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venerdì 23 febbraio 2018

Milosh Filippo Fascetti e il suo saggio "La fine della musica"

L'insieme dei compiti di coloro che si occupano della musica è sostanzialmente condotto su una divisione funzionale dei ruoli: oltre ai normali attori che compongono o eseguono musica e alle naturali figure direzionali, si dovrebbe considerare fondamentale l'attività rivestita dai musicologi (cioè coloro che si dedicano alla scoperta e all'esegesi storica della musica), dai critici (teoricamente persone divise tra il giornalismo di segnalazione e l'estetica musicale) e dai filosofi (professori che si occupano della filosofia della musica come scelta personale o di specializzazione della loro disciplina). Riguardo a questi ultimi, è bene ricordare la loro esiguità rispetto alla complessità dei fenomeni musicali analizzati in Italia: tra coloro che negli ultimi trent'anni hanno dato un contributo specifico ed ampio all'estetica musicale contemporanea ci sono senza dubbio Enrico Fubini, Giovanni Guanti, Alessandro Bertinetto (che sta allargando il raggio d'azione alle ragioni dell'improvvisazione) e Milosh F. Fascetti, il cui recentissimo saggio per Mimesis Ed., dal titolo La fine della musica, ho preso in considerazione per via dell'argomento accattivante. Si tratta di uno scritto che ricade nella collana delle eterotopie, interrogandosi sul possibile rinnovo delle corrispondenze estetiche e dei significati che l'arte e soprattutto la musica, hanno saputo ricreare. Condotta con abilità e centratura sintetica degli argomenti, la riflessione globale parte da lontano nel darsi risposte adeguate tramite i caratteri essenziali della musica e tramite le principali forme con cui si è adoperata la creatività dei compositori nel corso dei secoli, al fine di ottenere una costruzione filosofica forte. Non ci sono nichilismi così come dovrebbero derivare naturalmente dal tema affrontato, ma le conclusioni costituiscono un'ipotesi di arrivo che potrebbe essere anche non sperimentabile. 
Si parla di musica innanzitutto concepita come arte, vista in quell'ottica artigianale tanto cara a teorici come Di Scipio ad esempio, filosoficamente indirizzata in paragoni utili per poter attingere principi e regole variabili nel tempo; nelle disquisizioni di Fascetti è centrale il cambiamento intervenuto ai primi del Novecento grazie alla dodecafonia e alle teorie atonali di Schoenberg, probabilmente ritenute responsabili di aver allungato velocemente la musica verso l'ultima? modalità di espressione, ossia aver aperto le porte al mondo contemporaneo. Molta parte del pensiero di Schoenberg viene sviscerata come propedeutica alle tante manifestazioni del pensiero contemporaneo post-seconda guerra mondiale, pensiero che in questo saggio viene riepilogato riassuntivamente con molta esattezza: per Fascetti gente come Cage, Feldman, Scelsi, Varese, etc. sono da considerare tutti artigiani integgerrimi della nuova musica, poiché hanno la consapevolezza dei mezzi compositivi adottati, anche nei casi che sembrano più estremi. Le riflessioni di Fascetti sono inclusive, permettono di dar un senso logico a ciò che a prima vista potrebbe essere in contrapposizione e concetti controversi come quello della forma musicale sono trattati in modo che non si scontrino con la dilagante libertà che ha attraversato l'universo musicale dell'ultimo settantennio; si producono esempi comparativi di un'arte che ha subito modifiche importanti, soprattutto in relazione alla finestra tecnologica. 
Per Fascetti è questa la vera sfida per il compositore: l'attuale funzione del mezzo informatico è incanalata nella visuale della sussidiarietà, come strumento di ausilio alla composizione, ma non sono certo mancati esempi nel mondo musicale di astrazione quasi totale della composizione rispetto a quella manualità o padronanza dei mezzi di cui il compositore ha sempre disposto; Fascetti, al riguardo, pone come esempio radicale il Cosmic Pulse di Stockhausen, una composizione per suoni elettronici spazializzati che indica come facente parte di una categoria di arte senza opere, per il fatto che "...l'opera svanisce nell'involucro del registratore DAT o nel dispositivo con il quale deve necessariamente essere eseguita....; i 24 loops eseguiti in 8 gruppi di altoparlanti con una traiettoria di 241 canali spazializzati, sono un esperimento formidabile ma che corre il rischio di trascinare la musica verso gli ingegneri del suono e verso una sorta di "bello tecnico". All'algoritmo si aggiungerebbe poi l'evidente decadimento della società e l'impossibilità di riconoscere modelli validi di ascolto. 
Il riconoscimento della saturazione delle scoperte musicali (e più in generale delle arti), nonché le deviazioni tecnologiche e sociali, fanno certamente pensare ad un futuro mesto, ma non mi sembra che ci siano ulteriori elementi di giudizio per decretare una "fine": nel silenzio dell'autore mi preme sottolineare che se è vero che è in pieno vigore un processo di consolidamento della musica e dei suoi generi offerti storicamente ed universalmente, è anche vero che la creatività non si è fermata e sta lavorando su nuovi approfondimenti delle realtà musicali che oggi vengono considerate di nicchia (si pensi alle nuove realizzazioni poste dai compositori sul trattamento del suono, per il teatro multimediale o quelle che integrano la musica nell'ambito di discipline artistiche divergenti); non si può escludere che la realtà artigianale di cui parla Fascetti possa ancora giocarsi su un principio che non conosce le limitazioni del tempo: il saper riconoscere o vivere le emozioni e le trepidazioni che la musica può elargire, a prescindere dalla pecularietà dei mezzi adottati. Può essere l'alba di una nuova espansione.



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