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venerdì 16 marzo 2018

Bobo Stenson trio: Contra la indecisiòn

Su queste pagine non avevo mai parlato di Bobo Stenson e del suo trio, se non in maniera sporadica. L'occasione mi è data con il nuovo cd, Contra la indecisiòn, naturalmente pubblicato per Ecm R.. Come mio stile, cerco di recuperare tutto il passato per inquadrare il presente.

Stenson viene considerato come uno dei pianisti più importanti del jazz europeo, di quelli nati per dare una risposta alla stupefacente popolarità dei pianisti americani nel solco di Keith Jarrett. Non so se questa affermazione possa essere colta appieno, dal momento che in Europa già si scorgevano pianisti con una formazione classica di tutto rispetto, con le mani dilatate verso altre direzioni e lontani dall'avere un'atteggiamento free (penso a Joachim Kuhn o Martial Solal, per esempio, con le dovute differenze). Assieme a Ketil Bjornstad, Stenson si trova nel posto giusto al momento giusto: i musicisti nordici sono i privilegiati attori di una tendenza che punta a creare dei cavalieri della raffinatezza; lo svedese Stenson, in particolare, ha un tocco elegante e leggiadro alla tastiera, che lo contraddistingue parecchio: riesce a smorzare i contenuti melodici con accordi modali e scale colorate proiettate verso i registri alti, con molta personalità.
Il primo trio di Stenson (con Arild Andersen, cb e Jon Christensen, pc) si esprime in Underwear, un Lp del 1971 che porta Stenson dal sottobosco dei musicisti svedesi ad un primo assaggio di popolarità: nell'epoca del pianismo eclettico, Stenton non può considerarsi un clone di Jarrett, e pur avendo un'impostazione che lo rammenta, ha dalla sua un grado di delicatezza maggiore sulla tastiera e nello svolgimento delle trame. Riascoltato oggi, Underwear è ancora bel ricordo, pulito da orpelli e senza retorica, che impone un panorama emotivo e, negli scatti, un suono bop decisamente azzecato. Ma la cosa più importante è che lo stile di Underwear diventa un modello, ossia una base di classicismo e jazz che raccoglie gli umori di quella striscia geografica che tanto interessava ad Eicher e ai musicisti Ecm: il poter tracciare una rotta dall'India fino alla Norvegia, risalendo per l'Anatolia e l'Europa dell'Est. Questo occhio allungato è propedeutico per costruire alcuni album fondamentali dell'Ecm: Stenton partecipa a Sart, Witchi-Tai-To e Dansere di Garbarek, poi suona nell'Okay Temitz Group (in Oriental wind si assiste ad una fusione con la tradizione di Istambul), e gestisce il quartetto di Rena Rama, i cui Landscapes e Inside-outside, sono raccolte di eccellenza musicale svedese e allo stesso tempo costituiscono l'archetipo di ciò a cui vorrà mirare Stenson; nei Rena Rama suonano Bernt Berger, Leroy Lowe, Palle Danielsson ed uno splendido Lennart Aberg al sax alto, che però non possiede il tremolo di Garbarek. 
Nonostante la partecipazione di Stenson a parecchi progetti, il ruolo di leader si manifesta con più coerenza nella volontà di continuare a porre in essere una triade improvvisativa condotta numericamente come Evans; ampliare le combinazioni significa scegliere definitivamente i partners più congeniali e Stenson li troverà in Anders Jormin (al contrabbasso) e Jon Christensen alle percussioni (che funge da tramite temporale tra Rune Carlsson e Jon Falt); il trio è l'espressione più curata e specialistica di Stenson e contiene anche una forte componente dialogica; Jormin è contrabbassista virtuoso che agisce sulle dinamiche miste, ossia con lo strumento che funziona sia come accompagnamento che come voce solista e, come tutti i musicisti nordici, intercetta un jazz che si trova tra classicità convenzionale e diluizione tradizionale dei temi (con canti, danze o poemi filtrate nella musica). Christensen va, invece, nelle direzioni di Motian, con una speciale propensione al movimento sonoro profuso sulle percussioni, qualcosa di estremamente dolce e calibrato.
A metà ottanta, Stenson parlò di un linguaggio più semplice da proporre, più intimo e diretto, ma che in quegli anni non fu espresso bene: Very Early del 1987, è un disco di standards che non regala innovazione e dove c'è Carlsson, che non è ai livelli di Christensen. Ci vogliono 9 nove anni per passare a Reflections, dove le cose si riportano nell'equilibrio installato dal bop sofisticato di Underwear: lo standard è malleabile e ridotto allo spunto (Ellington e Gershwin vengono trattati con una raffinatezza unica), e diventa sempre più importante la registrazione, che tesa al perfezionismo, deve indicare una risonanza profonda di note e accordi, nel rispetto dei 12 tones old.
Nel successivo cd dal titolo War Orphans (1998), l'iniziale Oleo De Mujer con sombrero impone subito la regalità degli impianti melodici, mentre Natt permette a Jormin di esibire uno dei suoi favolosi monologhi espressivi. Il totale armonico del trio è ai massimi livelli e Serenity, doppio cd pubblicato nel 2000, è una summa perfetta di quel gioco di incastri magici, che stempera in una formula privata e melodiosa differenti tendenze ed unisce con grazia un filone di storia musicale: da Charles Ives (la title track) a Wayne Shorter (Swee Pea), passando da Alban Berg (Die Nachtigall) e la canzone popolare (Polska of Despair è di Lorens Brolin, scelto probabilmente per la sua eleganza come violinista);
Cantando esce dopo 8 anni e perde Christensen in cambio di Jon Falt, dopo che anche il "modello" Paul Motian si è unito con Stenson e Jormin per una registrazione estemporanea presso l'Ecm (Goodbye nel 2005); Cantando fornisce alcuni highpoints dell'intera carriera: in Song of Ruth, Stenson compie un miracolo di appropriazione, trasformando un pezzo composto dal compositore ceco Petr Eben e mantenendo la melodia sull'orlo del decadimento dell'intonazione; le dinamiche interattive di M (pezzo di Jormin) trasportano molto lontano, mentre l'approvigionamento melodico tratto dai temi sudamericani (Rodriguez, Piazzolla) e da alcuni standards, fornisce elaborazioni meno interessanti; la libera improvvisazione si fa presente in Pages, legamento che ben potrebbe rivestire le coordinate di un rinnovo estetico: 14 minuti di musica in cui il pianoforte si inquarta su ipotetici rivestimenti in serie, dove il contrabbasso si permette di strappare alla regola del perbenismo e dove le percussioni indicano un cammino, in controtempo itinerante.
La bontà di queste prove non è esaltata in Indicum (nuovo lavoro pubblicato nel 2012), che sta un pò al Jarrett recente: è vero che non fa un piega nei temi, ma nasconde molto mestiere, che dopo qualche ascolto si corre il rischio di saltare da altra parte, perché già troppo soddisfatti. Se è vero che formalmente non è cambiato nulla, è nella sostanza che c'è un addomesticamento, ossia si avverte la sensazione che la cantabilità neo-classica sia aumentata troppo a discapito di quelle trame improvvisative più fantasiose, che sostengono la bellezza delle melodie.

