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domenica 27 maggio 2018

Paladini della musica del mondo sottovalutati o scomparsi


Il Life of di Steve Tibbetts (ultima sua pubblicazione Ecm) fa molto pensare alle fasi migliori della sua carriera. Quando Tibbetts incise il suo primo album nel 1977, sembrava più uno sperimentatore che un chitarrista da annoverare nelle classifiche da alto gradimento del jazz o della musica rock, e solo l'ingresso in pianta stabile all'Ecm R. darà occasione di cominciare a scoprire un taglio differente dell'artista: Tibbetts si diceva influenzato dal blues, da Bill Connors e dai santoni del sarangi, ma la sua chitarra sfiorava altri confini, dando l'impressione che fossero artisti come Leo Kottke, John Fahey o addirittura Mike Oldfield i veri riferimenti. Eicher lo considerò perfetto per la sua etichetta perché Tibbetts era una riproduzione perfetta di come poter realizzare musica atmosferica dall'essenza pluri-geografica, un richiamo di strumenti, generi e popoli: con un'intelligente e parsimoniosa produzione discografica, fatta di lunghe pause, Tibbetts è diventato l'emblema della raffinatezza e del tocco chitarristico, ma l'analisi sarebbe incompleta se non prendesse in considerazione le varianti che la sua musica offriva: affascinato dalla sonicità riflessiva di molti strumenti esotici (sarangi, mandolino, dobro, etc.), e conscio di poter usare qualsiasi dimensione per l'espressione musicale (acustica, elettrica, tribale, elettronica), Tibbetts si profuse in una consistente stratificazione della trama musicale, che pur lasciando spazio alla melodia, traeva giovamento da un minuzioso ripensamento delle soluzioni, meno esasperate dalla classicità e più soggette alla punteggiatura e all'accondiscendenza ambientale. Si circondò di un percussionista fidato (Marc Anderson), ricco di una continua sponda alle sorgenti indiane e alla tabla, dando vita ad una sapida evoluzione di ciò che proveniva da Kottke, Connors o altri chitarristi americani del tempo, lavorando come farebbe un esploratore in gran segreto: in Northern Song si produce una seconda anima dell'artista dove l'acustico sostituisce l'elettrico, con un piano di cognizioni che naviga in perfezione sugli umori, con crescendi, dissolvenze o effetti congestionanti. Escludendo le collaborazioni etniche con Choying Drolma o Knut Hamre, in cui Tibbetts fa da sfondo al canto nepalese o all'hardanger al pari di un produttore musicale, l'espediente di Northern Song si ripetette solo qualche anno più tardi in Big map idea, lasciando quasi sempre spazio ad un sound più consistente, elettrificato, ma anche con parecchie concessioni di stile. Un riavvicinamento, con meno definizione delle trame e delle soluzioni, si presentò nell'ultimo cd di Tibbetts, pubblicato otto anni, dal titolo Natural Causes, che ora si può considerare l'antecedente di questo recentissimo Life of.

Un altro paladino della risacca cosmopolita è stato Mikhail Alperin (chiamato anche Misha Alperin). Alperin è deceduto l'11 maggio ad Oslo, nella terra che considerava la sua nuova patria; pur essendo di origini ucraine, Alperin aveva a cuore un progetto di intersezione delle culture a lui vicine e delle pratiche musicali occidentali. Prima di diventare una pedina essenziale delle registrazioni di Eicher ed ottenere il riconoscimento che gli era dovuto, Misha aveva espletato una lunga gavetta di musicista jazz con tanto di specializzazione: per le sue operazioni musicali non c'era un gran pubblico a sostenerlo nel suo paese e ciò lo costrinse a trasferirsi per un periodo in Russia, suonando nel gruppo del sassofonista Alexei Kozlov, un musicista che affrontava Davis e il jazz-rock statunitense in terra russa; nel contempo Alperin cercò di restare attaccato al suo progetto tramite il Moscow Art Trio, un particolarissimo set compo-improv con Arkady Shilkloper (corno francese e flicorno) e Sergei Starostin (voce e fiati), che condivide con lui l'equilibrio tra serietà e gaiezza delle proposte. 
Nel '90, Wave of sorrow, esordio per l'Ecm, fece emergere il valore di tutte le sue potenzialità e inaugurò un percorso in cui intervenendo al pianoforte solo o al massimo con l'aiuto di Shilkloper, costruiva versioni riadattate al jazz e all'improvvisazione di pezzi che avevano costellato la sua vita di musicista legato alle radici folk del suo paese. In quegli anni la riscoperta dell'artista fu completata, ma sorse un sentimento di affinità con i paesi nordici ed in particolare la Norvegia, alimentata dall'insegnamento alla Norwegian Academy of Music; la sua musica si dimostra particolarmente attinente alla materia musicale nordica, scopre caratteristiche umorali simili, partendo da quel sentimento nostalgico che le è proprio ma che ha incredibili connessioni con il folk russo o slavo: da North story in poi, il pianista ucraino non sbaglierà un colpo, con una serie di registrazioni che coinvolgono jazz, soluzioni classiche e reminiscenze di melodie popolari. Il jazz nordico si arricchisce di una nuova dorsale dell'improvvisazione che partendo dalle pendici della Moldavia e dell'Ucraina, risale in territorio russo, trapassa il mondo germanico e si infila al Nord dell'Europa come meta di un viaggio con estremi immaginati simili. 
Alperin stava pensando anche ad un allargamento elettivo della sua musica, aumentando il peso della libera espressione e gettonando l'importanza delle immagini video, ed in questo l'aiuto stava provenendo da un pool di musicisti: la sua compagna, la fisarmonicista Evelina Petrova, gli improvvisatori italiani Roberto Dani e Roberto Bonati, la sua allieva pianista di origini giapponesi Ayumi Tanaka e il trombettista russo Slava Gaivoronsky (si tratta dell'Oslo Art Trio, di cui puoi vedere qui un'esibizione fatta a Gjovik nel maggio del 2015). 
Anche per Alperin si può notare una relativa trascuratezza dei mezzi di informazione nel fornire la notizia della sua scomparsa, un delitto che vi invito a colmare ascoltando i suoi cds e quanto di bello proviene a livello emotivo dalla sua musica e dal suo modo di interpretare il mondo: al riguardo puoi vedere qui, un'intervista che Misha concedette a Roksana Smirnova in occasione di At home, un piano solo registrato a casa sua, nell'inverno norvegese, e che sta girando in memoria sulla rete da qualche giorno. 



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