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sabato 9 dicembre 2017

Un pensiero su Sunny Murray

Questa volta il necrologio è per Sunny Murray. A coloro che non sono appassionati del jazz questo nome dirà poco e forse dirà poco anche ad una parte di loro. Murray, però, è stato il batterista che ha aperto un faro "poderoso" nella libertà della musica. Sunny non fu solo un contestatore della regolarità dei ritmi, fu anche il primo, perfetto batterista del caos. Dotato di un'energia vigorosa, era una valente opposizione stilistica di Cyrille ed Ayler lo volle con lui nel suo Spiritual Unity, dopo che Murray aveva lasciato Taylor. In molte interviste del passato, Murray dichiarava che la libertà nel drumming era sinonimo di fuoriuscita dalla schiavitù, mettendo in risalto come batteristi come Roach o Blakey non avessero avuto ancora la forza di osare.
Come detto, fu un punto di riferimento indispensabile per il particolare free jazz di Taylor nei primi sessanta, contribuendo alla riuscita del Jazz Unit e ad un disco notevolissimo di Cecil (Nefertiti, the beautiful one has come del '62) e registrò qualche anno dopo alcuni dischi importanti come leader, per stabilire il suo stile, irruento e simulativo: il rombo di un motore o le crepe di un vetro sono il fragore che ricavava dai tamburi o dai piatti. Ma in quello che poteva sembrare uno sfogo incontrollato scaricato sugli strumenti, si celava un'evoluzione importante della batteria e delle percussioni, non solo per il jazz.
Consiglio di andare a ricercare i suoi primi albums, in particolare l'omonimo del '66 per la Esp Disk e il bittico del '69 per la Byg Actuel, ossia Sunshine e An even break (Never give a sucker): lì troverete molti accompagnatori illustri e l'esatta concentrazione del suo stile. R.I.P.

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