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domenica 29 ottobre 2017

Poche note sull'improvvisazione italiana: dall'effervescenza alla fragilità

Quando Miles Davis intraprese il suo percorso d'incrocio con il rock si aprì una fase di profonda contestazione del jazz; nonostante in molti casi la sua musica fosse ancora validissima, molti puristi del jazz (in Italia, all'epoca, la critica era concentrata quasi totalmente sul giornalismo di Musica Jazz) non la vedevano di buon occhio per gli effetti che essa poteva produrre; era qualcosa che probabilmente coinvolgeva affetti e certezze della musica, che sortivano il solito tremendo timore di una fine imminente del genere, simile per esempio, a quello che Dylan lanciò nei suoi concerti a Newport, quando decise di imbracciare la chitarra elettrica e "svendere" il folk. Sappiamo come è andata, poi. 
I presunti processi di mercificazione della musica vanno valutati sempre caso per caso, poiché non è detto che dietro una struttura musicale, all'apparenza semplice, non si celi una grande melodia o un'organizzazione dei suoni che si lasci apprezzare senza retorica. Alla luce di questa riflessione, andrebbe rivalutato molto jazz-rock o rock con forti e validi impianti improvvisativi e magari rivalutare parzialmente il mainstream (visto come processo di avvicinamento ad una scala popolare) quando può sortire effetti differenti, quando è organizzato per rivelare le capacità singole dei musicisti e per contenere persino elementi congetturali o sperimentali. Tutto va valutato verso il risultato e la riuscita emotiva, che resta il principale canale di apprezzamento; sono in molti ad affermare che Miles Davis non fosse un grande musicista in termini tecnici, ma sono veramente pochi coloro che ne nutrono un pensiero negativo a livello di risultati.
In questa puntata vi fornisco qualche esempio di queste mie riflessioni, cercando una legatura tra prodotti che cercano di andare oltre la quadratura del jazz fuso con altri elementi e rimarcano ancora il fondamento dell'improvvisazione.

Il progetto Flut3ibe coinvolge tre flautisti italiani importanti (Stefano Benini, Michele Gori e Stefano Leonardi). Il trio si avvale, poi, di un'essenziale sezione di accompagnamento, formata da piano e batteria. Senza voler entrare in nessun territorio sperimentale, lo scopo del Flut3ibe è di fornire un aggiornamento ad un età dell'oro del flauto, che pressapoco corrisponde agli anni sessanta. Evoca il periodo della modalità, di Coltrane, delle scattanti evoluzioni be-bop di Sam Most, dei primi albums dei Jethro Tull, quelli dove il flauto è un velluto e la vibrazione un valore aggiunto, o ancora porta ad elementi di fusione come fece correttamente Herbie Mann agli inizi della sua carriera. Grazie alla ferrea volontà di Leonardi di ottenere una registrazione, l'esibizione dal vivo al festival "Ai confini tra Sardegna e Jazz" (svoltasi nel 2014), è stata trasferita in un Lp a tiratura limitata per Nu Bop R..
Live in Sant'Anna Arresi possiede il carattere delle belle occasioni, ma invita ad una copertura un tantino più ampia del solito jazz-rock, perché richiama da una parte la coralità (attraverso il numero e l'eterogeneità della strumentazione), dall'altra sorvola campi di esplorazione che lavorano su tessiture realmente poco ascoltate nel repertorio jazzistico flautistico. Si pensi allo slancio jazzistico di The jumping cat/Jean Pierre, che introduce Tarozzi e Stranieri a piano e batteria, dove i tre flautisti attuano il principio della flessibilità perfomativa, ossia si lasciano soli e poi si congiungono con proprie trame: nell'ottima cover del pezzo di Davis, sostenuta dal parlato insufflato, dall'uso della konkowka di Benini e dagli ottimi assoli di Leonardi e Gori (che propendono verso una dinamica veloce e iterativa del brano di Miles), quel principio è confermato. Così come succede nelle ombrature passeggere o lamentazioni strumentali incrociate (i tre flautisti si dividono tra basso, contralto e tonalità ordinaria), che introducono Whitesox, un up tempo che di soppiatto apre una struttura jazz dalla tendenza modale e progressiva.
L'evoluzione in jam è il cardine della musica del Flut3ibe: Chaotic Paths è sapida, perchè Leonardi e Gori fanno un gran lavoro, mentre quest'ultimo è efficacissimo nel suo assolo al piccolo in Piuma. Ma c'è spazio anche per azioni sviluppabili: il didjeridoo di Benini, in Plastic Vortex, trasporta in una savana e apre altri orizzonti, mentre Herbie Mann è omaggiato con Memphis underground quasi a ritmo di punk.
Live in Sant'Anna Arresi mostra già un'iniziativa a pieno compimento. Vedremo se i tre flautisti avranno voglia di spingersi in ulteriori argomentazioni o sperimentazioni.


