plasketes; quest'anno è stato il giornalista James Campion, che di sua volontà ha deciso di scrivere un saggio sull'artista, in un libro appena pubblicato da Backbeat Books, prendendo in prestito come titolo la nomenclatura di una sua vecchia canzone: Accidentally like a martyr, the tortured art of Warren Zevon è la prima vera disamina a largo raggio fatta sul musicista americano, 13 capitoli che pur non essendo impostati su una problematica critica della sua discografia, di fatto ne colgono ampiamente gli aspetti e gli eventi collegati. 
Zevon è stato un personaggio burrascoso, di quelli che hanno provato l'intera gamma delle sensazioni umane, è passato dagli ambienti colti della musica e della letteratura alla più cieca solitudine determinata dall'alcool, ha avuto perturbazioni costanti con tutte le sue compagne, continui scontri e battaglie sul campo come quelle descritte nelle sue canzoni, e gran parte della sua musica si riempe delle istanze del vissuto personale. L'introduzione di Campion centra perfettamente la tematica di Zevon: "....I think of Warren Zevon songs as chapters in the great American novel. Its story lies at the heart of his and our psyche. The lines are blurred. We never seem to know if we're looking in a mirror or peering through a window; we only know that when we listen, we see something..."; il libro, poi, si snoda in un ordine cronologico di eventi e non può fare a meno di raccontare gli esordi musicali di un pianista, pare anche abbastanza bravo dai racconti dei suoi insegnanti, che si trasferisce a Los Angeles per tentare di entrare in quel cerchio di locali, posizioni dominanti e conoscenze altere che stavano costruendo l'immaginario creativo della musica californiana di quegli anni (da Jackson Browne alla Joni Mitchell, da Tom Waits a gli Eagles). Zevon pubblica il suo primo album nel lontano 1969 sotto il titolo di Wanted dead or alive, un lavoro che ascoltato oggi rivela già il carattere musicale dell'autore (una musica profondamente americana, con stilemi blues, folk e punk) e le sue particolarità (la title track o Gorilla sono già ampi segnali di una caratterizzazione utopica e grottesca), ma è solo quando si acquieta un po' l'alcolismo che riesce a pubblicare i suoi capolavori. Warren Zevon del '76 e Excitable boy del '78 sono due lavori perfetti, frutto di un eccellente lavoro di squadra, negli arrangiamenti e nella composizione dei brani; una scrittura limpida, equamente divisa tra episodi grintosi e raffinate ballate, che parlano di destini infausti subiti da fuorilegge, di condizioni impossibili dell'amore, di solitudini e rassegnazioni indotte dalla sfortuna o dall'alienazione; sono canzoni brevi (spesso non più di quattro minuti), che hanno la capacità di imporsi immediatamente, grazie alla grande spigliatezza melodica, ad alcune trovate che reggono gli interstizi di ritornelli e strutture (tra le tante si possono ricordare i giri armonici della chitarra a tre tracce di Waddy Watchel, i passaggi marziali o velatamente classici del pianoforte in molti pezzi o i versi del canto, portati agli estremi in Werevolves of London, molto di più di un ridicolo riempimento) e ad un baritono che canta magnificamente; il libro di Campion copre questa magica produzione di Zevon in maniera completa, con un'analisi che vi invito a seguire. 
