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domenica 22 luglio 2018

Eroismo, Fuoco e politica nelle novità di Marco Colonna

Coloro che oggi ricevono l'affrancatura di "eroi" la ottengono in maniera molto diversa dal passato: abituati ad una concezione del "fare" o dell'"agire" per classificarli, saremmo spiazzati in presenza di uomini "passivi" in grado di essere considerati valorosi; in realtà la passività andrebbe analizzata. Qualche tempo fa sorse un dibattito giornalistico su chi fossero gli eroi contemporanei, un dibattito in cui si mettevano sullo stesso piano uno scrittore che protesta platealmente contro il suo regime e un pilota di Formula 1 particolarmente preparato al rischio; la distorsione si gioca su un profondo stravolgimento delle finalità dell'esistenza umana, che ad un certo punto si deve nutrire di un'omologazione necessaria, tassello vitale per sfuggire all'alienazione. 
Gli eroi sui quali si misura la musica della recente produzione di Marco Colonna non hanno certamente le caratteristiche del pilota automobilistico o di un agente di cambio di Wall Street: pongono in essere una trama di eventi in cui riconoscersi, soprattutto politicamente espansi, ma raccontano di un processo di avvicinamento di tutte le esperienze di sofferenza subite dagli uomini di questa consociazione contemporanea. Basandosi su una certa affinità artistica, Colonna ha omaggiato Roland Kirk in Rahsaan, in compagnia di Eugenio Colombo ed Ettore Fioravanti, riconoscendo che dietro un musicista così eccentrico, incredibilmente sottovalutato dalla critica jazz, ci fosse un uomo che riempiva la sua musica allo stesso modo con cui un vignaiolo riempe le sue bottiglie di vino; l'eroicità non sta affatto nell'interpretazione ma nel saper sviluppare lo spirito del musicista, ottenere i semi della conoscenza ed i mezzi per poter sondare la propria personalità. 
Un'altro omaggio viene promosso alla Nueva Canciòn cilena con in testa la vicenda di Victor Jara: in Sketches for Victor Jara Colonna resta ancora jazz, favorendo il ricordo delle melodie che, pur avendo un mastice di stile popolare, oggi risuonano subdolamente come tonfi amplificati in un hangar; non mi risulta che Jara abbia avuto mai versioni di questo tipo (quelle che ricordo sono quelle dei folksingers americani, da Seeger a Springsteen), ma il fatto rilevante è che sono magicamente disposte alla rappresentazione e alla tenuta delle obsolescenze temporali.
La prestanza eroica si ritrova anche In una storia complicata (per Wainer Molteni), nelle vicende di un uomo riuscito nell'impresa di trasformarsi da barbone a motore di un'organizzazione tesa a dare conforto a tutti i clochards: Colonna imposta un unico pezzo furioso, jazzcore, che esalta tutte le sue uniche qualità di strumentista dalle proporzioni giganti; mentre diventa fiabesco ed onirico nel El derecho de sonar, clarinetti +percussioni di Marcel Sauco, dove uno sfondo ineliminabile di congas fa da perno alle evoluzioni sensitive di Marco, in un tributo al Residence sociale autogestito di Aldo dice 26x1.
I lavori più inclini alla sperimentazione arrivano però da uno speciale ricordo di Prometeo e da un trio promosso con il pianista spagnolo Agusti Fernandez e il batterista sloveno Zlatko Kaukic: per quanto riguarda il primo (Prometheus) c'è la possibilità di intuire quale sia il fuoco mitologico da liberare per l'odierno, poichè tecniche e strumentazione congiurano per un polo musicalmente trasgressivo della vicenda greca: oltre ai poteri della respirazione circolare o a quelli delle doppie o triple imboccature, c'è il ripristino dell'one man band, assieme ad un lotto cosmopolita di membrane (tamburi siciliani, pandeiro, riq, bendir) e lamelle (low mbira e glockenspiel) e al conforto di corpi estranei tirati fuori da un sintetizzatore. Il secondo, che porta il nome berbero del Mediterraneo (Agrakal), si caratterizza per la profondità di campo e per gli affreschi che Colonna e Fernandez riescono a compiere nel corso dell'improvvisazione: momenti sonori che nei climax tengono alta l'attenzione su quegli eroi che provengono dal mare e che ci danno tante lezioni sul senso; come in Guernica, vi invito a provare cosa succede dal punto di vista neurale in Waves of perceptions o in Textures of Nowhere, per credere alla corrispondenza e alla saldatura emotiva.
In una conversazione privata fatta con Marco, una volta mi permisi di sottolineare il suo eccellente valore di clarinettista (un posto da lui sempre privilegiato), e lo indicai tra i primi cinque strumentisti del momento nel campo dell'improvvisazione, senza però pronunciarmi in maniera immediata su gli altri quattro. Se restiamo in tema di clarinetti, non c'è dubbio che le valutazioni su Colonna vanno ricercate in un musicista poliedrico, che attinge a tante fonti per far emergere il suo stile, un plasma che potrebbe far dubitare sulla bontà dell'innovazione e su una conseguente sistemazione nei piani alti delle valutazioni di clarinettisti jazz o improvvisatori del passato; tuttavia se guardiamo soprattutto alle nuove generazioni di improvvisatori-clarinettisti (arco di tempo sommario che va dai nati 1971-1981), si scopre che Marco può certamente competere sulle principali novità giunte dai temi delle sovraesposizioni e della sperimentazione elettroacustica: nella fascia d'eta succitata gli americani Josh Sinton e Jeremiah Cymerman, l'inglese Alex Ward e il belga Joachim Badenhorst costituiscono i migliori esempi dell'implementazione di nuovi suoni da dare allo strumento, a cui Colonna ha dedicato le innovazioni di Medea o Prometheus. Tutto fa pensare ad un approfondimento ulteriore, un trovare punti di equilibrio in mezzo ad overtoni, risonanze, incroci strumentali multipli e ad una istintiva considerazione del synth; per lui è in atto una resa espressiva superlativa, una coscienza del suonare portata agli estremi, un lavoro decisamente più rischioso, ma in tema con la necessità di acquisire dei nuovi modelli dell'eroismo, quelli di un'epoca in cui persino i filosofi fanno fatica a trovarli.



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