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lunedì 3 settembre 2018

Poche note sull'improvvisazione italiana: riconoscere una nuova musicalità progressista

Imposto una riflessione sul termine "progressivo". Così come in altri campi, in musica la connotazione esatta del suo significato è stata collegata alla visuale seguita: normalmente una musica progressiva dovrebbe essere qualcosa che salvaguardia le regole migliori della musica, sposta l'ottica temporale in avanti rispetto alla data in cui viene prodotta, si vanta di poter essere un'espressione dell'arte. Adorno divise il mondo in due allorché scrisse che la musica di Schoenberg era totalmente lontana da quella conservativa di Stravinsky e, nonostante oggi molti autori ne hanno ridimensionato la portata divisiva, la sua tesi conserva un certo favore verso un intellettualismo musicale, che può essere coltivato solo attraverso le conoscenze, una discriminante che viene messa in discussione a corrente alternata anche nelle diramazioni meno colte della musica: non tutti sono in grado di comprendere un certo tipo di jazz o non sono in grado di cogliere in maniera decisiva i rapporti artistici di un certo rock in tendenza (l'occulta concettualità del progressive).
Meglio di Adorno, sulla questione delle competenze e della soggettività con cui si devono affrontare gli ascolti, ci fu un uomo che si espresse in maniera impeccabile: Carl Dahlaus apriva il suo Analisi Musicale e giudizio estetico, affermando che "..l'idea che i giudizi estetici siano solo ed esclusivamente soggettivi è un luogo comune dal senso vago e indeterminato, ma dalla funzione ben chiara: il suo scopo è quello di render superflua la riflessione e la giustificazione razionale...."; è grazie a Dahlaus che si fa strada una sana definizione del progressismo musicale, dettata da fattori che hanno a che fare proprio con la valutazione estetica: se è vero che ogni essere umano percepisce la musica con criteri diversi e a seconda del suo grado di preparazione (primo livello di giudizio), è anche vero che esiste un'area intoccabile di conoscenze ed emozioni su cui si converge tutti. I più preparati potranno divergere al massimo per un 15-20% delle loro idee, tutto il resto della percentuale si addensa in una sostanziosa area di oggettività. Anche sui movimenti progressivi, dunque, resta applicabile questa considerazione e la capacità di riconoscere la concezione di un'epoca. 
Detto questo, quali sono gli elementi che possono aiutarci oggi a riconoscere quell'aurea zona? In un momento in cui si continua a parlare di ciclo esaurito della musica, esiste ancora un canale progressivo? 
Molte delle risposte si annidano nelle libertà della musica e mi piace sottolineare come siano molti i musicisti che tentano di effettuare un aggiornamento reale, privo di retorica e come, per la parte italiana, molti di loro siano in qualche modo affiliati o affiliabili alle idee della Tai No-Orchestra, un organo pensante di cui qui riprendo l'ampia oggettivazione del loro manifesto musicale: "...fertile, viva, intensa, libera, curiosa, attraente, fresca, misteriosa, aperta, antartica, colorata, globale, fantasiosa, inaudita, complessa, bizzarra, potente, utopica, essenziale, brillante, astratta, avventurosa, indagatrice, concreta, sensuale, spiritosa, poetica, leggera, molteplice, gioiosa, inconsueta, profonda, dispettosa, creativa, unica....". 
Sulla scorta di questa ampia selezione di qualità ed immagini, sento di poter verificare un potente principio progressista in un paio di lavori recenti realizzati in formazioni allargate a quattro e cinque elementi: i Suonomadre e i Pipeline.