Dopo Excitable boy, Zevon sta ottenendo il consenso sperato grazie anche ad un'attività live organizzata, ma il musicista non riesce assolutamente a scrollarsi di dosso l'alcool e tutta una serie di fobie (un certo tipo di superstizione, i disturbi compulsivi-ossessivi, etc) e sul palco è spesso ubriaco; di converso, in studio, è attratto dalla musica classica al punto da voler effettuare una svolta in suo favore in Bad luck streak in dancing school; il tentativo tuttavia è misurato, debole e gli omaggi velatamente offerti a Stravinsky e Mussorgsky in materia di archi sembrano le sole sollecitazioni possibili; ciò che viene esibito è un classico Zevon non al massimo delle sue capacità di scrittura e profondità degli argomenti. Il successivo The envoy getta un'ombra mostruosa su quanto pensato solo qualche anno prima, tanto è scialbo musicalmente, sorge il dubbio che Zevon sia un musicista di quelli che non possa aver futuro nell'area del rock, tuttavia la rinascita arriverà nel 1987 con Sentimental Hygiene, un album in cui determinante è il lavoro di produzione e dei musicisti che sono chiamati a supportare la musica di Zevon: i R.E.M. senza Stipe da una parte e una rinnovata fiducia nella vita di Zevon (che sta cercando di disintossicarsi in un centro) dall'altra, sono gli ingredienti che riportano interesse: sebbene non tutto funzioni alla perfezione, Sentimental Hygiene fa capire che l'artista c'è ancora. La conferma arriva due anni dopo con Transverse City, un album che prende spunto dal romanzo Neuromancer di William Ford Gibson, cercandone di doppiare i contenuti: con una pletora di stelle del rock che prestano il loro lavoro senza particolari scintille (da Garcia a Young, da Gilmour a Campbell fino ad arrivare addirittura a un pezzo estemporaneo di Corea che si intrufola in un passaggio ardito di The long arm of the law) Trasverse City non è molto lontano dai Warren Zevon e Excitable boy, mostra contenuti e una forma invidiabile dell'autore che è stimolato dagli anatemi dello scrittore pioniere del cyberpunk, preoccupato dai disordini indotti dall'informatica e della robotizzazione. E' una sorta di beneficio che si estende anche alle valide canzoni di Mr. Bad Example, un po' più controllate, forse tradite da testi dal valore non sempre allineato alla musica prodotta. La delusione di Mutineer (che è anche il risultato di una mancanza di mezzi economici per la produzione) viene ripagata parzialmente da Life'll kill ya, un cd che suscita emozioni contrastanti, dal momento che pur contenendo ottime melodie, strizza musicalmente l'occhio con troppa enfasi ai suoni ammiccanti delle radio americane di genere; quello che già si pensava dell'ultimo Zevon in termini di originalità del cappotto esteriore della sua musica, in Life'll kill ya subisce una conferma, mancano le trovate geniali e quei raccordi speciali che Zevon scopriva con le bands, ma è anche l'unica motivazione a suo sfavore. Forse è meglio pensare ad un cambiamento della sua musica, così come fa My ride's here, lavoro molto sottovaluto dalla critica, che si avvale di un impianto letterario mai visto prima. Zevon legge con voracità molti romanzi e molti dei suoi amici sono scrittori, tant'è che in My ride's here decide il coinvolgimento delle firme di Hunter S. Thompson, Paul Muldoon, Mitch Alborn, Carl Hiaasen sui pezzi, in un clima imperniato sulla sofferenza e sulla morte e su un suono molto robusto, guitar-oriented, con alcune incursioni funzionali (il punk-folk di MacGillycuddy's Reeks, il quartetto d'archi di Genius, la parte strafottente di Gainsbourg in Laissez-moi tranquille).
Destino infame, subito dopo la pubblicazione di My ride's here, Zevon ha notizia del suo male incurabile (il libro di Campion si sofferma molto sulle fasi propedeutiche e successive alla brutta notizia), ma Zevon decide alla fine di compiere gli ultimi passi della sua vita attraverso il suo unico amore non contrastabile: la musica. Riesce, dunque, a pubblicare il suo epitaffio, grazie alla collaborazione del suo amico di sempre, il bassista Jorge Calderon: The wind contiene un gran pezzo melodico El amor de mi vida ed un umore di fondo che fa scalpore per la sua freddezza in rapporto all'evento tragico che si sta materializzando. Warren se ne andrà con una lucidità spaventosa, qualcosa che si presta a variabili interpretazioni; per lui, spesso solitario ed incapace di saper coltivare costantemente la fortuna, le cose che contavano erano i suoi figli e il far musica. Li avrebbe coltivati fino all'ultimo istante, prima di passare ad un altro mondo, che in alcuni momenti ha cercato anche di esorcizzare grazie ad una sorta di dono dell'immaginazione post-mortem; dichiarò di aver avuto comunque una vita fortunata, anche se movimentata, ma magnifica per i suoi eventi ed effetti ed era incredibilmente pronto ad affrontarne un'altra. Non so quanti sarebbero in grado di essere sullo stesso piano di Zevon in un momento del genere, tuttavia restano inesorabilmente su questa terra almeno le sue torture musicali, le sue dolcezze e questi quadretti che sappiamo possono provenire solo dal suo stile: finché ci sarà vita e la tecnologia non ci sfuggirà di mano come paventato in Transverse City, Zevon non sparirà mai.


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