Translate

venerdì 19 gennaio 2018

Un rinomato, sottile ed oscuro filo di comprensione

Qualche considerazione su alcuni degli ultimi cds pubblicati per Setola di Maiale. Tre artisti, tre generi: contemporanea, elettronica, improvvisazione e forse, una direzione comune.

Luca Miti - contemporanea
Quando oggi tocca parlare di virtuosismo pianistico, dobbiamo aggiornare necessariamente i concetti: non c'è più un univoco metro di riferimento al riguardo, perché la capacità di stare dietro ad una tastiera di un pianoforte si esplica in modi alquanto differenziati rispetto alle capacità richieste un secolo fa ed oltre. Se da una parte non sono certamente scomparsi i pianisti dedicati all'esplorazione classica della tastiera, da un'altra incalzano in misura crescente i pianisti dediti alle sonorizzazioni: si suona negli interni (spesso in modo pressoché totale) oppure il virtuosismo sta nelle infinite sfumature di una ripetizione accordale; i minimalisti, ad esempio, hanno determinato una nuova fase nella metodologia pianistica, che sfrutta la coordinazione mentale e la pazienza del pianista. Luca Miti ha scelto quest'ultimo percorso, quello che va dalle congestioni impossibili e reiterate dei Keyboards studies di Riley fino alle oasi immateriali del Morton Feldman della seconda stagione pianistica. Su Setola, Miti pubblica per intero un omaggio a Otfried Rautenbach, un misconosciuto compositore dell'epoca di Darmstadt, partendo dall'idea che gli spazi interpretativi del mondo pianistico moderno si siano aperti grazie alle prime scoperte dei romantici. In Fur Otfried Rautenbach viene rivalutato l'antecedente delle Sphynxes di Robert Schumann, un brevissimo passaggio pianistico del Carnaval op. 9 che il compositore tedesco lasciò in una zona d'ombra esecutiva, delegando al pianista la responsabilità dell'esecuzione; sono pochissimi i pianisti che hanno preso in carico questa oscurità breve e improvvisa, invisa sui toni gravi del piano, che contrasta con la dolcezza e la profondità del Carnaval, ma tanto è bastato a Cortot, Rachmaninov, Horowitz o Uchida per scoprirne un fondamento. Sulla rete qualcuno si è persino preso la briga di accostare tutte le versioni (vedi qui) e il motivo sta essenzialmente nel valore programmatico di quelle note, che aprono alle suggestioni di Feldman e di tanto pianismo d'avanguardia. I 56 minuti del pezzo di Miti si addentrano nella profondità di campo di Feldman, senza ricalcare assolutamente lo stile, ma lasciando che quella parte nascosta di Schumann faccia il suo dovere: si tratta di cogliere l'ipnosi di ogni "rintocco", dove il rinforzo del pedale e la totale immersione nelle risonanze provocate dalle note basse è il lasciapassare per giungere ad una particolare configurazione del panorama sonoro. Naturalmente, da quell'apparente stasi Scelsiana, si scopre tutto il nuovo decadentismo dei tempi odierni.