Ethnoshock! è l'ultimo lavoro del flautista Massimo De Mattia, che qui si misura in un quartetto denominato Suonomadre, in cui figurano Zlatko Kaucic alle percussioni, Giorgio Pacorig alle tastiere elettroniche e Luigi Vitale a vibrafono e balafon. Si tratta di un'esibizione live fatta ad Udine, in Piazza Matteotti nel luglio del 2017 che ribadisce quanto ampi siano gli interessi di De Mattia e non limitati a ciò che convenzionalmente si è attribuito all'improvvisazione libera. Ethnoshock! è un quadro composito di musica, che fa luce sull'idioma della libertà e delle competenze, al pari dell'attivismo sociale e politico che costituisce l'impegno di De Mattia da tempo; è uno stimolo emotivo complesso con tante sfumature e che la titolazione ci fa solamente intuire; tanti problemi affligono le nostre città, dai flussi migratori ai silenziosi genocidi familiari, dalle incomprensibili opere urbane decise dalle amministrazioni al rispetto dovuto ai diritti, etc.. La musica dei Suonamadre non è qualcosa che si descrive, piuttosto si vive, si nutre di archi di lavoro musicale in cui frammenti di suoni che ci pare di riconoscere, sono legati senza nessuna arroganza, con una dialettica democratica e senza prevaricazioni, con una dimostrazione di necessità dell'arte e della sua funzione educativa. In Appropriation of art non si contano le dimensioni provocate dalla musica, in Suono Rosso l'effetto tecnologico e percussivo tiene in equilibrio la tensione e la stranezza, Giapeto (presumo quello della mitologia) è quasi irridente nel suo aspetto di brano che pensa a ciò che ha ereditato il genere umano; creatività massima, godibile e forte allo stesso tempo, è il candidato ideale per quel nuovo concetto progressista a cui ci si riferiva prima.

Articolato nell'improvvisazione è anche il progetto corale Pipeline portato avanti dal clarinettista Giancarlo Nino Locatelli: musicista di cui si parla sempre poco, ha con serietà cercato strade alternative sulla base di una passione mai doma per Steve Lacy, per le compenetrazioni con i poeti della beat generation e della scuola di New York; la nascita dell'etichetta We Insist! Records glì dà oggi la possibilità di presentare su supporto discografico ciò che costituisce la sua idea recente: nato come trio (con Gianmaria Aprile a chitarra ed effetti e Simone Fratti al contrabbasso), il progetto Pipeline si è arricchito di altri due elementi al raddoppio, ossia Tito Mangialajo Rantzer (sempre contrabbasso) e Sergio Prada (sempre chitarra). Lo svolgimento creativo di Us (questo il titolo del lavoro) viene descritto da Locatelli come "...una rete di possibilità attorno alla melodia principale...": Locatelli, dunque, si pone come punto di riferimento per tutti gli altri, incorpora segnali tattili e restituisce nuove informazioni per il gruppo, secondo modifiche che seguono "...le sponde, le contromelodie, le voci e gli strati proposti dai musicisti...". Us si presenta con due lavori Pipeline, uno classico con i tre componenti originari e quello a 5 elementi (descritto prima) su cui mi concentro: la titolazione accoglie un'interesse vario e latinizzato verso alcune specie di piante, animali con riferimento fluviale e verso un paio di sintomatologie applicabili alla musica (il Tropus può nascondere l'inserirsi delle linee melodiche ex canto, mentre il Truncus potrebbe rifarsi a schemi simulatori degli asintoti cartesiani); è un prodotto che naturalmente si scontra con la tradizione jazz, ma allo stesso tempo la rispetta; si forma cioè su tante dimensioni ma ne proietta una personale e fantasiosa, con il jazz che alla fine sembra essere solo la scintilla che accende gli svolgimenti musicali, un riconoscimento che avviene sulla base della conoscenza che abbiamo fatto delle sue linee melodiche nella storia. Questo incontro/dipartita condensato nella musica del gruppo è l'espediente che lo rende particolarmente interessante: sentite ad esempio Potus, uno swing stralunato che proietta verso una dimensione fantastica, con Locatelli che si produce anche in un effervescente assolo.
In Us non ci sono raddoppi che funzionano all'unisono, chitarre e contrabbassi propongono uno scenario creativo, graduale, dove si lanciano note od accordi estemporanei, si pizzicano note, si lavora sulle parti esterne alle cordiere e non mancano la dissonanza e gli effetti. E se già Rivulus o Fluvius sono entrambe riuscite nella loro capacità di debordo subliminale, è su Crocus che si fanno scoperte eclatanti, con le velocità che crescono in un pezzo di 7 minuti corali, in grado di farvi ricordare e dimenticare contemporaneamente i Soft Machine più sperimentali. 


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