Del chitarrista Luciano Margorani si può certamente indicare una specializzazione che gli riesce bene. Parlo di quella pratica che vede l'artista materializzare la sua idea su una traccia registrata e che poi viene arricchita totalmente da altri musicisti, posti a distanza geografica, che completano l'invio/invito ricevuto. Per Margorani, il trascurato cd del 2004 dal titolo My favorite strings (Isinaz R.), rivestiva le qualità migliori di quel comparto organizzativo: sotto l'ombrello della costruzione email, quella del principio del "not playing together at the same time and in the same place"rientravano bellissime post-produzioni con assi della musica improvvisata, da Eugene Chadbourne a Derek Bailey, da Henry Kaiser ad Elliot Sharp. Trovare suoni casuali e sperimentali è sempre stato il lato più evoluto del chitarrista, che solitamente ha diviso il suo lavoro abbracciando anche la chitarra classica e il reading poetico (con Umberto Fiori); recentemente è stato accantonato il trio con Pissavini e Faraò, che lo vedeva effettuare un'incursione nel noise con troppa enfasi, mentre sembra che la collaborazione con il batterista Federico Zenoni, gli abbia dato l'equilibrio giusto, nonché una piena maturazione degli intenti emotivi della sua musica. Riprendendo la solita tecnica produttiva, Margorani (assieme a Zenoni) ha inciso lo scorso anno una suite con l'intervento a distanza di tastiere e sax di Dave Newhouse (Beauty is in the distance, Alma de Nieto, 2016) ed ora per Bunch Record, pubblica The Humid Cellar Project, 5 brani incisi con la partecipazione di Alberto Braida, Giovanni Venosta, Luca Pissavini, Roberto Bartolini e Massimo Giuntoli, che mettono a disposizione le loro idee su piano elettrico, chitarra elettrica e contrabbasso, di contro a quelle di Margorani, coadiuvato dai suoi dispositivi e ritardi. 
The humid cellar project trae linfa da un umore plumbeo, ma è ben congegnato e contiene un pò la giusta misura di tutto il percorso fatto da Margorani fino ad oggi: non c'è solo la chitarra per lui, ma anche un utilizzo fondamentale di linee di basso elettrico, ripetute ed implacabili. E' di un jazz progressista che si parla in Zegneks, brano d'apertura in cui il piano elettrico impazza e a tratti diventa abrasivo, facendo pensare ad una funzione ben derivata del Davis elettrico. Ma anche la successiva Triadic offre momenti distopici, con intersezioni moderne e calzanti (Braida al piano elettrico). Si tratta di improvvisazioni validissime: si va dall'impostazione stralunata che si ascolta in Mole, che sembra un pezzo venuto male di Oldfield (Bartolini alla chitarra), a Due ottave, che si infila nel sottomarino di Ventimila leghe sotto i mari (Giuntoli al piano elettrico), fino ad arrivare a Delayed, altra suite immersiva di 15 minuti circa, lavorata sulla potenza della sezione dei bassi (con Pissavini al contrabbasso): scura, con una chitarrismo sornione e principalmente basato sull'effetto e il ritorno, Delayed ha un dettaglio musicale e ritmico degno di nota. Zenoni, qui, si costruisce uno spazio importante.


