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giovedì 1 febbraio 2018

Un ponte musicale tra l'Occidente e Bushehr

E' sintomatico come il cervello umano abbia sempre la memoria corta, soprattutto negli eventi tragici: tra i tanti, qui si segnala l'imposta discendenza del musicista Saeid Shanbehzadeh, che continua ad essere offuscata in un paese che ha contribuito a formare. Si tratta di tutti quegli africani costretti a spostarsi in schiavitù per secoli da Zanzibar alle zone del sud Iran; la famiglia di Saeid ha radici a Bushehr, un paesino a ridosso del golfo Persico a sud dell'Iran, che a molti non dirà nulla, ma che può essere sinteticamente ricordato per l'intensa coesistenza di popoli di origine diversa (dagli africani agli ebrei) e per essere la base di una delle principali centrali elettronucleari in Iran. Saied, ovviamente, si presenta come un ibrido dal punto di vista delle origini e del colore della pelle, e ha dichiarato di dover essersi difeso da una sorta di razzismo implicito degli abitanti del suo paese fin da ragazzino. Da parecchi anni Saied è diventato un musicista apprezzato fuori da quei confini, ma è in quei confini che sta cercando comunque una via espressiva: studioso di una specifica serie di strumenti del posto, Shanbehzadeh è uno di quei solitari musicisti che cercano ancora di rappresentare un'identità culturale in mezzo ad un mare di problemi. Nel 2008 la Buda R. pubblicò Iran: Musiques du Golfe Persique, una sorta di trattato strumentale sul neyanban, una grossa cornamusa totalmente scaraventata nel Sud dell'Iran, immersa nella conturbante ambientazione musicale del posto. E' partita da allora un'intensa attività di promozione in giro per il mondo ed una diversa idea di penetrazione dei mercati musicali world: qualche anno fa ci fu anche una collaborazione con un suo connazionale, un dj residente a Berlino, purtroppo per triviali e percussive derivazioni. Mancava, dal punto di vista discografico, quell'esperienza di riconciliazione con le proprie radici, spesso scaricata nei concerti.
La pubblicazione di Pour-Afrigha diventa, quindi, un libro aperto sulle volontà progettuali del musicista afro-iraniano; coinvolge ancora il figlio Naghib alle percussioni e un paio di musicisti esiliati, ossia Manu Codija alla chitarra e il cantante Rostam Mirlashari, che ripescano le radici beluci del padre di Saeid (i beluci sono una minoranza che vive tra l'Iran, il Pakistan e l'Afghanistan). Musicalmente, perciò, Pour-Afrigha è una particella speciale della musica iraniana, che assemblea caratteri regionali della musica dell'Iran meridionale (un'impronta musulmana corroborata da elementi ritmici africani), ed è per questa via una testimonianza. Evitati completamente i retaggi disco, Shanbehzadeh si sofferma sulle sue origini, servendosi con molto equilibrio di suoni e canto della sua terra, incrociando questo patrimonio genetico con l'afflato evocativo dei due strumenti occidentali qui usati (chitarra e sassofono); i risultati scarrozzano allora su un paio di alternative: una che non può fare a meno di scorgere echi del Garbarek di sponda etnica o del chitarrismo decorativo del moderno jazz (gli esempi più riusciti sono Bousalameh e Malle Baloutchan), ed un'altra, che tenta di collegare i pezzi con più sagacia interpretativa, per farli diventari dei "blues" immacolati di Bushehr (l'iniziale Kalfat e la finale Shah Soltan funzionano in quest'ultimo senso, attraverso il lirismo suscitato). Questo vuol dire che Pour-Afrigha è innovativo a barlumi se visto alla luce delle proporzioni storiche, ma conduce ad un lamento recondito, testimonia una tendenza quasi teatralizzata di far tornare in primo piano nella musica i problemi importanti della vita, espressi con la propria lingua o il proprio dialetto.



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