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sabato 9 dicembre 2017

Giovani prediletti dell'improvvisazione

Qui trovate qualche spunto riflessivo su alcune nuove pubblicazioni di giovani musicisti, a cui ho dedicato in passato spazi di segnalazione specifici. Naturalmente sono conferme della bontà e della qualità di questi artisti e del percorso da loro intrapreso.

Del pianista Matt Mitchell ne ho individuato in anticipo le caratteristiche stilistiche allorché l'americano pubblicò il suo primo solista (vedi qui). Mitchell è un pianista eccellente, con tante idee e trasporto emotivo, con una rara efficacia nell'elaborazione di vere e proprie stratificazioni musicali. La sua idea di compo-impro è strutturata con concetti che sarebbero proprietà lessicali dei compositori della classica contemporanea: movimenti centrifughi, palinsesti, densità informative in spazi lirici, etc. sono alcune delle espressioni usate nel commentare i brani del suo ultimo lavoro su Pi-Recordings, dal titolo A Pouting Grimace
Ascoltare Mitchell può far seriamente perdere il senso dell'orientamento dato che climax, simultaneità ritmiche o melodiche, sono elementi fondamentali di un programma che vuol portare il jazz nei territori della complessità: Plate Shapes, Mini Alternate o Brim posson considerarsi delle catarsi inoffensive del jazz, ammesso che quest'ultimo possa ancora avere una sua ordinaria riconoscibilità. Circondato da un ensemble specificatamente ricomposto per il suo tipo d'espressione, con musicisti vicini al suo idioma, ma non sempre allineati al suo grado di complessità (si scala da Sorey e la Webber fino a Irabagon e Weiss), Mitchell è colui che sostiene per tutti un linguaggio antropomorfo, che si insinua con idee pianistiche differenti in un sound totalmente ricreato nel suo insieme, come un pozzo di ricercatezze: accordi e aggressioni verticali, movimenti scalari sulla parte alta della tastiera capaci di produrre sensazione di gocciolio, particolari attenzioni alle sfumature timbriche e tutto ciò che può rappresentare un'esplosione biologica amplificata da un microscopio. In più, stavolta, Mitchell cerca ausili e conforti anche nell'elettronica, ridotta a germinazione di suoni e mimetizzazioni delle strutture acustiche, elettronica semplice che è spesso lavorata tramite un Prophet 6. 
Armato di una omogeneità invidiabile, lo scopo (raggiunto) di A Pounting grimace è quello di condurre l'ascoltatore in un'eccitante trappola delle contraddizioni, un "...attempt to explain that fails to explain..", così come riflesso nelle parole dell'autore. 

Tra i pianisti che non si smentiscono mai non si può non annoverare la pianista francese Eve Risser, che riproduce sempre in maniera eccellente nuove marginalità del suo pensiero. Risser è riuscita a dare un chiarissimo volto impressionista alla musica improvvisata non idiomatica del nuovo secolo, qualcosa che, pur avendo avuto origini nella generazione di improvvisatori precedente alla sua (Benoit Delbecq e Sophie Agnel soprattutto), non veniva colta con precisione; grazie alle possibilità sonore determinate da un uso specifico delle preparazioni negli interni del pianoforte la capacità surretizia dei suoni è stata amplificata. Naturalmente l'impressionismo non è di tipo tecnico (non ci sono interludi o riferimenti pentatonici) ma è un'enfasi prodotta dalla musica, che deriva dalla particolare combinazione delle strutture improvvisative che lavorano sulle proprietà subliminali dei suoni preparati. Della Risser recensiì con entusiasmo i suoi esordi nel trio con Benjamin Duboc e Edward Perraud (vedi qui), segnalando i suoi successivi lavori nelle liste dei migliori ascolti dell'anno, lavori in cui si è compiutamente formalizzata la componente impressionistica con i temi della "neve" e della White Desert Orchestra. Ora arriva la seconda puntata del trio con Duboc e Perraud; si chiama En corps generation, ed è composto da due lunghi brani (Des corps e Des ames), pieni di stati sonori speciali frutto delle tecniche estensive ed una cucitura umorale velatamente minimalista e muscolare che caratterizza il progetto del trio. I tre sono perfettamente in sintonia con quello che una parte della composizione francese sta tentando di fare: sebbene non si possa parlare di saturazionismo nel caso del trio di Risser, si deve ammettere che una ricerca sulle possibilità "corporee" dei suoni non convenzionali è tutta presente e si affianca alle tessiture improvvisative che accompagnano l'intero sviluppo dei pezzi. L'unica cosa su cui ci si può interrogare è sul tipo di messaggio in codice da ritenere, quale tipo di movimento corporeo vuole rappresentare nell'ampio ventaglio di immagini che soggettivamente si possono sviluppare.
La Risser fa parte abitualmente della scuderia della portoghese Clean Feed, etichetta che solitamente promuove anche Kaja Dreksler, altra pianista slovena, a cui dedicai con molto piacere i miei pensieri qualche anno fa per il suo esordio pianistico (vedi qui). Non sarà stato difficile unire la Risser e la Dreksler per un progetto in duo, dal titolo To Pianos, in cui si viene immediatamente catapultati in un gioco degli specchi in Dusk, Mystery, Memory, Community: le due sposano sostanza minimalistica lavorando sulle percezioni dello sfasamento; ma il botta e risposta che forma il dialogo improvvisativo tra le due pianiste è un velato omaggio ai principali fornitori di nuovo metodo pianistico della musica contemporanea: Cowell, Cage, Ligeti, Reich. I duetti di To pianos sono impermeabili all'ascolto, ossia si ricevono con massimo piacere, dettano classicità (l'impressionismo ritorna talvolta con altre armi in Eclats e Kallaste) mista a modernità, garantendo la conservazione del ricordo e un misurato ricorso ai turbini ruminativi di Cecil Taylor (Walking batterie woman è l'avvicinamento più chiaro). 