Tiziano Milani - elettronica
C'è un tantino di confusione e sopravvalutazione nelle considerazioni di ciò che è stata (e che è) l'elettronica italiana: mi indirizzo soprattutto alla parte non accademica di essa, spesso un pozzo infinito di stimoli. La rivalutazione attribuita a molti giovani musicisti emergenti (spesso pompati dalle riviste di settore) non sembra essere il frutto di nuove scoperte e la maggior parte delle prove discografiche degli artisti portati ai piani alti dei sondaggi o dei polls valutativi sono operazioni che in media si svolgono in un alveolo di opacità e prevedibilità dei risultati. La lunga scia di ascolti fatta lo scorso anno di prodotti italiani ha sviluppato in me questa riflessione: operazioni come quella della premiata ditta Massaria-Seravalle sono casi isolati per creatività e substrato filosofico; se escludiamo questo lavoro e pochissimo altro, il 2017 dell'elettronica italiana è veramente modesto. Da questo punto di vista altri paesi stanno facendo meglio di noi. Date le inconsistenze e restando nell'epoca della piena maturità della musica, un buon espediente per tenere banco in ogni stagione, è continuare a lavorare sull'emotività dei suoni e la non sussidiarietà dei progetti: sia che si tratti di droni, di noise o di field recordings è la significatività della strategia sonora a fare la differenza e a far superare la fase dell'ovvietà. Questo è quanto succede quasi sempre con Tiziano Milani, che con il nuovo She, dimostra che per permettere alla musica di comunicare bene, è ancora importante impegnarsi sul quel versante. In She 3 brani elettroacustici, con suoni raffinati, sia della manipolazione elettronica che concreta, un transfer evocativo che spesso ha in serbo la maturità dei viaggi di Roach e degli artisti della Projekt R. ed una soggettività degli incontri da fare, lasciata ai puntini sospensivi. I primi nove minuti fissano la direzione di viaggio, ma se non vi dicessero che è Milani il compositore, sareste convinti di trovarvi di fronte ad un pezzo del recente Forrest Fang; il No title no. 2 si dedica finanche ad un'operazione nuova per Milani, ossia quella di inserire manipolazioni vocali (è Meredith Monk che subisce trattamento) nel clima misterioso provocato dalla musica. 
A livello operativo She si affianca pressapoco a quanto già espresso dall'artista in Materia (Storia da ciò che rimane), restando naturalmente lontano dai linguaggi artificiali degli esordi e dai poemi audio-visuali di The city of simulation; tuttavia penso che l'architetto di Lecco abbia pochi rivali oggi in Italia, per il livello raggiunto e la bellezza delle sue creazioni. 

Fred Casadei Spiritual Unity, improvvisazione
Gli esperimenti tra improvvisazione libera e musica del territorio non sono certamente tra quelli più graditi dall'audiance, specie se il connubio infittisce il rapporto di reciproca conoscenza. Tuttavia sono anche uno dei canali alternativi della musica più originali da seguire. Il contrabbassista siciliano Fred Casadei ha le idee ben chiare in merito: in un open project portato avanti in tutta Italia grazie a concerti e dialoghi condivisi con tanti altri musicisti, Casadei ha dimostrato che un contrabbassista può fare un salto di qualità non indifferente; la sua è principalmente una scelta di campo, lavorare con il suo Spiritual Unity (creazione e interplay di una comunità) sta ridando lustro non solo agli esperimenti che condivideva con Gianni Gebbia, calati nella materia del contrabbasso, ma soprattutto sta cercando di dare un'anima quanto più convicente ad un genere che per molti sembra solo somigliare a corde tirate e piatti rotti. 
Due date, due luoghi importanti della pratica del sottobosco musicale improvvisativo italiano, più una terminologia che chiama a raccolta i bei tempi del jazz, Ayler e le dinamiche del cosmo:
-Sun, con il fisarmonicista Luca Venitucci, al Blutopia di Roma il 15 gennaio 2016;
-Sky, con il cellista Francesco Manfrè, presso il Monteggiori Studio il 7 marzo 2017;
-Love, in trio con Marco Colonna al clarinetto basso e Stefano Giust a batteria e percussioni, sempre al Blutopia il 10 marzo 2017.
I nomi citati sono alcuni di quelli intervenuti nel suo viaggio, ma le tre esibizioni sono già completamente esaustive del suo pensiero: ogni performance ha i suoi binari, dove la parte scritta ha il valore più o meno simbolico di una porta aperta al libero svolgimento e interpretazione. Casadei pizzica profondo, e con il contrabbasso è capace quasi di simulare un ragionamento umano: in Sun la sua improvvisazione ha un rapporto speciale con il quotidiano e con il territorio grazie alla fisarmonica di Venitucci, mentre in Sky il violoncello anti convenzionale di Manfré è capace di sviluppare stagioni dell'arte che non sembrano più commestibili; più vicino ad Ayler è il trio di Love, ma fondamentalmente il trittico di cds sottolinea l'incommensurabile lavoro di cesellatura mentale tra le libertà improvvisative e un'amabile, sottostante tentativo di dare volto musicale a qualcosa che è parte della vita e della realtà, un connubio che può essere affrontato con le armi subdole di uno strumento che, pur avendo una timbrica ben definita, lascia passare la storia, gli attimi cruciali e le situazioni della vita. 
Nonostante la titolazione si rincorra nelle tre esibizioni, non vi sarà permesso di assicurarvi una ripetizione in nessuna parte della performance, poiché la matassa aurale si modifica continuamente, proponendovi situazioni sempre diverse e degne della migliore rappresentazione. Alla fine c'è una imperscrutabile dimensione che si raggiunge, quella dell'artigiano che riesce a fare cose mirabili nel momento in cui le esegue. In Sun, Sky e Love tutti i partners sono al massimo dell'attenzione e sono co-artefici di un sentimento autonomo, che alla fine si impone, ossia il senso della vicinanza inaudita, una qualità che ci faceva amare la musica di Mingus; quella musica andava tanto lontano ma era incredibilmente interiorizzabile. Nell'attuale letteratura italiana del contrabbasso c'è ben poco che possa far pari con la sostanza di Fred.