Fermarsi all'etichettatura jazz-rock per il C.O.D. Trio, sulla base delle prove da loro fornite, è certamente un accostamento che si rivelerebbe fallace. E il nuovo cd del trio composto da Gabriele Orsi (chitarrista a cui ho già dedicato qualche pagina e segnalazione nel passato), Biagio Coppa (sax alto) e Francesco Di Lenge (batteria), dal titolo Extra item, si spinge ulteriormente nel lato improvvisativo e nelle sue libertà, assassinando una qualsivoglia matrice jazz-rock. Ci sono molte strutture angolari che ne impediscono una sistemazione in quei meandri e se proprio ne vogliamo dare una definizione, dovremmo dire che è jazz-rock spinto ai suoi estremi improvvisativi, riconoscibile in quanto tale solo quando la ritmica si assesta su certi binari consolidati. Nonostante la progettualità sia condivisa tra i tre musicisti, voglio rimarcare la bravura di Biagio Coppa, un sassofonista alto di cui già riconobbi il valore in "Anastomosi", quando nella puntata dedicata ai sassofonisti scrissi ".. unisce la dissonanza della musica colta del novecento con il jazz di Coleman..."; è un bagaglio che Coppa si porta dietro e può essere sezionato in questo lavoro tramite pezzi come Get moving.
Extra item è un signor lavoro, di eccellente mediazione tra spigolature jazzistiche di varia provenienza (spigoli armonici, spigoli melodici sperimentali a la Lehman e verso il correlato movimento americano jazz delle ultime generazioni, spigoli di ritmica rock) e nelle spigolature ha un pregio, a cui purtroppo non assisto nell'ascolto di molta produzione dello stesso tipo all'estero ed in Italia, ossia quella di non provocare stanchezza. Monk fu un maestro in tal senso.

Di sostanza oscura si nutre anche Fragile white silence, un cd che mi permette di introdurre il bassista Augusto Gentili. Una concezione senza pregiudizi della musica, che in qualche modo è tendente al rock sperimentale per vocazione, una formazione inizialmente da autodidatta, passata a verifica dai corsi di Donatoni e di Darmstadt, fino ad un progetto di studio sulla valorizzazione delle tecniche del basso. Purtroppo per lui, non c'è un'adeguata rappresentazione discografica e quindi mi permetto di affermare che Fragile white silence si pone quasi come una primizia al cospetto di tanto lavoro da musicista e didatta. Il cd, pubblicato per Bunch Records, è suonato assieme ad Oscar Hansson (come progetto Odd Strings), altro bassista noto in quelle nicchie d'ascolto che si trovano nei connubi tra rock, noise, drone music e improvvisazione jazz, che lo coadiuva con un basso a cinque corde. Gentili esibisce un'ampio ventaglio di dispositivi: chitarre basso a 6 e 7 corde (anche fretless) e molta elettronica specifica (ebows, EH Micropog, schede elettromagnetiche, pedaliere, etc.); lo stesso dicasi per Hansson. Questo arsenale è tutto prestato all'incontro di nuove sonorità che vogliono trovare consenso attraverso la loro emersione: non vi aspettate metal o noise efferato, perchè quello di Gentili e Hansson è più un percorso psicologico, che vuole recuperare la riflessione. La cura dei dettagli per una nuova era dell'attenzione. E Fragile white silence, registrato dal vivo a Gallarate, senza sovraincisioni e totalmente improvvisato nei suoi sviluppi, fornisce uno dei più avanzati e ricchi avamposti della ricerca sonora sul basso in Italia, dando al contempo l'impressione che di suoni eterogenei, non vincolati, costruiti con l'ausilio della tecnologia e fondati sulla potenza egemonica e indiretta del suono, ce ne sia proprio bisogno per recuperare la consistenza degli atti improvvisativi.



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