Arriviamo, dunque, a Contra la indecisiòn: diminuiscono i dubbi, soprattutto in merito a certi trattamenti. Oramai, il trio media una caccia verso motivi spendibili per le armonie jazz e una propria composizione completa dei soliti ingredienti. In merito ai primi, Wedding song from Poniky di Bartok è straordinaria per il rapporto di vicinanza tra la melodia dettata dalla canzone popolare ungherese e l'intensità nostalgica del sentimento nordico. Il trio, naturalmente, non si avvale della coralità, ma la trasformazione in un brano trattato armonicamente jazz non è la sola risultante che si può trovare nel pezzo di Bartok; a metà brano, ciascuno dei tre musicisti lancia linee musicali, proposte di libera intesa e magia. La splendida Elégie di Satie acquisisce uno scatto ritmico e compensa la disperazione algida del testo con una lunga invenzione, tipica delle evoluzioni del trio, mentre la Cancion Y Danza VI di Mompou perde completamente l'arrangiamento veloce della sua seconda parte.
Le parti improvvisate si nutrono sempre più di dettagli: Three shades of a house è riuscitissima, dove all'armonia esorbitante del pianoforte di Stenson, si affianca un drumming maturo pieno di effetto (Falt ha raggiunto quel fondamentale trapasso del drumming, da impersonale a proprio) e le vibrazioni del contrabbasso di Jormin, che è sempre più fondamentale nel caratterizzare l'economia sonora del trio. Alice è particolarissima, suonata con arco per il contrabbasso, un tema pianistico che si sviluppa misterioso per oltre 6 minuti e tanti ricami percussivi, che ritornano per preparare l'attacco di ingresso del tema di Oktoberhavet, in cui ancora Jormin lavora double, in modalità ritmica o con l'arco che funge da seconda melodia aggiunta. Le good vibrations si percepiscono anche in Hemingway intonations, con implicita dedica fatta allo scrittore americano.


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