mercoledì 10 gennaio 2018

L'arte audiovisiva al Grand Soir Numérique

Il 26 gennaio la Cité de la musique di Parigi ospiterà l'evento del Grand soir numérique, un vero e proprio summit sullo stato dell'arte audiovisuale, con la partecipazione dell'Ensemble Intercontemporain e di alcuni dei principali compositori e musicisti impegnati nel settore; nato come parte del festival Némo (la biennale internazionale delle arti numeriche), il Grand soir numérique vede la partnership dell'Ircam e una concentrazione di intenti riversa sui rapporti tra l'ascolto e la visualizzazione di immagini, legati dalla tecnologia digitale. 
Parlare di questi argomenti così specifici della musica significa affrontare il tema delle sue estensioni disciplinari: qui, naturalmente, ci si ferma ai connubi tra musica e video, in un rinnovato surplus tecnologico, ma in verità il binomio è prepotentemente ritornato in auge come conseguenza del clamore delle opinioni suscitate da un recente libro scritto dal filosofo tedesco Harry Lehman, fresco di stampa tradotta in francese: La Révolution digitale dans la musique spinge il pensiero verso un'impensabile rotta seguita dalla musica, dopo almeno altre due rivoluzioni industriali sopportate dal Novecento. Di rivoluzione si parlava a proposito del Futurismo, così come si parlò di rivoluzione a proposito della composizione elettronica; questa terza rivolta è frutto del passaggio alla composizione assistita dai mezzi informatici in ossequio alla previsione della computer music e dello spettralismo, tuttavia sembra che in apertura di nuovo secolo si possano fare ulteriori passi da gigante, andando oltre la consueta cultura riposta nei software dei programmazione. 
Nella rivoluzione digitale odierna, l'acustico potrebbe diventare schiavo di una concezione compositiva che non gli dà il miglior privilegio, semmai vede la strumentazione come uno sbocco, un canale di uscita della musica: ciò che conta è concepire un prodotto in cui la parte digitale sia la protagonista della creazione. Nell'ambito della filosofia di Lehmann (il cui pensiero ha avuto molta accoglienza da parte dei compositori della cosiddetta seconda generazione di Darmstadt) si rimescolano le carte della composizione: le partiture sono immediatamente disponibili digitalmente in un archivio liberamente consultabile, l'insegnamento nonché la concertistica è fruibile dal proprio computer, viene dato pieno spazio al campionamento, all'elettronica live e pre-registrata, e si instaura un connubio imprescindibile tra musica, rumore e arti collegate, tra cui quella visuale acquisisce una forza incredibile. 
Lehmann fa già un buon resoconto dell'attività svolta in tal senso prendendo come esempio il suo paese e soprattutto la scena berlinese, che coniuga al suo interno spinte che arrivano non solo dal mondo della composizione contemporanea colta: la disponibilità a basso costo dei calcolatori nonché la rinnovata riallocazione di spazi univocamente determinati a scopo installativo, sono i principali catalizzatori di un'accelerazione che proviene anche dal basso della catena musicale. E' questo il motivo per cui nel Grand Soir numérique sono stati invitati musicisti senza una formale formazione accademica come Paul Jebanasam o Alex Augier, musicisti del settore dell'elettronica in grado di competere ad armi pari con il mondo della composizione preparata, grazie ad un debordante uso del noise e un penetrante utilizzo dell'arma visuale, che naturalmente ricade ad esperti del settore (nel caso di Jebanasam la virtualità visiva viene garantita da Tarik Barri in Continuum, in quello di Augier si assiste ad un'incorporazione delle due figure per Nybble). Sintetizzatori e modulatori che sparano suoni, rumori o dati nei canali amplificativi, cercando di trovare una simbiosi perfetta con le immagini; è un raccordo che tende alla migliore rappresentazione di uno dei problemi irrisolti nel campo delle arti, ossia quella corretta sinestesia che può essere provocata nella relazione tra campi artistici che