Di tutti i progetti di Frantz Loriot e Carlo Costa ho ampiamente espresso il mio favorevole parere con più articoli dedicati (vedi qui, qui, qui), ma non ho mai affrontato quello del Trio Natura Morta (i due con Sean Ali al contrabbasso). La ragione è che questo trio si avvicinava molto al tipo di idioma profuso dal quartetto di Costa, indirizzato sulle possibili compenetrazioni tra musica e stati naturali. Environ, nuovo cd appena pubblicato per l'etichetta del batterista, è indicativo di questo principio e lo attua in maniera sempre più affascinante: tre lunghi brani, sistemati tra numerose combinazioni di tecniche estensive, producono una sorta di reazione naturale di tipo cellullare della musica, che però è pulsante, viva e rappresentativa. La bagarre improvvisativa tende a creare sensazioni aurali di tipo biologico e giacché i temi viaggiano negli scenari immaginativi del movimento di polveri, vento e miceli, la musica non può far altro che risentire della dinamicità espressiva per tali argomenti. I pregi di Environ si trovano nella bella pianificazione acustica delle interazioni, nella registrazione che rende grazia a suoni che altrimenti, in uno spazio qualunquistico di esibizione, non avrebbero trovato giustizia e soprattutto in una efficiente addomesticazione del carattere trasmissivo degli strumenti, ciò che Sean Ali denota come suoni scambiati con l'atmosfera circostante. Loriot sulla viola riesce a simulare gli acuti di un flauto, Costa empatizza l'ambiente con le relazioni ritmiche complesse, mentre Ali sviscera il suo contrabbasso in un nervoso linguaggio espressivo dell'evento in corso (qui su bandcamp potete trovare anche un'ottima relazione di corrispondenza visiva in una bonus track dal titolo Nebula). In più la copertina-foto di Carlo mette voglia di restare in quell'ambiente per ore. 

Del violista Joao Camoes e dei suoi rapporti con l'improvvisazione francese se ne è parlato in queste pagine in una recensione di Daniel Barbiero (vedi qui); io, invece, mi sono occupato della parte da camera del musicista nel bellissimo progetto di Nuova Camerata (vedi qui). 
La permanenza in Francia e la conoscenza del mondo improvvisativo francese, ha inciso sulla volontà dell'artista di allacciare una sintonia proficua con una generazione di improvvisatori a lui precedente, gettando un ponte sui suoi studi classici. Un ulteriore spazio di riconciliazione tra modalità della musica che sembrano lontanissime, è stato raggiunto relazionando la sua viola e il mey (un piccolo flauto di origine turca) ad un comparto improvvisativo di tipo elettroacustico: in Autres paysages, nuovo lavoro per la Clean Feed, oltre ai solidi dispositivi di elettronica di Jean-Marc Foussat, si cerca un aumento della tensione con l'apporto del trombettista Jean-Luc Cappozzo (tromba, flicorno e flauto armonico). E' così che ci immergiamo in una struttura umorale che sta tra un'atmosfera rigida e glaciale ed una sorta di realtà malata, con dettagliate escursioni che rivelano come sia possibile costruire incroci tra un'elettronica tutta spine e confluenze corali (che passa per Subnotick e tutti i compositori elettroacustici della linea franco-canadese), gli spunti di una tromba algida o congestionata (Miles Davis e tutti i suoi innumerevoli seguaci) e gli istinti camerali di una viola, strumento necessario degli storici quartetti della classica, debitamente modificato a favore di un clima attuale. Sono collanti creativi in quel viaggio neurale utile a procurare all'ascolto quelle speciali esperienze tensive che non si trovano per nulla in giro.

In un momento in cui sopranisti importanti come Sam Newsome costruiscono dei trattati sulla sperimentazione di tecniche estensive, molti altri, nettamente più sconosciuti e versatili, si introducono nel mondo improvvisativo lavorando anche sul design del suono e sulla capacità della musica di trasferire emotività con l'ausilio dei mezzi informatici o elettronici. Del sassofonista francese Hervé Perez ve ne parlai di striscio in occasione di un bellissimo cd con il contrabbassista André Darius dal titolo The bridge (vedi qui); Perez, che abitualmente suona il sax alto, è un musicista molto eclettico, che ha dato molta importanza al deep listening e al gesto improvvisativo. Nel nuovo cd per Pan y rosas che qui vi segnalo non suona l'alto ma imbraccia il soprano, probabilmente sfruttando l'ispirazione venuta dal film documentario Ground Truth della regista Patricia Foulkrod e dedicato agli effetti psicologici sui veterani della guerra in Iraq; da questo il titolo Impact, che più che lavorare sulla violenza sonora, lavora su una trance psicologica, grazie a degli stratagemmi sonori che funzionano: il soprano è usato totalmente in maniera non convenzionale, lasciato in preda ad un fruscio, vi sono pressanti e quasi percussive note di chitarra, ed effetti di laptop che istituiscono un surreale vuoto.
Impact, allora, è quasi ambient improvvisativo, con lunghi brani di effetto, che stabiliscono la nostra attenzione e che solo alla fine convalidano l'idea ispirativa, quando il field recordings del film della Foulkrod si fa concretamente presente. Perez manda un augurio affinché certe cose non succedano più. Ma nel complesso, Impact è tutt'altro che tetro, né ha conduzioni vicine a presunti avvicinamenti al prototipo del genere, l'Apocalypse Now di Coppola; quello che vi aspetta è invece un soundscape attraente e riuscito.



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