producono messaggi stimolando sensi diversi; nel caso della combinazione della musica con l'immagine esiste un modo di raggiungere la sinestesia in maniera quasi oggettiva e lasciare che l'una suggerisca un'idea ben precisa dell'altra?. Nel passato compositori come Scriabin o pittori come Kandiski o Klee ne hanno fornito versioni che, nonostante tutti i buoni tentativi, sono rimaste nell'alveolo della soggettività, ma a questa evidente impossibilità di stabilire che ad un certo tipo di suoni corrisponde una determinata immagine erga omnes, oggi si può obiettare stabilendo una "ragionevolezza" della relazione, fondata su principi riferiti alla tipologia acustica, alla velocità e alle dinamiche dei suoni o delle immagini. Il compositore, dunque, si è accorto da tempo che è possibile alzare il tiro e creare personali differenziazioni di prodotto musicale che impiegano tutta una serie di poteri che indirizzano il cervello nell'ascolto: 
1) può essere lo spazio o l'ambiente a fornire gli stimoli giusti se adeguatamente corredato di piattaforme audiovisuali che si modificano in base alla luce e alla movimentazione: la composizione di Jacopo Baboni Schilingi è risultata alchemicamente perfetta per le installazioni di Miguel Chevalier, artista digitale capace di ottenere una sorta di pixelizzazione degli ambienti (gallerie, grandi pedane generative, spazi chiusi virtuali) attraverso giganti invenzioni video che procurano un'immersione interattiva (vedi qui un breve estratto); 
2) si può migliorare il linguaggio semantico o simbolico proposto storicamente dalla videografia: a Parigi, Daniele Ghisi e Boris Labbé offriranno la loro esperienza, che vede la messa a punto di un sistema audiovisivo sostenibile per rappresentare le relazioni suono-immagine nel gioco, basandosi sulla manipolazione di dati e dinamiche visuali; i due presenteranno Any road, ma la collaborazione è stata già messa a frutta in altri episodi, nelle formazioni spettrali di Danse macabre e nelle fluttuazioni quasi scientifiche delle montagne pirenaiche di Orogenesis*; un'altro valente avventore della manifestazione sarà il compositore danese Rune Glerup, messosi in luce con Dust Incapsulated, composizione legata ai linguaggi di programmazione visiva (Andrew Quinn è il touch designer).
3) un'ampia platea di compositori ha puntato sull'adeguamento degli esecutori della musica, lavorando tramite la linea di dispositivi elettronici applicabili al corpo: si tratta di quei sensori che costruiscono una sorta di composizione aggiuntiva rispetto a quella ordinaria, aggeggi applicati ai polsi o comunque nei punti cruciali dell'esecuzione o della direzione, che provocano un corto circuito nell'esecuzione dei movimenti, dal momento che l'effetto dei sensori è quello di affiancare allo strumento suonato o alla direzione intrapresa, un altro strumento o direzione "invisibile" e "virtuale"; i sensori e la loro movimentazione sono anche i drivers per la formazione delle immagini che contestualmente si formano a supporto: compositori come Stefan Prins o Alexander Schubert hanno posto l'attenzione sull'elettronica artificiale e su un tipo di interagire che preconizza la completa automaticità dei comandi e una diversa modalità di intervento dei musicisti o dei direttori d'orchestra (Schubert parteciperà al Grand soir numérique con Serious Smile).
Va da sè che l'obiettivo principale è quello di produrre uno stato emotivo, una vibrazione positiva, che deve essere riconosciuta: si ripresenta, dunque, il mantra della difficoltà della fruizione della musica contemporanea e della sua corretta interpretazione ai fini estetici. Lehmann profetizza un archivio di opere sulla rete completamente distaccato da istituzioni e sovvenzionatori, in cui dovrà emergere una nuova figura di critica musicale, formata dentro le accademie, in grado di discernere su una materia che si preannuncia alquanto ampia e complicata. Nel frattempo, comunque, si può godere già il magnifico intento speculativo e iper-sistemico di alcune di queste opere.

_______________________________________
Nota:
* su Ghisi e su An experiment with time, una sua splendida installazione corredata da Ensemble, ho già dedicato righe di commento specifico in un mio precedente articolo (vedi qui).


martedì 9 gennaio 2018

Sviluppando sonicità del passato


Nell'ambito del motto "Music for the inquiring mind and the passionate heart" Leo Feigin si è impegnato a proporre anche musiche che hanno una relazione parziale con il jazz e l'improvvisazione libera. La considerazione principale da fare al riguardo è che la generazione di Leo (così come quelle successive) ha subito il fascino delle musiche tradizionalmente create nel mondo anglossassone, in primo luogo quelle legate alla musica rock. Ad un certo punto della storia il pacchetto (più o meno spendibile) degli elementi costitutivi della musica americana (blues, country, rock'n'roll) è entrato non solo in una fase di intersezione con altri generi musicali, ma addirittura ne ha formato un subsistema immediatamente utilizzabile per il mondo intero: nella fase di americanizzazione della musica post anni sessanta, il rock (musicalmente condotto a determinate condizioni) fu onda creativa devastante, entrando nell'espressione idiomatica del jazz (Canterbury e tanta musica progressiva), in tanta pop music sparsa in giro per il pianeta (dagli Abba fino ai gruppi più sperimentali), nella chanson francese e in tanto cantautorato italiano, e in altre miriadi di inquinamenti morfologici. 
Le operazioni di Feigin, dunque, ogni tanto gettano un ricordo-ponte su una fase effervescente e particolarmente creativa della storia della musica, in cui comunque non manca l'apporto improvvisativo. In questa sede sono due le novità discografiche proposte. 
La prima riguarda il trio di John Wolf Brennan, composto con Tony Majdelani e Marco Jencarelli, che giungono dopo cinque anni alla seconda esperienza discografica, dal titolo Oriental Orbit. Delle caratteristiche somatiche della loro musica ve ne ho già parlato in occasione del loro primo cd e perciò, in un'ottica genericamente indirizzata ai contenuti musicali, li vi rimando (qui); in più aggiungo solo che la famiglia di strumenti utilizzati si è nel frattempo allargata, dando spazio a maggiori caratterizzazioni libere dei suoni in funzione di una crescente volontà di fornire un panorama spirituale della musica. Ispirati dalla saggezza delle parole del monaco benedettino David Steindl-Rast, il trio si produce in un originale raccordo tra suoni del mondo occidentale ed orientale, prima vissuti e poi trasferiti nella musica attraverso gli strumenti: in tal modo strumenti come l'handpan, il berimbao, il santur, il bodhràn, lo zither armeno o le campane tibetane sono considerate il veicolo di una presunta incorporazione paesaggistica e mistica. 
Posto che il Brennan solista del pianoforte sia esperienza non più rinnovabile nel breve tempo, penso che diventi centrale la riflessione che i tre musicisti fanno a proposito dell'inevitabile carica "globale" che suscitano e riprendo qui una frase di Brennan lanciata nelle dettagliate note interne di Peter Monaghan...."...we didn't actually talk about what we wanted to do beforehand, but of course the present situation of world politics -especially, the so-called "clash of cultures" between East and West - couldn't be ignored and sneaked into our musical endeavours...". Lo scetticismo dei Pilgrims (questa la denominazione del trio) riguardo ad un futuro totalmente decostruito delle due principali culture e religioni mondiali sembra poter spostare gli equilibri indietro nel tempo, quando il sincretismo era una soluzione possibile; ma oggi, in un momento in cui la crisi delle religioni miete vittime su entrambi i fronti (vedi i vari estremismi), qual è la formula musicale esatta e corrente per mettere assieme un nuovo ordine mondiale? Oltre la bella costruzione musicale, si possono scorgere delle novità sul fronte sperimentale? Oriental orbit lancia un paio di proposte che sono, però, tutte da approfondire: da una parte l'inserimento di intermezzi musicali costruiti su field recordings (i tre Water Whole), dall'altra una ilare interpretazione di un passaggio del Finnegans Wake di Joyce, che unisce musica e adattamento linguistico.  

L'altro modello stilistico preso come riferimento sono i Led Zeppelin: con un neonato gruppo a base geografica variabile, i Jet Lemon Band (cinque elementi provenienti da Russia, Germania e Sud Corea), provano a fornire con molto coraggio una versione del Led Zeppelin II, secondo, fervido album del gruppo inglese del 1969, proponendo una virtuale sostituzione con un Led Zeppelin II in the key of jazz.
Innanzitutto sgomberate il campo dalle pastoie e dalle vicissitudini delle cover band, perché qui siamo in presenza di una ripresa fatta con professionalità e soprattutto con molta personalità: tutto il Led Zeppelin II viene ripercorso nello stesso ordine dei brani di quell'originale, sono però i particolari interpretativi che variano di molto, plasmati sulle capacità dei singoli musicisti. L'idea dei Jet Lemon Band è quella di fornire una lettura alternativa, in grado di staccarsi dai clichés di un'epoca e di una registrazione fantomatica. Per fare questo le melodie vengono accelerate, le ritmiche portate a livello di una misura jazz-rock, si asciuga tutto ciò che rilascia sapori progressivi o modalità di performance direttamente riferibili a quei tempi; così facendo si può scoprire un'eccellente alternativa vocale in Jim Aviva, un pianismo aggiuntivo e totalmente sbilanciato nel jazz in Sammy Lukas, una sezione ritmica che potrebbe stare nelle fila dei musicisti degli Allmann Brothers Band nelle persone di Benjamin Schlothauer al basso e Jakob Kufert alla batteria. La smussatura è evidente ma anche inebriante: sentite come Thank you si trasforma in un pezzo da vivere come crooner di jazz oppure Heartbreakers, brano che potrebbe stare sul At Fillmore East degli Allmann, o ancora notate la differenziazione che la percussione quasi rituale di Bonham in Moby Dick subisce, sino a diventare un assolo di libera improvvisazione. Nonostante una copiosa attività interpretativa effettuata sui Zeppelin, si può affermare che il tentativo dei Jet Lemon Band si ponga tra i più sapidi e meno ascoltati nelle devianze jazz.
Led Zeppelin II in the key of jazz sviluppa anche un certo tipo di riflessione, ossia come mantenere in vita un saggio musicale del passato con ingredienti personali che importunano la versione originale. Se si è allenati all'elasticità interpretativa, alla capacità di modificare intelligentemente i termini melodici o ritmici di un pezzo, si possono ottenere ottimi risultati, soprattutto se si lascia che il cambiamento venga spontaneamente parametrato sulle proprie qualità artistiche: pensate, nel rock, ad artisti come Willy De Ville, quando ripropose alla grande Could you would you di Van Morrison o quando trasformò Hey Joe di Hendrix: operazioni che asciugavano gran parte delle sottili ed uniche peculiarità artistiche degli originali, per mostrare con la sostituzione, una netta impronta identificativa. 



domenica 7 gennaio 2018

Suoni della contemporaneità italiana: la fisarmonica di Claudio Jacomucci


Tra coloro che recentemente in filosofia si sono occupati del potere dell'immagine, un posto particolare è rivestito da Jean Baudrillard: con molti saggi e pubblicazioni il francese colse i difetti delle società moderne, individuando nella creazione di simbologia consunta ed affrettata il vero dramma; Baudrillard demolì i significati dell'immagine (anche virtuale), dichiarandole utopiche e false, senza profondità alcuna e senza capacità di produrre un buon senso. Ciò che colpiva delle sue teorie era la vicinanza del suo pensiero ad una sorta di illusione naturale che l'uomo sta conoscendo nella sua esistenza: tra patafisica e mistificazioni, Baudrillard criticava il sistema dei principali mezzi di distribuzione delle immagini, che non erano in grado di far sviluppare nel fruitore un corretto ed autonomo processo di formazione di esse. Forse il francese fu eccessivo nel decretare una fine del più potente canale di trasmissione delle emozioni, ma certamente non si può non condividere la compromissione della funzione dell'immagine.
Questa lunga premessa mi permette di introdurre il lavoro del fisarmonicista Claudio Jacomucci, che qui ancora ringrazio per avermi contattato, e ringrazio anche per avermi segnalato il suo cd monografico per Pigini R., nella sparuta parte discografica della benemerita azienda italiana, costruttrice di fisarmoniche. Degno rappresentante della migliore produzione di Jacomucci, "Cool memories" parte proprio dalle considerazioni di Baudrillard, con una composizione di 5 movimenti, dichiaratamente ispirati ai contenuti filosofici del francese; si tratta di ribaltare nella musica quel potere immaginativo, di risaltare un evento che può essere raggiunto solo ragionando in maniera profonda sul suono, debitamente amplificato o accompagnato da evocazioni di elettronica collegata allo strumento: sono arpeggi dilatati o combinazioni sonore che si producono in un clima alla Jarry, dove l'obiettivo non è solo quello di coordinare le due fonti (strumento ed elettronica pre-registrata frutto di elaborazioni concrete totalmente irriconoscibili), ma anche di ottenere uno spazio acustico mastodontico, accrescimenti sonori tali da restituire fascino immediato all'ascolto. E allora è possibile che mentre i toni alti della fisarmonica esplodano, quelli bassi restituiscano scenari torbidi ed acusticamente potenti ed avvolgenti.
Cool Memories, come molte altre composizioni di Jacomucci, è costruita anche per avere un'interfaccia con le altri arti: come ripetuto in molte occasioni su queste pagine, il cd musicale non è in grado di rivelare aspetti visivi ugualmente importanti che, nel caso del fisarmonicista, con poca fatica potete reperire sulla rete (vedi qui). La commistione avviene con la danza di Kathleen Delaney, danzatrice e insegnante di una tecnica che Jacomucci ha abbracciato in pieno e divulgato: la Alexander Technique può essere vista come una risposta ai ragionamenti non permissivi di Baudrillard, una tecnica applicabile al corpo e ai suoi movimenti, capace di abolire le cattive posture e migliorare la coordinazione gesturale: applicata alla fisarmonica, Jacomucci dichiara di poter ottenere risultanti strabilianti. La rappresentazione artistica viene poi completata con proiezioni video in cui Baudrillard e i suoi soggetti vengono splittati tramite registrazioni vocali effettuate all'epoca in cui il filosofo era ancora in vita e rapide frammentazioni delle sue parole, raccolte in forma semiotica. 
In Infernal Circles, composizione che chiude il cd e che risale più o meno alla stessa data di Cool Memories, c'è la possibilità di apprezzare a tutto tondo la mole creativa e sperimentale di Jacomucci: le soluzioni di suoni specifiche, pensate per illustrare il mito di Orfeo ed Euridice, sono lavorate su un timing perfetto da lui azionato, e danno sorpresa emotiva e scenica, poiché ad un certo punto Jacomucci sparisce e si odono accenni di Tu se' morta di Monteverdi. 
La valorizzazione della qualità immaginativa non si smentisce neppure in assenza di posizionamento elettronico: i dieci minuti di Wonderlands rappresentano probabilmente l'antecedente creativo di Cool Memories e tracciano il percorso formativo di Jacomucci. Nel suo spingersi oltre i moduli convenzionali della fisarmonica, Jacomucci raccoglie tracce della Oliveros dei settanta, delle tecniche minimali di Riley e di quelle contemporanee da Kurtag a Berio: un orizzonte ampio e pieno di fascino, a cui si dovrebbe aggiungere molte altre cose, tra cui istinti medievali, barocchi e tradizionali. In merito a questi ultimi si può parlare di immaginazione specifica nel solo di Tarantolata, uno specifico brano dedicato al rituale possessivo della taranta, in cui lo strumento ingaggia una necessaria colluttazione con la ritmicità: pochi minuti di fisarmonica eccitata al cospetto di una più ampia rappresentazione fatta con l'aiuto della Delaney e con il solito supporto elettroacustico (Aracne).  
L'altra qualità della musica di Jacomucci è, come detto, la forza espansiva, l'accrescimento sonoro che sembra essere anche l'idea trainante della composizione recente: in questa monografia il fisarmonicista inserisce Vortex, per tre fisarmoniche e Co-incidences, per cinque fisarmoniche. La prima cerca una implicita relazione con il vento e la sua forza fisica: nata per accompagnare il progetto multimediale di Observations of the air of the wind of the earth and the celestial vault (con la danza della Delaney e video a supporto), Vortex è un gigantesco affresco che sta tra la simulazione e la volontà di ritagliare uno spazio completamente nuovo per la fisarmonica: nelle note Jacomucci parla di "...a rotating dome of an old astronomical observatory is screened high on a Church interior. Its raw sound is reprised by the tones of three accordions positioned far from one another in the circular aisle. Such tones are shaped into dynamic impulses that suggest a counterclockwise spiral sound. Fábio Palma, Andrzej Grzybowski, Przemek Wojciechowski premiered the work...."
Co-incidences invece sperimenta sul phasing, distribuito e mascherato a diverse velocità e modalità, in modo tale che, a sorpresa, si possano intercettare note e accordi dei contrappunti bacchiani. E' la risoluzione di un rebus, così come espresso da Jacomucci, un modello di continuità che riesce a dimostrare che è possibile far musica bella ed intelligente anche con le decostruzioni.
Inutile sottolineare di come siano preziosi in Italia artisti come Jacomucci. Penso che Cool memories fosse una registrazione necessaria ed inevitabile, il luogo idoneo per comprendere quali sono i concetti di contemporaneità musicale su cui egli vuole puntare: poco scervellamento, distanze appropriate da Darmstadt e una musica di sintesi storica, elettivamente pronta per farsi ascoltare da tutti ed in grado di gestire abilità, tempi e simulazioni a viso aperto.